YU_topia. Balkan Architecture

Marina Tornatora, Blagoja Bajkovski, Ottavio Amaro



Se c’è un luogo dove l’Oriente e l’Occidente si toccano, si scontrano e si contaminano, quella è la penisola balcanica. Predrag Matvejević la definisce «regione di mezzo […] confluenza tra Oriente e Occidente, crocicchio tra Est e Ovest, linea di demarcazione tra latinità e mondo bizantino, ambito dello scisma cristiano, frontiera della cristianità con l’Islam». Una diversità che si è spesso tradotta in conflittualità, vero ostacolo per l’attenzione globale sul piano culturale e della visibilità della produzione artistica e architettonica. Complice lo stereotipo interpretativo dell’«in between» (Mrduljash, 2012), politico e culturale, e la percezione della penisola balcanica come «semi-periferia» di un Occidente industrializzato, con la conseguente sottovalutazione della peculiarità architettonica e urbana.

Il numero monografico di FAMagazine propone una riflessione sul ruolo e la singolarità di tale produzione architettonica nelle città della ex Jugoslavia, dove il processo di modernizzazione avviato dal secondo dopoguerra rimane ancora una pagina da indagare nelle sue articolazioni e specificità. Senza avere la pretesa di una ricostruzione storica, i diversi contributi tentano un'interpretazione delle vicende e dei progetti poco conosciuti delle città balcaniche che ancora oggi possono essere significativi per la condizione contemporanea. In questa direzione il lavoro intende proporsi come uno strumento di riposizionamento ma anche come occasione di dibattito e approfondimento in particolare degli anni '60 e '70.

Si tratta di una fase storica che recentemente sta sempre più interessando studi e ricerche, aprendo un nuovo sguardo su un ampio fenomeno culturale e teorico, intrecciato ai diversi contesti nazionali, la cui produzione architettonica è stata spesso soffocata da una retorica storiografica e politica che ha avvolto queste opere in una percezione negativa e in un diffuso senso del ‘disprezzo’.

Tra i primi eventi che hanno avviato una rilettura di questa fase va ricordato sicuramente il simposio Brutalism. Architecture of the Everyday. Culture, Poetry and Theory organizzato dal Karlsruhe Institute of Technology e dalla Wüstenrot Stiftung alla Akademie der Künste di Berlino nel 2012, che supera l'approccio storiografico di ricostruzione delle biografie dei protagonisti e delle loro opere, per avviare una riflessione sull’architettura brutalista come espressione di una “modernità differente”, capace di intercettare e caratterizzare in maniera originale i processi di cambiamento in atto nell’Occidente dopo la Seconda Guerra mondiale. Quasi contemporaneamente in Slovenia Unfinished modernizations, between utopia and pragmatism inaugura al Maribor Art Gallery un ciclo di seminari, sviluppato nel corso di due anni di lavoro dal 2011 al 2012 accompagnati da una mostra, curata da Maroje Mrduljaš, Vladimir Kulić, che rappresenta un'altra tappa di questo percorso, soffermando l'attenzione sulle architetture dei paesi dell'ex Jugoslavia a partire dall'avvento comunista nel 1945 al crollo della Repubblica federale socialista nel 1991. Le opere provenienti da Croazia, Macedonia, Bosnia, Erzegovina, Montenegro, Serbia e Slovenia vengono rilette attraverso una nuova luce, libera dalla retorica del "progresso socialista" e ricollocate rispetto alla storia consolidata dell'architettura mondiale. Analoga operazione compie la mostra organizzata dal MoMA di New York tra il 2018 e '19, Toward a Concrete Utopia: Architecture in Jugoslavia, 1948-1980 che attraverso oltre 400 disegni, modelli, fotografie e filmati sancisce il ruolo della produzione architettonica brutalista in Jugoslavia a livello internazionale e la sua eccezionalità non soltanto per qualità e quantità ma anche per la specifica intersezione tra una storia comune e un'identità collettiva in uno stato multietnico, caratterizzato dalla convivenza di bisogni e influenze opposte. L’indagine sull’architettura della Jugoslavia cammina parallelamente alla recente rilettura del Brutalismo come testimonia la mostra SOS Brutalism. Save the Concrete Monsters!, promossa dal Museo di Architettura tedesco di Francoforte - Dam - e dalla fondazione Wüstenrot di Ludwigsburg che ha avviato la costruzione di un archivio digitale in open source, attualmente contenente oltre 1.600 architetture con l'intenzione non solo di mostrarne la capillarità ma anche di porre i riflettori sulla questione della conservazione di un enorme patrimonio oggi a rischio di demolizione e in condizioni di forte degrado. Anche sui social media si assiste a un crescente fenomeno di diffusione di foto e immagini di architetture brutaliste, delle quali i nuovi dispositivi di comunicazione riescono a esaltare valori estetici e formali inesplorati. Il proliferare di pagine facebook, blog e hashtag - si stimano 481.000 post su Instagram con hashtag #brutalism, oltre alle decine di migliaia con altre versioni - è il segno tangibile di una rinnovata attenzione e una diversa percezione di queste opere come ha provato Virginia McLeod a dimostrare nel volume Atlas of Brutalist Architecture, nel quale arriva a sostenere che "Instagram salverà il patrimonio brutalista".

