








Introduzione
La declinazione africana del Modernismo è stata oggetto di recenti indagini, che hanno rivolto l’attenzione soprattutto sulle opere realizzate nei paesi Subsahariani da architetti provenienti per lo più europei, in seguito alla conclusione dei mandati coloniali. Venendo direttamente incaricati dalle amministrazioni locali, questi architetti hanno potuto realizzare opere in grado di dare un nuovo volto moderno ai paesi in via di sviluppo.
La rilettura attuale di questa mira da un lato a valorizzarne il significato dal punto di vista critico e storiografico, in rapporto alle esperienze più note di altri continenti. Dall’altro però, nell’ottica di urgenti questioni ambientali e climatiche, molte di queste opere pongono seri problemi di conservazione, ma anche di rapporto con i contesti locali. Molto spesso appaiono oggi come oggetti decontestualizzati, riflesso di culture lontane, che nulla hanno da condividere con la ricerca impellente di una autoctona identità da parte di molti di questi paesi, che nelle generazioni più giovani cercano di ritrovarla nelle tradizioni costruttive tramandate da secoli. Queste tecniche antiche sono d’altra parte anche le uniche che possono rispondere all’urgenza sempre più pressante delle questioni climatiche e ambientali.
Primi esempi di modernismo nordafricano
Il gruppo di ricerca guidato da Tom Avermaete, Serhat Karakayali, Marion von Osten – curatori della mostra itinerante In the Desert of Modernity. Colonial Planning and After (Berlino/Casablanca, 2008 – 2009) (Avermaete, Karakayali e von Osten 2010) – è stato tra i primi a focalizzare l’interesse sul complesso rapporto tra colonialismo e modernità, rintracciando i reciproci scambi culturali esistenti tra il contesto europeo e i paesi nordafricani, avvenuti in seguito ai processi di migrazione a partire dal secondo dopoguerra. In questi differenti contesti i principi urbani ereditati dal Moderno europeo si sono dovuti confrontare con le condizioni climatiche e ambientali, oltre che con le secolari tradizioni costruttive locali. La declinazione dei modelli d’importazione nei singoli paesi africani ha prodotto opere architettoniche eterogenee in cui coesistono, in uno stato di dinamica tensione, vecchio e nuovo, tradizione e innovazione.
Già prima della Seconda guerra mondiale alcuni architetti francesi, in particolare Edmund Brion, si trovarono a lavorare nella colonia del Marocco, per realizzare nuovi quartieri urbani nei sobborghi di Casablanca (Cohen ed Eleb 2002), e company towns legate all’estrazione mineraria dei fosfati nell’area intorno a Khourigbah, utilizzando modelli urbani riferiti ai principi insediativi delle medine locali (Avermaete 2012). Sarà a partire dai primi anni Cinquanta che gli architetti di origine europea operanti nei territori coloniali nordafricani si sono trovati ad abbandonare modelli rigidamente modernisti, cercando nuove soluzioni in grado di relazionarsi ai caratteri insediativi locali (Caja, Landsberger e Fumagalli 2020).
La scala urbana di questi interventi sembrava riflettere la discussione sull’eredità dei principi del Moderno introdotta dalla giovane generazione di architetti – in seguito riunitasi nel Team 10 – al 9. CIAM ad Aix-en Provence nell’estate del 1953. Un dibattito articolato, accomunato tuttavia dalla volontà di superare i rigidi principi dello zoning funzionalista sanciti nella Carta d’Atene a favore di una più stretta interconnessione tra casa, strada, quartiere e città. Bisognerà aspettare più di un decennio perché nuovi approcci tipo-morfologici alla città storica – introdotti inizialmente in ambito italiano – possano essere adottati per studiare e analizzare più in profondità la forma e gli elementi compositivi che definiscono l’individualità della città islamica rispetto a quella europea. Già nel 1952 il progetto pilota di Cité Verticale di Victor Bodiansky, George Candilis, Henri Piot e Shadrach Woods per una nuova parte di città a Casablanca – realizzata come quartiere residenziale a basso costo per immigranti rurali –, reinterpretava la tipologia tradizionale della casa a patio sviluppandola in altezza, per creare una maglia regolare di isolati dai confini sfrangiati posti accanto a una delle più grandi bidonvilles suburbane della città.
