









Antimonumento
A costruzione ultimata, Fernand Pouillon descrisse il Climat de France
in questi termini: «Je voulais que les hommes aient une sorte de
monument. Étant donné qu’il s’agissait de
très petits appartements, faits pour les gens très
pauvres, je voulais que l’esprit monumental entre dans leur
vie» (Utting et al. 2022). Nato con l’intento di
razionalizzare le periferie algerine, con notevoli valori monumentali e
architettonici, il Climat è ora monumento a se stesso, senza
rapporti con la città e il contesto urbano: non ha più i
valori che un tempo incarnava, ma è passato a racchiudere quella
banlieue che si proponeva di sanare (Lagarde, Allik 2011).
La monumentalità dell’edificio ha quindi perso il suo
monitum, il suo simbolismo istituzionale legato ai valori
dell’architettura moderna e del potere francese in Algeria. Non
è più celebrativo dell’ordine e della
razionalizzazione delle periferie di Algeri, né è
“ammonimento” sul passato coloniale della città.
Il memoriale al Climat, dunque, è da configurarsi come
anti-monumento, che incarna valori sociali e rivolti alla
comunità a cui fa riferimento, piuttosto che i valori
precedentemente discussi: come espresso da Mechtild Widrich (2019, p.
57), è un concetto che comporta «a more democratic ethos
of engaging individuals subjectively rather than authoritatively
instilling moral lessons».
Dunque, anti-monumento non è un concetto negativo: è una
forma di espressione che permette la nascita di narrazioni alternative
(Stevens et alii 2018), base teorica e spunto di ragionamento per la
proposta progettuale. Il cuore centrale del memoriale del Climat de
France sta dunque nel concentrarsi sull’Altro, su tutto
ciò che ha modificato e adattato l’uso, le funzioni e la
percezione dell’edificio. Il Climat, vero e proprio palinsesto
dell’azione progettuale, viene quindi preso come punto
d’inizio di un meccanismo logico alla fine del quale è
trasformato in forme negative incise nel terreno. Il Climat, oggetto
architettonico così fortemente connotato, diviene così un
insieme di ulteriori forme, finalmente disponibili al riuso.
Una lettura archeologica per un
progetto d’architettura
Il progetto si costruisce come un’archeologia delle forme
architettoniche, estraendo la logica costruttiva e assemblando gli
elementi semplici individuati (Motta, 1992). E se il progetto, e
l’edificio in cui è inserito, si costruiscono per
analogia, allora il Memoriale porterà alla massima chiarezza la
logica delle forme dell’edificio, diventando legenda del Climat.
Si è cercato di individuare le logiche compositive secondo le
categorie della geografia, della tipologia, della distribuzione, della
geometria e della facciata. Per ognuna, individuata una specifica
rappresentazione, in pianta o in sezione o in elevato, si è
proceduto a spogliare le forme attuali dei loro attributi, fino ad
arrivare alla loro struttura: togliendo ulteriori forme non sarebbero
stati più riconoscibili. Come oggetto geografico, i due corpi di
fabbrica più lunghi sono dei veri e propri muri di terrazzamento
del versante della collina che va verso il mare, individuando tre piani
a quote differenti (primo schizzo in alto a destra sulla tavola). Come
tipo edilizio è un edificio a corte, solo che qui sono presenti
una serie di recinti formati da oggetti architettonici differenti: il
corpo di fabbrica e il colonnato, che a loro volta possono essere
composti in ulteriori elementi non ulteriormente riducibili – gli
elementi semplici dell’architettura. Come oggetto distributivo,
il vano scala si ripete in maniera regolare in pianta, creando un ritmo
omogeneo, in sezione collega i diversi piani terrazzati. Come oggetto
geometrico, il Climat si costruisce a partire dalla ripetizione di
un’unità, la colonna, che dà una precisa griglia di
proporzionamento, dove a volte subentrano delle irregolarità,
che fanno saltare le proporzioni. Infine, come oggetto di decoro, la
facciata presenta un colonnato, che è la parte pubblica, la vera
facciata immutabile e composta, e un muro alle sue spalle, che è
possibile modificare senza alterare il disegno architettonico della
corte.
Un progetto d’architettura
per una lettura archeologica
Ottenere il minimo grado di riconoscibilità dell’opera
significa arrivare a delle forme che non hanno più gli attributi
esterni dell’oggetto reale ma a delle logiche formali che
è possibile ritrovare in altre opere, ovvero al massimo grado di
universalità del progetto. Come si diceva il Climat si scompone
in elementi semplici: corte, recinto, colonna e volume, che si
combinano per dare unità abitative, peristili e sale ipostile.