Nel 2018 99Files propone presso il MoCa, Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Skopje, una mostra e un Archivio digitale attraverso una call internazionale, ideata dal Laboratorio Landscape_inProgress[1] dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, concepita come un osservatorio interdisciplinare sul patrimonio brutalista. La capitale macedone, la cui ricostruzione dopo il terremoto del 1963 si identifica con la cultura architettonica brutalista, è assunta come un laboratorio per stimolare un diverso punto di osservazione delle architetture moderniste e brutaliste balcaniche, liberarle dalla connotazione negativa causata dai retaggi ideologici e tracciare differenti direzioni interpretative di un’importante fase della storia del pensiero architettonico.

Il numero monografico YU_topia. Balkan architecture si inserisce in questo dibattito, proponendo un viaggio nei paesi della ex Jugoslavia, attraverso le sue città, terreno di sperimentazioni e di tentativi di modernizzazione. Zagabria, Lubiana, Sarajevo, Belgrado, Skopje, Pristina e Podgorica, oggi non più appartenenti ad una realtà politica unitaria, consentono tuttavia di tracciare una traiettoria di conoscenza e ricerca per una fase storica da riposizionare nel dibattito internazionale.

Con l’intenzione di sfatare l’idea che questa regione sia priva di una propria fisionomia, i diversi contributi rivelano il grande fermento culturale e il ruolo che il progetto di architettura, sebbene con molte difficoltà, ha comunque giocato nei diversi contesti nazionali, capace, spesso, di esprimere un linguaggio unitario, ma con differenti e originali declinazioni.

Inoltre, il crescente interesse per questa fase storica, apre una riflessione sul ruolo del progetto contemporaneo per un patrimonio “in via di estinzione”, in coerenza con i suoi valori etici e non solo estetici. Riflessione indispensabile nel contesto balcanico e indissolubilmente connessa alle vicende storico politiche dei paesi della Jugoslavia, dove la produzione architettonica e urbana è espressione visibile delle «rotture» (Kirn, 2014), delle interruzioni e degli altrettanti ri-cominciamenti. Una ricerca necessaria, dunque, sia per superare l'attuale condizione di oblio, e sia per mettere in luce le peculiarità di tale produzione, in molti casi incompiuta per gli obiettivi spesso irrealistici dei programmi di modernizzazione del socialismo autogestito e per la oggettiva condizione di arretratezza tecnica ed economica di un territorio in gran parte rurale, distrutto dalla guerra.