Analogamente, i quartieri di Michel Écochard, realizzati sempre ai margini di Casablanca e altre città del Marocco, abbandonavano schemi aperti d’esportazione per rifarsi all’impianto delle medine locali, la cui densità e misure venivano adottate come scala di aggregazione per nuove forme di comunità. Diversamente da questi schemi estesi, il Climat de France di Algeri realizzato da Fernand Pouillon in Algeria negli stessi anni, introduceva una nuova scala monumentale per la residenza collettiva, rifacendosi alle grandi corti dei complessi storici locali. Questo progetto diverrà un esperienza pilota nell’ambito della ricerca di nuove forme insediative che solo più tardi è stata riscoperto come modello alternativo all’Unitè lecorbusierana, grazie alla sua capacità di integrarsi nel contesto urbano esistente, facendo uso di soluzioni architettoniche e costruttive locali.
Transfert culturali tra Europa e Africa Subsahariana
Rispetto al resto del continente africano, emerge in maniera distinta la specificità dell’opera realizzata nei territori a sud del Sahara. A questi è stata rivolta di recente una attenzione particolare da parte di studiosi internazionali, prevalentemente di ambito europeo. In particolare, la collana di guide di architettura dell’editore berlinese Dom Publishers ha scandagliato con sistematicità prussiana in ben sette volumi tutte le possibili declinazioni nazionali della Sub-Saharan Africa (Meuser e Dalbai 2021).
Nell’introduzione di Philipp Meuser – curatore della collana – viene sottolineata la molteplicità dei transfert culturali che si sono avuti nel corso del secolo scorso tra paesi europei e i territori presi in esame. Tra questi scambi sono stati coinvolti architetti provenienti da diverse nazioni europee, che in modi diversi hanno cercato di dare una versione locale dell’International Style all’epoca predominante. Se prendiamo il caso degli architetti italiani, questi paesi sono stati spesso occasione per realizzare opere a grande scala, che tuttavia mostrano oggi la difficoltà di porsi in rapporto al cambiamento delle condizioni climatiche e ambientali. Proprio per questo, molte di queste opere restano oggi pezzi iconici, per lo più caratterizzati da forme insolite e una dimensione per lo più estranea al tessuto dei contesti urbani locali. Come l’edificio per uffici La Pyramide ad Abidijan in Costa d’Avorio di Rinaldo Olivieri (1972), che si contraddistingue per l’insolita composizione di un volume in vetro per uffici a forma piramidale, addossato alla stereometrica torre distributiva retrostante in cemento armato, senza tuttavia trovare un dialogo con l’intorno. Tra gli autori che invece hanno cercato di porsi in maniera concreta in rapporto alle condizioni climatiche e ambientali locali, emerge in particolare la figura di Fabrizio Caròla, architetto di origini napoletane ma trasferitosi in Africa già nei primi anni ‘70. Nelle sue opere egli è stato tra i primi a riprendere le tecniche tradizionali, quale l’impiego della terra cruda per realizzare cupole autoportanti, come nell’ospedale a Kaédi in Mauritania (1989), opera centrale del suo operato, premiata con il prestigioso premio Aga Khan Award (Alini e Caròla 2016).
Le opere degli architetti provenienti da altre nazioni europee, per lo più legate a precedenti mandati coloniali – in particolare quelli inglesi e francesi, ma anche portoghesi, belgi e spagnoli – mostrano evidenti richiami a modelli europei, in particolare influenzati dalla tarda opera lecorbuseriana e dal brutalismo britannico. Nonostante l’estraneità rispetto alla cultura architettonica autoctona e ai contesti urbani tradizionali, questi interventi sono stati spesso accolti positivamente dalla comunità locale, che li ha intesi come momenti di adesione ad un linguaggio internazionale, in grado di ampliare i confini culturali dei singoli paesi ad altri continenti – come già all’epoca sottolineava Udo Kultermann, tra i primi ad occuparsi di modernismo africano (Kultermann 1963).