Nel progetto queste forme vengono riprese nella loro impronta al suolo,
in negativo, intendendo i corpi di fabbrica come vasche intorno a un
elemento centrale rialzato. Analogamente, la distribuzione porta dal
livello della piazza al centro del memoriale attraversando la serie
delle vasche, così come nel Climat i vani scala portano dal
terrazzo inferiore al centro della corte.
Il tipo edilizio del complesso e del progetto è l’edificio
a corte. Il primo è formato da un corpo di fabbrica e da un
colonnato verso la corte. Questi due recinti si costruiscono allo
stesso modo, con un elemento che individua uno spazio interno e uno
esterno, e un altro che, ripetendosi, dà la misura
architettonica dello spazio della corte. Come per il peristilio
è la colonna che assolve alle due funzioni, così per il
corpo di fabbrica il muro della faccia esterna è
l’elemento separatore, mentre i setti delle unità
abitative quello ripetitivo. Nel progetto le colonne vengono riprese
nella loro impronta al suolo come impluvi intorno a un podio centrale.
Tuttavia, come nel Climat, così nel progetto, interviene un
secondo tipo che rompe quello a corte, la sala ipostila, negandogli la
continuità.
L’edificio diventa quindi la cornice, il bordo, il passepartout
che inquadra e dà senso a ciò che è contenuto al
suo interno, arrivando a un rapporto dialettico di
riconoscibilità tra centro e bordo. Allo stesso tempo, il
progetto è da intendersi come un’incisione della crosta
terrestre, rivelando delle forme che sono sempre state lì in
attesa: lo spazio liscio della corte del Climat de France si svela come
spazio rugoso e inciso.
Una lettura etnologica per un
progetto di scultura
Un ulteriore livello oltre la lettura geometrica e compositiva del
Climat è lo spirito programmatico e sociale dell’opera.
Seppure fuori scala, è possibile leggere nella sua conformazione
geometrica e geografica il tipo edilizio tradizionale della
città arabo-musulmana: la mahalla, in arabo محلة. Storicamente
istituzioni sociali autonome costruite intorno ai legami familiari e ai
rituali islamici, sono oggi, per una sorta di metonimia, comunemente
conosciute come quartiere delle grandi città e dei centri
abitati a maggioranza musulmana (Dahmani 1983). Le mahalla si
collocavano su un piano intermedio tra la vita familiare privata e la
sfera pubblica: attraverso la solidarietà delle mahalla,
venivano svolte cerimonie, rituali religiosi, la gestione delle risorse
e la risoluzione dei conflitti, ma anche la semplice vita comunitaria e
il tempo libero (Cresti 2015). È nel contesto della mahalla che
la piazza delle Duecento Colonne del Climat de France assume un
ulteriore significato. Oggi il Climat rappresenta un complesso
abitativo di dimensioni monumentali, rivolto su se stesso e quindi con
una forte idea di comunità chiusa e coesa al suo interno.
Dunque, si può ipotizzare di donare ad uno spazio così
ampio, impersonale e spaesante, quella funzione di punto centrale e di
luogo di aggregazione per la comunità che un tempo aveva.
L’arte dello spazio
Il progetto, dunque, agisce sulla conformazione del suolo al fine di
creare spazi per chi vive in questa realtà monumentale. La
concezione partecipata – non tanto della progettazione, ma della
vita stessa del memoriale – ha precedenti illustri.
Gli earthworks di Isamu Noguchi, le sue creazioni di giardini zen e
l’inserimento dell’elemento naturale in spazi antropizzati
e monumentali, sono chiaro esempio della necessità di creare
nuovi approcci alla gestione dello spazio con una forte influenza della
scultura e con un rapporto soggettivo e personale con lo spazio aperto.
Un esempio significativo è il Jardin de la Paix della sede
UNESCO di Parigi, dove l’imponenza e la geometria netta del
grande edificio è quasi in contrapposizione con gli spazi intimi
e raccolti del giardino (Weilacher 1999).
Le opere di landscape architecture di Louis Kahn invece sono una
commistione profonda e intrinseca tra l’architettura ed il
paesaggio (Ashraf 2007), in cui anzi l’architettura è
fenomeno del paesaggio, come per il progetto per il Franklin Delano
Roosevelt Memorial di New York (Brownlee, De Long 1995). Infine, anche
gli spazi esterni di Luis Barragan si ricollegano alla dimensione umana
e alla commistione tra le arti plastiche e l’architettura dello
spazio vissuto (Ambasz 1984).
Gli spunti compresi, dunque, servono a trattare gli spazi del Climat de
France con lo stesso sguardo: da un lato, coniugando la forma
architettonica con la componente spaziale e paesaggistica, e
dall’altro restituendo ai residenti del Climat l’utilizzo
della piazza con la creazione di nuovi spazi a misura d’uomo.