Decisiva è sicuramente la visione di Tito che imprime un’accelerazione al cambiamento per un’architettura libera dai condizionamenti del socialismo sovietico, capace di identificare l’unicità della Jugoslavia nella nuova condizione politica e sociale. Tito avvia un impegnativo programma di urbanizzazione e industrializzazione del paese che risponde a una visione utopica egualitaria, basata sugli ideali di una società autogestita dalla classe operaia nelle fasi decisionali e in quelle produttive.

Gli architetti tracciano una nuova strada come è evidente nel progetto di Vjenceslav Richter per il padiglione della Jugoslavia all’esposizione universale di Bruxelles nel 1958, dove l'innovazione si traduce in sperimentazione strutturale, come manifestazione del nuovo corso in ambito internazionale.

La modernizzazione del settore edilizio nei processi di ricostruzione e di progettazione delle reti infrastrutturali e di nuove città, è rappresentata dall’uso del calcestruzzo che diventa il materiale simbolo del cambiamento.

L’etica del «As found[2]», che nel pensiero brutalista rappresenta l’attitudine a guardare la realtà, assume in tale contesto altre declinazioni nelle quali le superfici grezze e rugose costruiscono un lessico riconoscibile non più espressione della volontà di stabilire relazioni con la realtà concreta, quanto di rappresentare la visione utopica egualitaria del socialismo autogestito della Jugoslavia.

La vita culturale delle città jugoslave è vivace e aperta alle influenze esterne, anche per la presenza di giovani architetti che, formatasi all'estero, al loro ritorno trasferiscono le esperienze personali. Questo, a partire dagli anni ‘30, favorirà un clima culturale, non solo fecondo agli sviluppi dell’architettura nel secondo dopoguerra, ma imprimerà il carattere alle trasformazioni che manterranno sempre un forte legame con la cultura urbana locale connessa al dibattito internazionale.

È quello che accade a Lubiana già a partire dagli anni ‘20, dove si consolida una cultura architettonica con una vera e propria “scuola” vicina alle università viennesi, formatasi attorno all’ateneo fondato da Ivan Vurnik (1884-1971) e Jože Plečnik (1872-1957).

La fase della ricostruzione dopo il secondo conflitto bellico è legata alla figura di Edvard Ravnikar (1907-1993), discepolo di Plečnik, che ne imprime una notevole caratterizzazione, coniugando gli insegnamenti classicisti del suo maestro con il brutalismo di Le Corbusier, con cui aveva collaborato durante un periodo di lavoro a Parigi.

La rilettura (Skansi, Campeotto), non in chiave politica, di Piazza della Rivoluzione (1960-80), oggi piazza della Repubblica, pone in evidenza l’unicità della vicenda jugoslava nella tensione tra modernità, stratificazioni urbane e cultura regionale. Il complesso della piazza, dinamico e permeabile, trova nella costruzione del suolo il rapporto con il contesto, ridimensionando la monumentalità ma anche il modernismo internazionale.

Si può intravedere un vero e proprio percorso degli architetti sloveni che estraggono materiali dalla tradizione dei luoghi e li reinterpretano con un linguaggio moderno, come risulta nel lavoro di Oton Jugovec (1921-1987), segnato da un equilibrio tra modernità, patrimonio rurale, artistico e architettonico locale (Pirina).

Un carattere che trova a Sarajevo (Gruosso, Zejnilović) una evidente formalizzazione nella combinazione tra l’ideologia egualitaria comunista e l’interpretazione "modernista" dell’autenticità dell’architettura locale grazie al lavoro di una generazione di architetti che imprime un significativo cambiamento nella scena architettonica degli anni '60.

Influenzata da Zagabria e Belgrado, l’architettura bosniaca ha nella figura di Juraj Neidhardt (1901-1979) un maestro, sostenitore dell’idea di «città a misura d’uomo» e della creazione di un «polo bosniaco dell’architettura», entrambi fondati sull’aspirazione a trascendere i valori architettonici ereditati in un’interpretazione nuova e moderna.