Poco documentata resta l’attività degli architetti tedeschi in questi paesi, in seguito alla cessione delle loro colonie al potere francese e britannico dopo la 1. Guerra mondiale. In seguito all’indipendenza delle nazioni dai poteri coloniali, alcuni architetti tedeschi avranno modo di ottenere incarichi prevalentemente per edifici pubblici e sedi diplomatiche. Tra queste, si ricordano le ambasciate tedesche realizzate da Heinz Seidlitz a Lagos in Nigeria e a Monrovia in Liberia, che fanno uso di un linguaggio tecnocratico tipico degli edifici amministrativi realizzati in Germania negli stessi anni.
Rispetto a questi, rappresenta invece un’eccezione l’opera di Ernst May in Africa orientale – ben documentata dalla mostra tenutasi nel 2001al DAM di Francoforte (Herrel 2001). Emigrato in Kenya nel 1934 – in seguito all’esperienza come architetto capo di Das Neue Frankfurt e al successivo breve periodo passato in Unione Sovietica – May importerà le esperienze di riforma sulla residenza a basso costo fatte in quei paesi. Qui farà impiego di prototipi prefabbricati, che userà per realizzare quartieri di prima accoglienza in diversi paesi, tra cui il Kenya e l’Uganda.
Architettura tropicale
In Gran Bretagna l’architettura tropicale diviene un campo di ricerca privilegiato già a partire dai primi anni ’50 (Lu 2010). Nella Conference of Tropical Architecture, tenutasi alla University College di Londra nel ’53, si discuteva sui pro e contro nell’esportazione di modelli occidentali e sul rapporto tra le nuove tecnologie costruttive in riferimento alla ripresa di saperi tradizionali, stili vernacolari e materiali locali. Tra i relatori, l’architetto tedesco Otto Königsberger, a lungo attivo nelle colonie indiane, propagandava l’impiego di tradizioni costruttive locali, di contro all’esportazione di tecnologie occidentali. Sarà lui che in seguito, a partire dal 1954, dirigerà un programma post-laurea di architettura tropicale all’Architectural Association di Londra. Questo programma di studi ebbe grande successo e attrasse molti architetti da diversi paesi della Comunità Europea.
Al suo interno insegneranno figure emblematiche come Maxwell Fry e Jane Drew. Questi due architetti – noti per la loro successiva partecipazione alla costruzione di Chandigarh a fianco di Le Corbusier – saranno autori negli anni ’50 di molte opere-chiave in Nigeria e Ghana. Di particolare interesse è il loro Museo Nazionale di Accra in Ghana, composto da un volume orizzontale a setti sfalsati su cui si innesta una cupola ribassata, contenente un grande spazio centrale destinato all’esposizione dei principali manufatti emblematici simbolo dell’identità nazionale del paese.
Fry e Drew avranno modo più tardi di sistematizzare i loro principi teorici e progettuali messi in pratica durante la realizzazione di queste opere nel libro Tropical Architecture in the Dry and Humid Zones, pubblicato nella sua versione finale nel 1964 (Maxwell Fry e Drew 1964). In questo manuale gli autori cercano di fondare le basi per una nuova metodologia progettuale tagliata su misura per le aree tropicali. In questo modo essi cercano di applicare la metodologia occidentale alle condizioni di sottosviluppo culturale e sociale dei paesi Subsahariani. Nasce da qui l’idea di un approccio profondamente radicato alle condizioni climatiche e geografiche locali, che sembra anticipare la tendenza regionalista, seppur lontano da qualsiasi accento di tipo vernacolare (Galli 2016).
Sempre inerente a questo filone di ricerca è coinvolto anche l’architetto tedesco Georg Lippsmeier, la cui produzione teorica e architettonica resta oggi ancora poco studiata, nonostante parte del suo lascito sia confluito nel 2016 agli archivi del CCA di Montreal. Fondatore dell’Institut für Tropenbau (IFT) in Germania negli anni ’60, con i suoi studi e i suoi progetti si riallaccia alla esperienza di Ernst May sull’edilizia a basso costo pensate per gli strati meno abbienti della popolazione africana. Dal suo studio di Düsseldorf – sede dell’Istituto di Costruzione Tropicale – aprirà diverse sedi satelliti nei paesi – Kenya, Senegal e Tanzania – in cui opererà come architetto.