In tutti i casi citati in precedenza il rapporto tra l’opera e
l’osservatore è cruciale per comprenderne le forme e le
geometrie. Andando oltre al rapporto soggetto-oggetto della relazione
visuale, l’utilizzo dello spazio e delle sue nuove forme –
anche in modi non ortodossi, da parte del visitatore/abitante/soggetto
– è necessaria alla formazione stessa del
monumento/memoriale.
Monumenti vivi
Il progetto non prescinde dalla necessità, esasperata nella
contemporaneità, di svincolare il monumento da una figura o da
intenti celebrativi e consegnarlo invece direttamente nelle mani delle
persone che ne condividono lo spazio (Alfano et al 2022).
L’attribuzione a priori di significati celebrativi a luoghi e
monumenti si è scontrata negli ultimi anni con la crescente
consapevolezza dell’arbitrarietà e della
temporaneità di tali interpretazioni, rivelatesi spesso fallaci
e parziali. Si rende quindi necessario pensare a un monumento che sia
destinato alle persone che lo vivono quotidianamente (Ng 2023).
Il progetto si pone quindi come un tentativo di aprire il monumento a
un dialogo diretto con l’Altro e con altri. La rifinitura delle
superfici è in calce, materiale che ha grande diffusione nel
Mediterraneo meridionale e orientale per la finitura degli edifici; si
riporta quindi una sensibilità vernacolare all’interno del
complesso del Climat (Piernas Medina 2022). Il monumento si pone come
tramite per l’interazione tra l’oggetto architettonico e le
persone attraverso la tecnica dello sgraffito su calce con cui i
fruitori sono invitati fin da subito ad agire e interagire attraverso
la creazione di nuovi strati, scritte e bassorilievi realizzati con
strumenti semplici, che ciascuno può avere a disposizione (Banca
della Calce 2018).
Lo sgraffito è una tecnica di decorazione muraria di origini
antiche, usata sin dal Medioevo in Europa e diffusa anche in Africa,
che prevede l’applicazione di due strati di intonaco (uno
colorato con materiali naturali e uno bianco di calce) per poi
procedere all’incisione dello strato di calce e rivelare il
materiale sottostante. Si collega così una tecnica antica a una
pratica contemporanea piuttosto diffusa, quella di praticare incisioni
su superfici pubbliche con nomi, simboli o messaggi. Tramite lo
sgraffito, si invitano le persone che abitano il luogo a intervenire
sulla superficie del monumento, creando disegni o testi che apportano
il segno del loro passaggio all’interno dello spazio.
Si innesca così una narrazione in continua evoluzione, un
rovesciamento della passività dei monumenti classici e
celebrativi al centro delle piazze: qui il monumento è pensato
immediatamente, sin dalla sua progettazione, per essere modificato
liberamente. Un monumento non fatto solo più per essere guardato
con distacco e riverenza, ma che va vissuto, usato e scritto,
riprendendo il grande dibattito sull’arte come gestualità
condivisa: chiunque, in qualunque momento, intervenendo, partecipa al
monumento, lo rende attivo con la sua aggiunta, in un processo di
democratizzazione dell’arte.
Per un manifesto
Il progetto non si slega dalla sua connotazione di memoriale ma lo
diventa, in questo caso, in quanto memoria storica e condivisa che
convive sullo stesso oggetto, continuamente, senza gerarchie temporali.
Una memoria fatta di continue e infinite stratificazioni, e che si
presta finalmente ad essere memoriale di tutte e tutti, non più
solo di un evento o di una persona specifica.
Un monumento quindi creato per essere “consumato”, non
più un simbolo immobile e statico, ma un monumento
“vivo”, in una continua attribuzione di significati da
parte della popolazione che con esso si interfaccia nella vita
quotidiana. L’azione effettiva e materiale esercitata dai
residenti sul monumento, sia attraverso il suo utilizzo come spazio
pubblico e di aggregazione, sia attraverso la tecnica dello sgraffito,
si configura come una riappropriazione dello spazio della corte delle
Duecento Colonne. Il memoriale, quindi passa da oggetto statico, da
osservare, a elemento dinamico e fruibile nella vita dei residenti.
Il progetto è un tentativo di riunire in sé diverse
riflessioni. La reinterpretazione dal positivo al negativo della
struttura diventa il suo opposto a livello concettuale e pratico,
consegnando nuovamente la corte alle persone che la vivono. Il
monumento diventa nella sua interazione continua un perenne memoriale
– un memoriale di qualunque cosa e persona – svincolato dal
suo essere un oggetto statico. L’archeologia delle forme lo
smonta e rimonta in qualcosa di altro: un anti-monumento.
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