Il lavoro di Neidhardt per l’espansione di Sarajevo traccia un percorso di transizione tra le parti storiche esistenti, alle quali viene attribuito una qualità insediativa e tipologica, e quelle contemporanee. Nelle sue soluzioni urbane e architettoniche per la città emerge la meticolosa ricerca sviluppata negli anni con Dusan Gabrijan (1899-1952) sull'architettura ottomana, nella quale entrambi riconoscono quelle qualità urbane e formali trattate da Le Corbusier nel suo Viaggio in Oriente. Negli scritti dei due architetti, in lingua serbo croata, solo recentemente tradotti, trapela un intreccio di rimandi e analogie tra gli studi sul patrimonio storico bosniaco e il maestro svizzero, da sempre affascinato dalle città ottomane e islamiche. Per Neidhardt, che collabora allo studio di Le Corbusier per diverso tempo, l’architettura moderna in Bosnia corrisponde a una rilettura delle radici e alle connessioni con le idee lecorbuseriane sulle regole urbane e architettoniche.

Un ruolo cruciale nello sviluppo della Bosnia ed Erzegovina è rappresentato dall’occasione dei Giochi Olimpici di Sarajevo nel 1984, con la costruzione di interi impianti sportivi che rappresentano delle importanti sperimentazioni tipologiche e architettoniche, consentendo anche di acquisire competenze nella protezione dell'ambiente naturale e nel turismo.

Anche Zagabria (Pignatti) è una città attiva dal punto di vista economico, sociale e culturale, dove le trasformazioni urbane e l'innovazione architettonica si sono rafforzate a vicenda. Come Joze Plečnik a Lubiana, Viktor Kovacić (1874–1924) e Ernest Weissmann (1903-1985) a Zagabria svolgono un ruolo trainante per uno spostamento verso la modernità seguito da un numero consistente di altri architetti che iniziano la propria carriera con progetti ed edifici di chiara matrice innovativa.

Weissman, inoltre, partecipa al CIAM elaborando con dei giovani colleghi una serie di studi sulla città dai quali si avvia il processo di modernizzazione e le idee per il Piano della Nuova Zagabria, di ispirazione lecorbuseriana. Pensata da Vladimir Antolic come prolungamento lineare della città esistente oltre il fiume, la nuova espansione è disegnata attraverso un sistema aperto di infrastrutture all’interno della quale liberamente si dispongono edifici, torri e spazi verdi.

Mentre per Belgrado, (Ducanovič, Beretič), capitale della Jugoslavia, l’attenzione e il dibattito si sviluppa sulla fondazione di una nuova città, Novi Beograd, per la quale viene scelto un sito completamente vuoto, senza tracce del passato con l’intenzione di creare il modello della “città socialista” basato sulle idee più innovative e egualitarie della pianificazione. La vicenda che prende avvio dalla fine della guerra in Jugoslavia, vede il susseguirsi di proposte che, dall’impianto più classico a raggiera proposto da Dobrović sino a quello di Ravnikar ispirato alla Ville Radieuse di Le Corbusier, si liberano progressivamente dalla monumentalità e dagli echi classicheggianti per un uso del telaio in cemento armato come elemento regolatore degli edifici. Chandigarh e Brasilia diventano i riferimenti per le architetture di rappresentanza, mentre i Blocks residenziali, realizzati dal 1957 fino agli anni ’80, corrispondono a grandi isolati immersi nel verde che riprendono le istanze della Carta di Atene. Per consentire una maggiore flessibilità rispetto al telaio strutturale in cemento armato, parte fissa della progettazione, viene scelta la prefabbricazione che inciderà nel linguaggio architettonico del sistema residenziale.