Il lascito architettonico del Modernismo
Il lascito di queste opere moderniste realizzate da architetti europei è stato oggetto di un’altra ricerca recente, coordinata dall’architetto svizzero Manuel Herz, che si focalizza su cinque nazioni Subsahariane – il Ghana, il Senegal, la Costa d’Avorio, il Kenya e lo Zambia – scelte in base alle loro specifiche condizioni climatiche e culturali e il loro riflesso sullo sviluppo dell’architettura locale (Herz 2022).
Questa ricerca apre nuove prospettive per la cultura critica e storiografica occidentale – poco incline sino ad oggi a comprendere questo ambito geografico – incentrandosi sulla produzione architettonica dopo l’emancipazione dai domini coloniali, per la maggior parte nel periodo compreso tra il 1957 e il 1966. All’interno di questo patrimonio poco o per nulla conosciuto, si scoprono opere che possono divenire a pieno titolo, secondo il parere degli autori, capisaldi del tardo Modernismo degli anni ’60 e ’70, al pari di ben più celebri progetti realizzati negli stessi anni in altri continenti.
L’obbiettivo della ricerca non è solamente di carattere storiografico, ma punta anche a stimolare l’interesse da parte delle istituzioni locali, per permettere futuri interventi di conservazione, auspicabili per molti degli edifici selezionati, oggi spesso in stato di abbandono, prima di una loro prossima demolizione. Questa ricerca intende mostrare le differenti sfaccettature in queste opere, superando il pregiudizio spesso ricorrente, per lo più riferito ad aspetti etnografici e vernacolari, dell’esistenza di caratteri comuni a molte delle città di questi paesi. Come spiega bene Achille Mbembe, teorico camerunese esperto di questioni postcoloniali, si delinea oggi un’immagine dei paesi Subsahariani diversa da quella prevalentemente riferita alle condizioni di vita elementari e primitive a cui la maggior parte della popolazione è sottoposta (Mbembe 2001).
A sfatare questa immagine, le opere realizzate da architetti prevalentemente europei durante gli anni ’60 e ’70 innescano un rapporto critico con le città consolidate, facendo riferimento a principi urbani e architettonici per lo più estranei ai modelli insediativi locali. L’International Style del secondo dopoguerra, così come il Brutalismo di provenienza britannica, vengono qui declinati secondo forme e stilemi individualizzati di volta in volta in modo diverso, che solo in certi casi fortunati riescono a integrarsi con il contesto circostante. In questo processo di modernizzazione, l’autonomia da modelli di sviluppo urbano e architettonico tradizionali allarga l’esperienza dei paesi Subsahariani al dibattito internazionale. Rispetto al quale si assiste a volte ad un lieve sfasamento temporale, dovuto anche alle diverse matrici culturali degli architetti coinvolti. Architetti che si erano per lo più formati nelle scuole e nelle università inglesi, tedesche, belghe o francesi, dato che il livello di formazione universitaria di questi paesi era ai tempi pressoché inesistente – la prima scuola di architettura sarà attiva a partire dal 1960 in Ghana.
Se la maggior parte di questi architetti provengono da Francia e Inghilterra, vi sono tuttavia anche rappresentanti di altri paesi, oltre l’Italia e la Germania già sopra citati, come la Scandinavia, l’Europa dell’Est e Israele. Poco coinvolti dal colonialismo, gli architetti nordici avevano più facile accesso, rispetto agli altri, per la loro tradizione democratica, mostrando particolare interesse per i territori dell’Africa Subsahariana sia dal punto di vista politico che diplomatico. Questi paesi rappresentano d’altra parte l’occasione per ottenere incarichi architettonici importanti, difficile da avere in patria.In particolare, si distinguono opere di carattere pubblico che spesso divengono nuovi punti di riferimento a scala urbana. Tra queste, il Centro conferenze internazionale del Kenya, realizzato dall’architetto norvegese Karl H. Nostvik, viene presto riconosciuto dalla comunità locale come simbolo dell’indipendenza del paese. Il complesso, costituito da una torre a impianto circolare e un anfiteatro con copertura a forma di fiore chiuso, poggia su un articolato e decorato basamento in cemento armato. Tra gli altri, l’architetto danese Max Gerlach realizzerà la Great Hall a Knust in Kumasi, che dialoga tra la leggerezza del volume sospeso su pilotis e gli inserti in granito che accentuano il carattere di solidità.
