














È suggerito dallo stesso etimo delle parole monumento/memoriale il confine entro cui la riflessione, tanto nella speculazione teorica quanto nella verifica del progetto, si sviluppa riferendosi, senza ambiguità, al tema più generale della memoria.
Monumento, da mònere, far sapere, «riguarda tutto ciò che serve a ricordare qualche grande avvenimento o illustre personaggio, detto specialmente di edifici»[1] ; Memoriale, da memorialem, che riguarda la memoria, a cui spesso è sottinteso librum o il suo diminutivo libellum, si riferisce a uno scritto o nota esplicativa e circostanziata a corredo di una qualche istanza.[2]
Non è certamente questo il contesto per rintracciare, tra gli esercizi svolti riferiti al tema del monumento/memoriale – che ci restituiscono la storia dell’architettura e la storia dell’arte – i profili di quella stretta relazione che, al di fuori di qualsiasi forzatura, esiste tra la forma e il pensiero che la costruisce, tra la costruzione e la società che interpreta, tra l’architettura e i valori che sceglie di tradurre per fare memoria.[3] Tuttavia, l’atto del ricordare che è sotteso a entrambi i termini, da sempre, si è affidato a segni e simboli, parole e rappresentazioni, che in un felice ed equilibrato discorso tra architettura e arte è capace di rendere visibile e concreto alla collettività qualcosa che non lo è più, ed è abile nel dare forma ad un qualcosa che non solo lega il presente al passato, ma diventa un luogo in cui il pensiero di un fatto accaduto possa riverberare, tanto nell’oggi, quanto nel domani.
È con questa disposizione d’animo che abbiamo iniziato a interrogarci sul significato che il tema del monumento/memoriale possiede nella nostra contemporaneità, e a ragionare sul modo in cui la memoria di quel viaggio interrotto a poche miglia dalle coste di Lampedusa il 3 ottobre di ormai 10 anni fa possa essere declinato attraverso il dialogo fitto tra l’arte e l’architettura. Con la severa consapevolezza che la memoria che abbiamo scelto di interpretare non si sarebbe esaurita in quella tragedia, ma sarebbe stata eco di tutti i viaggi di numerose vite che non hanno mai avuto la fortuna di toccare un’altra riva e testimone di tutti i viaggi di cui il Mediterraneo, da sempre, per diverse ragioni e con diversi esiti, è stato cornice di vicende e continua ad esserlo[4]. Alle volte benevolo e disponibile ad accompagnare chi ce la fa a raggiungere ciò che c’è oltremare.
Per questa ragione abbiamo scelto di non dimenticare queste tragedie che si consumano nel mare attraverso la vivacità della speranza e della vita che anima il Percorso della pace che, inaugurato a Lampedusa nel 2021 nell’ambito di Snapshots from the borders inanella, ad oggi, 12 luoghi simbolo dell’isola - dalla Porta d’Europa di Mimmo Paladino all’Obelisco Cassodoro di Arnaldo Pomodoro e di immaginare un luogo collettivo, una nuova piazza, centro di vita, di incontro, di accoglienza, di dialogo per la città di Lampedusa.
È una tredicesima stazione, laica, che trova nel riferimento evangelico la sua forza evocativa. Liberata dal significato cattolico conserva la sacralità del gesto della deposizione. Il corpo, che forzatamente si sposta, vive il distacco dalla propria terra e spera nell’accoglienza di un nuovo abbraccio, attraversa il Mediterraneo e raggiunge una riva, uno sbarco che di una vita intera è solo un momento.
A conclusione dell’asse di Via Roma, strada principale di Lampedusa che si sviluppa ad una quota più alta verso il molo Favaloro – luogo artificiale che pacifica l’acqua del Porto Nuovo della città, lì dove vengono radunati i migranti appena sbarcati – si protende un podio basso, in pietra, appoggiato a una sottile lastra d’acqua.
Un podio basso come un’alta seduta disegna, nel più vasto e informe belvedere, un’ampia zattera in continuità con la città costruita, confermando la sua direzione. Una superficie piana che si buca degradando in una piccola arena che si fa disponibile a ospitare gli eventi della città, o precipita in una lunga e stretta incisione a terra, che, per sottrazione, diventa anch'essa una seduta. Una superficie solida che sebbene bucata galleggia ancora su quel foglio d’acqua che, ruotando, si pone parallelo all’abbraccio del porto.
Un podio basso che si fa abitare. Esiste in quanto accoglie chi lo attraversa, chi sceglie di fermarsi, chi decide di riunirsi ritrovandosi, quasi senza volerlo, a fare memoria. La quota del podio si conquista attraverso rampe definite, o celate, da altrettante lame, superfici verticali punteggiate da simboli grafici e segni che evocano una innumerevole combinazione di parole in potenza. La parola, già nella genetica di memoriale, si scompone nelle sue parti elementari e abita questi elementi verticali che, arredano come una stanza senza tetto questo spazio sicuro a terra, proteso verso il mare, e ne definiscono la misura. Sono superfici liquide, impreziosite nella loro sezione, che si alzano così come fanno le onde, e alimentano il Mare Nostrum[5], sul quale si posa il podio.