Nel caso dello sviluppo urbano di Pristina durante il socialismo c'è una limitata documentazione, anche se negli ultimi anni il numero di pubblicazioni è aumentato, insieme alla consapevolezza della sua conservazione. (Florina Jerliu)

Anche il Kosovo è interessato da quel processo di trasformazione e modernizzazione orientato a rappresentare il ruolo della Jugoslavia nel contesto geopolitico, tentando di marcare le differenze con il comunismo sovietico. Tuttavia, nella capitale gli interventi spesso non sono organici e alla compattezza della città ottomana, il piano urbanistico sparge pezzi non completamente compiuti che in alcuni casi cancellano parti vitali del tessuto storico.

L’eredità più evidente è una frammentazione non solo di brani urbani ma anche di linguaggi. Come altrimenti interpretare un’opera come la Biblioteca Nazionale (1982) del Kosovo, a Pristina, progettata dall’architetto croato Andrija Mutnjakovic (1929) che «nella sua radicale diversità e alterità sorge come un oggetto sorprendente e maestoso all’interno di un perimetro che resta tuttora una specie di grande «waste land urbano» (Jacob, 2019). La nitida geometria dei volumi, marcati dalla struttura metallica esterna, rende la Biblioteca maestosa e visibile da lontano, per ritrovare la dimensione umana nel suo interno.

Un’altra specificità è rappresentata dal Montenegro, (Nikolić, Marović), anch’esso interessato dal processo di unificazione dell’identità nazionale e da quel cambiamento sociale proposto come «Third Way’»’ della guerra fredda (Stierli e Kulić, 2018). L’introduzione delle “ferie pagate per i lavoratori", incentivando lo sviluppo del turismo lungo la costa, porta alla costruzione di numerose strutture alberghiere per rispondere a questa nuova domanda.

Dagli anni ‘60, architetture definite dalla composizione di più forme sino a delle vere e proprie megastrutture sempre più complesse, rappresentano un invito al viaggio che con il Piano territoriale regionale per l'Adriatico meridionale, più tardi noto come "Jadran I", interesserà l'intera zona costiera della Jugoslavia.

Un approccio architettonico specifico nella progettazione delle strutture alberghiere sulla costa montenegrina è rappresentato dall'opera progettuale dell'architetto Milan Popović, segnata dalla ricerca di interazione tra architettura e natura. Nei suoi numerosi progetti, le terrazze, le passeggiate, le aree verdi con la vegetazione locale, costruiscono un lessico ricorrente per un’intera generazione di architetti.

In tale clima di fermento culturale, una spinta significativa viene da Skopje, (Tornatora, Bajkovski) dove a seguito del terremoto del 1963, che rade al suolo la capitale della Repubblica di Macedonia, si apre il confronto nazionale e internazionale per la ricostruzione della città. L’ambizione è quella di rappresentare le aspirazioni politiche, economiche e sociali della Jugoslavia sulla scia delle esperienze della Nuova Zagabria (1930-1962) e della Nuova Belgrado (1929-1954). Non è azzardato pensare che Skopje, come Brasilia (1960) e Chandigarh (1953), ha rappresentato negli anni ‘60 l’occasione per mettere in atto i principi della cultura architettonica moderna, di cui queste città nelle loro diversità, rappresentano i risultati più ambiziosi e allo stesso tempo contraddittori.

Il Piano di Kenzo Tange per la ri-fondazione di Skopje diventa un'occasione unica per mostrare al mondo il modello del socialismo jugoslavo, trasformandola in un laboratorio internazionale di riflessione concreta delle teorizzazioni urbane del CIAM. Il progetto radicale e futurista del team giapponese vincitore del concorso rappresenta gli ideali della ricostruzione, con una visione innovativa della città che adotta il modello della modernizzazione del Giappone. Tange è un anello di congiunzione tra la tradizione del mondo orientale e il linguaggio moderno occidentale che avrebbe potuto proiettare la Jugoslavia nel contesto internazionale, rifondando la Nuova Skopje attraverso quel monumentale sistema infrastrutturale che organizza e struttura la città, già indagato nel Piano per la baia di Tokyo (1960).