Anche il suo conterraneo Erhard Lorenz, attivo a Lusaka, capitale della Zambia, realizzerà diverse opere, tra cui spicca la cappella del Campus universitario, un grande portico a pilastri giganti sotto cui si inserisce il volume circolare dell’edificio di culto. Per quello che riguarda i progetti realizzati negli stessi anni da architetti dall’Europa dell’est, Il rapporto si spiega prevalentemente dal comune orientamento politico di questi paesi, spesso amministrati da regimi socialisti. Tra questi progetti, spicca la Fiera Internazionale di Accra, realizzata dagli architetti polacchi Jacek Chyrosz e Stanislaw Rymaszewski, che si caratterizza per il grande volume circolare dell’ingresso, coperto da un ampio oculo aperto verso il cielo. Più sorprendente risulta invece il rapporto dei paesi Subsahariani con Israele: entrambi accomunati dalla lotta contro il dominio britannico, essi avevano da poco trovato la loro indipendenza divenendo membri attivi di un comune processo di decolonizzazione in atto. Sarà Golda Meir – prima donna a guidare il paese – a sostenere con determinazione questo processo, influendo sulle scelte politiche prese dai governi africani. Tra i progetti realizzati da imprenditori e architetti israeliani emergono due complessi alberghieri che declinano in modo diverso il rapporto tra basamento e edifici autonomi. L’Hotel Ivoire a Abidjan, degli architetti Thomas Leitersdorf e Heinz Fechel, si costruisce intorno a un grande spazio aperto adibito a conferenze che tiene insieme due edifici isolati, una torre a setti sfalsati e un prisma rettangolare con facciate ad andamento orizzontale. L’Hotel Hilton a Nairobi di Zevet Architects, si sviluppa in altezza in un edificio a torre a impianto circolare, con facciata scandita da montanti verticali a tutta altezza, poggiante su un compatto basamento che la connette al contesto urbano circostante.
Nuovi attivismi postcoloniali
Il ruolo e il coinvolgimento degli architetti europei attivi nei paesi un tempo facenti parte dell’impero coloniale è divenuto oggi oggetto di indagine critica, rispetto alle precedenti ricerche menzionate rivolte in particolare a rivalutarne il loro ruolo all’interno di una storiografia del Moderno limitata per lo più ai contesti europei e occidentali. Questo cambio di prospettiva si fonda soprattutto sulla volontà odierna – parallela alle lotte in atto in diversi ambiti disciplinari – di affermare l’indipendenza da modelli di importazione dal punto di vista architettonico e urbano. D’altra parte, restano oggi molti dubbi sull’effettiva autonomia culturale di questi paesi dato che, nonostante gli innumerevoli sforzi fatti per ricucire legami con tradizioni e forme legate al loro passato, molto spesso essi sono terreno di investimento straniero, per operazioni immobiliari che si rifanno a modelli globalizzati. In particolare, rispetto alle opere del Modernismo di importazione degli anni ’60 e ’70 a cui si è sopra fatto riferimento, emergono due posizioni divergenti. Da un lato, si cerca di preservarle come testimonianze di un’epoca in cui questi paesi, in seguito alla conquista della loro indipendenza politica, si sono posti criticamente rispetto al dibattito internazionale, rielaborandolo secondo forme originali; dall’altra però, queste stesse forme vengono oggi lette come riferimenti estranei alla cultura locale, slegati da reali legami con l’ambiente, le condizioni climatiche e le tradizioni costruttive e artigianali dei singoli paesi.