Un podio basso come un contemporaneo Piano ad uso collettivo che possiede il sapore, conosce e condivide il lavoro di Giò Pomodoro che, dal 1977, ordina una porzione triangolare del tessuto urbano della cittadina sarda di Ales[6] attraverso uno spazio dedicato allo svolgimento della vita dell’uomo, lì dove una memoria collettiva può essere costruita; il monumento a memoria di Antonio Gramsci, nell’interpretazione di Giò Pomodoro, così come quella di Gino Valle a Udine – a commemorare la resistenza e la deportazione – e di Aldo Rossi – sia a Milano, per il monumento a Sandro Pertini, sia a Segrate, in memoria dei Partigiani – diventa occasione per immaginare e costruire uno spazio da attraversare e da vivere, «non solo per conservarne la memoria, ma trasformare i lutti in opere per l’uomo» (Rizzi, 2014), concepito «come una tranquilla piazza […], un luogo per incontrarsi […]» (Rossi, 1988).
Le lettere e i segni che si agitano tra le onde e si sparpagliano nello scorrere costante dell’acqua, a mano a mano, si radunano raggiungendo la sezione del basamento. Lungo il suo perimetro, infatti, come un fregio ininterrotto – circa 80 metri lineari – i segni iniziano a rincorrersi con ordine, ricomponendosi in parole, e nelle parole in frasi, e nelle frasi in racconti.
«Che cos’è il Mediterraneo?» si legge giungendo alla nuova piazza sia da Via Roma sia dal percorso trasversale che la collega a un altro spazio pubblico, un parco giochi per bambini nel quale si colloca Insieme dello scultore Lucio Olivieri. «Mille cose insieme». Prosegue la lettura e il passo, quel movimento degli occhi e, con gli occhi, dei corpi nello spazio che prima dell’intervento proposto era senza misura e definizione e adesso individua, come fosse un atrio, l’ingresso all’edificio che ospita il Museo archeologico delle Isole Pelagie e il Museo della fiducia e del dialogo del Mediterraneo. «Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi». Il testo corre, trapassa la lama umida, le lettere ricadono al suolo, incontrano la superficie inclinata della rampa, la assecondano per ritornare sezione.
«Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli […]». La complessità culturale che ha animato da sempre il Mediterraneo, e che qui è custodita nell’edificio antistante diventa, ad esso, quasi un invito scritto, una didascalia. «Significa incontrare realtà antichissime ancora vive a fianco dell’ultramoderno […]». Una sosta, una lunga seduta ricavata nel basamento si affaccia sul porto e oltre la città costruita si sporge verso il mare aperto. «Significa immergersi nell’arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche aperte a tutti i venti della cultura e del profitto e che da secoli sorvegliano e consumano il mare» (Braudel 1987, pp. 7-9).
Si è nuovamente al punto di partenza, pronti a salire sulla zattera, o approdare a Lampedusa.
Che cos’è il Mediterraneo? What is the Mediterranean?, e ancora Qu’est-ce que la Méditerranée?, ¿Qué es el Mediterráneo?, Τι είναι η Μεσόγειος; ما هو البحر المتوسط؟ . La domanda con la quale si apre la lunga riflessione di Fernand Braudel scelta per raccontare il contesto, un mare che è il mezzo che separa ma allo stesso tempo il dispositivo che unisce, risuona in tutte le lingue che popolano il nostro mare, parlate ed ascoltate, dalla nostra lingua italiana, all’inglese di Malta, dal francese delle ex colonie in nord Africa dallo spagnolo della penisola iberica, al turco, al greco, fino a giungere all’arabo, lingue e abitudini che nei secoli, come Braudel sottolinea, hanno contribuito alla definizione della complessa sezione stratigrafica della cultura di questa porzione di mondo. Lettere latine, molto care al lavoro di Giorgio Milani, che le impiega nelle sue opere – composizioni di caratteri tipografici mobili o, come in questo caso sebbene con una variazione sul tema, tozzetti, masselli autobloccanti in cemento levigati sui quali sono impressi gli alfabeti – sono immaginate e disegnate dallo stesso artista per una serie di opere pubbliche, i Poetari, che abitano piazze e strade in tutto il mondo. Di altezza costante, 14 cm, i singoli masselli impiegati, variabili nella lunghezza, assecondano - come da disegno - lo spazio minimo occupato da ciascuna lettera, da ciascun segno di interpunzione, da ciascun intervallo tra una parola composta e la successiva, e si susseguono e accatastano fino a definire la misura, in altezza, della nuova piazza rialzata di 84 cm che geometricamente riprende allineamenti presenti e attraverso essi cerca un dialogo con la città che esiste.
A Lampedusa, i tasselli disegnati da Milani e prodotti da Paver si susseguono nella nuova piazza, qui resi preziosi da un foglio di bronzo che si modella sull’alfabeto allo stesso modo di una maschera sul volto di un defunto – da sinistra verso destra così come i caratteri dell’alfabeto greco disegnati ad hoc, assecondando lo stesso principio. Allo stesso modo i simboli che corrispondono ai suoni e significati del testo tradotto in lingua araba, invece, invitano ad un movimento opposto come la lingua richiede. L’incontro avviene nelle parole e nella fisicità delle persone che viceversa da destra, con gli occhi e con i copri, procedono verso sinistra.