La città è disegnata da una rete di collegamenti continui, carrabili e pedonali, ai quali si innestano perfettamente riconoscibili «nuovi prototipi» (Tange 1965) architettonici proposti come elementi che definiscono la struttura portante del disegno urbano: il muro, City Wall e la porta City Gate. Il proliferare di numerose architetture in cemento a faccia vista genera un «beton brut cityscape». (Lozanovska, 2015)

A delineare una diversità architettonica della Jugoslavia, sono anche alcune donne architetto che hanno svolto un ruolo significativo nella progettazione delle città. In particolare, Milica Šterić (1914-1998), Mimoza Tomić (1929), Olga Papesh (1930-2011), Svetlana Kana Radević (1937-2000) e tante altre rappresentano l’immagine della donna socialista aggiungendo alla progettazione uno sguardo “emozionale e sensibile” grazie anche alle esperienze maturate all’estero, che gli consentono di ”addomesticare” la rigidità delle soluzioni architettoniche e urbane.

Non vi è dubbio che la forte spinta all’unificazione dell’identità nazionale della Jugoslavia innescata dai processi di trasformazione delle diverse città, ha inciampato nelle vicende locali, non riuscendo a configurare un’architettura omogenea e coesa, ma una serie di declinazioni nei diversi “centri”.

In questo incrocio di linguaggi e esperienze, la costellazione degli Spomenik – parola serbo-croata per indicare monumento – realizzati negli anni '50 e '90, rappresenta l’elemento unitario e trasversale che lega i diversi popoli della ex Jugoslavia. (Amaro, Schepis)

Sono circa 14.000 memoriali (il numero è indefinito in mancanza di un vero censimento), voluti da Tito per ricordare le vittime della resistenza del suo popolo durante la Lotta di Liberazione Popolare (1941-1945), disseminati sui territori andando a creare un reticolo nazionale che supera differenze e trascrive le tracce della memoria sui luoghi.

Dalle montagne fino al mare, i memoriali si ergono come presenza attiva nel paesaggio, come configurazione di uno spazio di incontro per mettere in relazione il popolo, la memoria e la narrativa della "Nuova Jugoslavia", andando a rappresentare la più estesa esperienza di costruzione di monumenti.

Non vi è dubbio che il programma complessivo della Jugoslavia socialista non si è compiuto: rimangono i progetti realizzati che sono ancora funzionanti, rappresentando la struttura portante e identitaria delle città slave dove evidenti sono i profondi cambiamenti sociali e i successivi i principi di modernizzazione. Questo tessuto di progetti, segnato da interruzioni e incompletezze, espressione di una eccezionalità per qualità e quantità, affida all’architettura il ruolo di materializzare l’intersezione tra storia comune e identità collettiva in uno stato multietnico, caratterizzato dalla convivenza di influenze eterogenee. Con la caduta del socialismo e la disgregazione della Jugoslavia, questa moltitudine di opere non è stata più percepita come espressione di modernità, ma simbolo di un passato da rimuovere attraverso trasformazioni e demolizioni. Sebbene una parte consistente di tale patrimonio sia ancora utilizzata, l'idea originaria di sviluppo urbano a beneficio del bene pubblico è stata totalmente rimossa attraverso interventi isolati ed eteropici La spinta utopica interpretata dall’architettura è stata travolta dall’emergere dei divisionismi tra i diversi paesi, molti edifici pubblici sono stati privatizzati, molti monumenti vandalizzati o demoliti.