Questa questione è stata posta al centro dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia, incentrata su due parole-chiave, che sembrano centrare le due questioni emergenti sinora qui discusse: da un lato la decolonizzazione, dall’altro la decarbonizzazione come risposta alle questioni ambientali. Nelle militanti intenzioni della curatrice anglo-africana Lesley Lokko, i due temi sono stati affrontati coinvolgendo attivamente giovani collettivi locali che in modi diversi – spesso anche ai limiti di altre discipline e lontani dall’architettura – hanno cercato di mostrare come sia possibile ritrovare oggi una propria identità attraverso la ricerca di continuità con le proprie radici storiche e culturali ponendole in stretto rapporto alle pressanti questioni ambientali ed energetiche legate al processo di decarbonizzazione (Lokko 2023).
In questa nuova fase di decolonizzazione – che si distingue dalla prima nella maggiore consapevolezza di fronte agli obbiettivi culturali e ideologici che si pone – i paesi africani sembrano oggi cercare modelli alternativi sia a quelli del Moderno occidentale, che a quelli proposti dall’economia globalizzata, rifacendosi all’identità di culture e tradizioni locali. Questo atto di resistenza – principio primo di ogni forma di regionalismo critico, come asserito a suo tempo nel testo-manifesto di Kenneth Frampton, ancora oggi oggetto di culto e revisione critica (Frampton 2019) – sembra oggi particolarmente sentito dalle nuove generazioni di architetti, pronti a mettere in dubbio una nozione astratta di modernità a favore di un più profondo radicamento alla realtà.
Emerge dal basso una nuova scena dell’architettura Subsahariana, fatta di autori giovani e per lo più sconosciuti. Usando modi a volte velleitari, naif e spesso lontani da vere e proprie proposte architettoniche, con il rischio di divenire una brutta copia di espressioni ben più convincenti di attivismo in ambito artistico, queste nuove forme di resistenza danno voce a nuove esigenze identitarie e di genere (Magnago Lampugnani 2023).
Rispetto alla debolezza di queste azioni bottom-down, che spesso restano lontane dall’ambito disciplinare del progetto di architettura, emergono però con forza nuove figure di architetti oriundi africani, ma per varie ragioni attivi in Europa. Nei più interessanti tra questi si intreccia la capacità di coniugare la loro formazione occidentale con la loro cultura di provenienza, nella ricerca di soluzioni adeguate alle questioni locali (Biraghi 2023).
David Adjaye, di origine ghanese con studi a Londra e New York, rielabora negli ultimi progetti in modo originale modelli per lo più occidentali confrontandoli con temi del suo paese d’origine. Il premio Pritzker Francis Kerè, originario del Burkina Faso ma con studio a Berlino e cattedra a Monaco, si riallaccia invece alle tradizioni costruttive locali per la realizzazione di nuovi edifici scolastici. O il più giovane Kunlé Adeyemi che, con il suo studio NLÉ ad Amsterdam, affronta pragmaticamente questioni legate all’istruzione di gran parte della popolazione indigente, come nella scuola galleggiante in struttura di legno che si muove tra i canali degli slum della laguna di Lagos.
Ancora una volta, come dopo la liberazione coloniale, si assiste a un fenomeno di transfert culturale, ma in questo caso secondo un rapporto inverso. Ora, infatti, si tratta di architetti afro-europei che tornano nei loro paesi d’origine per cimentarsi con questioni inerenti alle loro radici, ricercando soluzioni inusuali, in grado di trovare un significato più generale che vada oltre specifici localismi. Come la proposta recente di Francis Kerè di un playground all’interno della comunità Kamwokya a Kampala in Uganda, che riesce a porsi come elemento rigeneratore di un’intera comunità e inserirsi organicamente all’interno del minuto tessuto, creando una piccola, ma significativa isola di ordine intesa come polo aggregativo per i giovani del quartiere. Come è stato mostrato anche in una altra recente occasione – la mostra Africa: Big Change Big Chance, curata da Benno Albrech (2014) – questi paesi possono divenire oggi spazi di una nuova modernità, dove erigere una differente cultura universale, cosmopolita, globale, nonostante le problematiche causate dalla rapida urbanizzazione in atto, l’uso incongruo delle risorse naturali e dei territori. Che sia questa la strada giusta per affrontare la difficile rinascita del paese grazie agli strumenti del progetto di architettura?
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