La sezione è, dunque, il luogo del testo scritto e se l’esterno restituisce, nell’idealità, lo spazio del mare, l'interno è il luogo della vita degli uomini dei loro pensieri e delle loro azioni. «I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma quello che siamo» riflette Fernando Pessoa nel Libro dell’Inquietudine al quale si aggiunge una riflessione di Cesare Pavese raccolta nel Mestiere di vivere, ancora una volta sul viaggio, che ci sembrava adeguata come conclusione di questo percorso, una speranza, un darsi coraggio. «Quale mondo giaccia al di là | di questo mare non so, ma ogni mare | ha un’altra riva, e arriverò».
Alla breve successione di gradoni dell'arena si viene guidati dalle coordinate del Belvedere – 35°30’01.7“N 12°36’19.4”E – incastonate nel piano orizzontale della piazza. Numeri e lettere sono posti come si è soliti ammirarli nei più noti Poetari di Giorgio Milani, che, qui a Lampedusa, protesi verso il mare, guardano come sempre il cielo.
Note
[1] Monumento = lat. MONUMENTUM da MONERE ricordare, far sapere tutto ciò che serve a ricordare qualche grande avvenimento o illustre personaggio, detto specialmente di edifici; dal Dizionario Etimologico.
[2] Definizione tratta dal Dizionario Etimologico.
[3] Dagli obelischi alle colonne agli archi di trionfo, gli elementi dell’architettura eretti nelle città hanno trasmesso - attraverso un racconto fatto di immagini - le gesta di imperatori ed eroi. In tempi più recenti - se si pensa al contesto italiano post-bellico - è il lutto a divenire oggetto di memoria, una perdita di massa, che ha bisogno di essere raccontata attraverso memoriali e sacrari nel paesaggio, spesso nei luoghi teatro di quelle tragedie. Piangere le vittime dei conflitti o celebrarle? Numerosi concorsi a cavallo tra la Grande Guerra e il Secondo conflitto Mondiale hanno visto architetti e artisti interpretare questo tema testimoniando, nel giro di pochi anni, l’evoluzione del rapporto tra forma e significati, forme alle volte strumentalizzate per diventate propaganda. Tema, quello del monumento/memoriale, ancora indagato dopo il secondo conflitto Mondiale, per commemorare la lotta dei partigiani e condannare l’olocausto fino ai conflitti, gli attentati, ai nostri giorni.
[4] Mediterraneo come via di comunicazione e via di commerci è stato teatro di guerre e di viaggi. I naufragi più antichi spesso sono raccontati dall’archeologia, altre volte dalla letteratura. Mediterraneo che è cornice di storie dal viaggio di Odisseo alle battaglie narrate da Ariosto proprio a Lampedusa o le vicende di Prospero e Miranda messe in scena da Shakespeare.
[5] Nome con il quale i romani definivano il Mediterraneo e nome con il quale è stata battezzata l’operazione di salvataggio in mare, da parte della Maria Militare e dall’Aeronautica Militare dei migranti che nei giorni successivi al 3 ottobre fino all’anno successivo, hanno cercato di attraversare il Canale di Sicilia dalle coste libiche verso l’Italia e verso Malta.
[6] La scultura ambientale in pietra calcarea voluta in occasione del quarantesimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci abita 500 mq nella città di Ales.
Bibliografia
BRAUDEL F. (1987) – Il mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni. Bompiani, Milano.
CAMARRONE D. (2014) – Lampaduza. Sellerio, Palermo.
CARRARO M. e SAVORRA M. (a cura di) (2014) – Pietre Ignee cadute dal cielo. I monumenti della Grande Guerra. Ateneo Veneto, Venezia.
CROSET P. (1989) – Gino Valle, progetti e architettura. Electa, Milano.
ENIA D. (2017) – Appunti per un naufragio. Sellerio, Palermo.
FERLENGA A. (a cura di) (1999) – Aldo Rossi. Tutte le opere. Electa, Milano.
PONTIGGIA E., GALBIATI M. e GAZZOLA E. (2021). Giorgio Milani. La scrittura come enigma (Catalogo della mostra: Piacenza, 25 ottobre 2020 - 6 gennaio 2021 - ex Chiesa di Sant’Agostino). Gli Ori, Pistoia.
PESSOA F. (1986) – Il libro dell’inquietudine. Feltrinelli, Milano.
PAVESE C. (1952) – Il mestiere di vivere. Einaudi Torino.
POMODORO G. (1977) – Piano d’uso collettivo a Gramsci- Ales 1977. (Mostra organizzata dal Comune di Venezia). Marsilio, Venezia.
SANSÒ C. (a cura di) (2018) – Renato Rizzi, Lampedusa. La Cattedrale di Solomon. Clean Edizioni, Napoli.