Tuttavia tale produzione ci richiama alla necessità di un approfondimento per colmare un vuoto conoscitivo e storiografico, come testimoniato dalla carenza di pubblicazioni oltre le lingue slave, ma soprattutto per tentare di ribaltare quegli stereotipi culturali secondo i quali «Visto attraverso la lente occidentale contemporanea, la regione balcanica, e la Jugoslavia più specificamente, difficilmente è considerata un punto di innovazione culturale e architettonico.» (Stierli, 2018) 

Una posizione sostenuta dalla storica Maria Todorova che ha provato a dimostrare come sin dalla metà dell'800 si è fissata un'immagine negativa dei Balcani da parte della cultura occidentale, con l’affermazione di una distinzione netta tra i Balcani e l'Europa: due opposti, da una parte l'immagine positiva dell'Europa, basata sui valori dell'Illuminismo, dall'altro lato il suo negativo, i Balcani.

YU_topia. Balkan architecture vuole, dunque, essere l’occasione per una riflessione su alcuni interrogativi ancora aperti.

È possibile pensare all’architettura della Jugoslavia, e più in generale dei Balcani, attraverso un altro orizzonte? Il processo di modernizzazione delle sue città può essere osservato come l’«invenzione della tradizione» (Hobsbawm e Ranger, 1997)? Ragionare su questo spazio geografico non significa forse, come ci indica Łukasz Stanek in Architecture in Global Socialism, ampliare la traiettoria di ricerca sull'incontro, per esempio, tra i paesi socialisti europei con quelli africani e asiatici durante la Guerra Fredda, quando si intensificano scambi e collaborazioni che incidono sull’architettura e la pianificazione?

In conclusione, ci si chiede se è possibile svestire i Balcani dalla percezione di isolamento e marginalità alla quale la storia dell’architettura del ‘900 ci ha abituato, attraverso uno sguardo laterale capace di innescare nuove narrazioni e geografie come ha provato Franco Cassano, riflettendo su un’Europa sempre più schiacciata dai modelli imposti dalla cultura nordica

Quando la retorica del moderno accusa i primi pesanti colpi a vuoto e il dibattito teorico contemporaneo prende a parlare di era postmoderna, il Mediterraneo esce dalla gabbia di una configurazione esclusivamente negativa e inizia a mutare significato. L'immagine del Mediterraneo appare a questo punto ribaltata: non più qualcosa che ha preceduto il moderno e lo sviluppo, una periferia degradata di esso, ma un'identità deformata da riscoprire e da reinventare al contatto con il presente, non più ostacolo, ma risorsa. (Cassano, 2003)

Note

[1] Landscape_inProgress è una struttura di ricerca e di progettazione, coordinata da Marina Tornatora e Ottavio Amaro, Dipartimento dArTe, Università Mediterranea di Reggio Calabria, che indaga i “Paesaggi in Divenire”, cioè quei paesaggi in costruzione, spesso in funzione di grandi opere o di grandi eventi che ne cambiano e, talvolta, stravolgono le connotazioni esistenti. Il Laboratorio è concepito come uno spazio multidisciplinare di interconnessione tra l’architettura, la città e il paesaggio, nel quale diverse figure – architetti, paesaggisti, agronomi, fotografi, artisti etc. – sono coinvolte in un’azione di conoscenza e interpretazione dei luoghi.

L’idea è quella di ripercorrere i territori attraverso un punto di vista mobile, in un’azione di simultaneo avvicinamento e allontanamento, capace di cogliere ed elencare valori e immagini delle realtà complesse ed eterogenee.

Il Laboratorio collabora con Enti Pubblici e Associazioni no profit, svolgendo attività di consulenza e ricerca scientifica, garantendo un approccio integrato e innovativo per lo studio della città e del paesaggio.

[2] "As Found" nasce in occasione della mostra Parallel of Life and Art, del 1953 all’Istituto di Arte Contemporanea a Londra, curata da A. P. Smithson, E. Paolozzi e N. Henderson. I collage propongono un accostamento di immagini di frammenti archeologici, maschere etniche, parti del corpo umano, immagini ai raggi X o al microscopio.

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