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Rileggere Carlo Aymonino: una non facile ma utile
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Già ad una prima presa, il volume Carlo Aymonino. Progetto, Città, Politica pare scaturire dal clima di effervescenza culturale promosso da Orazio Carpenzano alla Sapienza e nel contesto romano, in particolare sui temi della ricerca progettuale riguardante la città rispetto ai quali proprio Carlo Aymonino è stato un grande promotore, dentro e fuori l’accademia. Un libro complesso, esito di una coralità dodecafonica, specificamente congegnato per poter cogliere la polisemia del caso attraverso saggi scritti, fotografie di opere, disegni, foto storiche, saggi disegnati nella chiave del tributo a questo importante maestro italiano, romano prestato alla scuola veneziana. Mancante solo, ovviamente, dei contributi video, di cui però si riportano le fonti, in grado di corroborare il convegno e le mostre che del libro costituiscono gli antefatti. Di certo siamo di fronte ad un progetto critico capace, intanto, di rimettere nell’alveo dell’ottica scientifica la figura di questo maestro dopo la mostra narrativa e spettacolare del 2021 alla Triennale di Milano “Carlo Aymonino. Fedeltà al tradimento”. Un’idea di “tradimento” che sembra a tratti riaffiorare anche in questo caso ma che in realtà, come indirettamente sottolinea Luca Reale, credo andrebbe ricondotta ad “un processo di evoluzione e affinamento” svolto dalla ricerca progettuale di Carlo Aymonino attraverso una dialettica aperta tra storia, contesti, società, politica e ovviamente sperimentazione della forma che si fa linguaggio ma guardando alla città, perciò priva di derive autoreferenti ed eclettiche inversioni di rotta. Il caleidoscopio dei 26 sguardi rivolti al fenomeno Carlo Aymonino sollecita la curiosità di rilevare orientamenti e consistenza del confronto critico attraverso le preordinate sezioni tematiche date: “progetto, città e politica”, certo dai labili confini e ancor più nel caso di specie. L’incipit è delineato dalla sequenza di parole chiave dettate da Carpenzano dove, non a caso, la prima è “città, e l’ultima, forse con minor convinzione, è “tradimento”, quasi a tracciare una prima serie di indizi utili all’orientamento, un viatico al disegno di una geografia critica ragionata da farsi. Dopo aver spiegato le stimolanti ragioni dell’invito a “disegnare per Carlo Aymonino” nella forma dell’omaggio figurato, rivolto a diversi accademici italiani non più tanto giovani, la curatrice Manuela Raitano pare aderire a quel sentire analitico di Eisenman che vede in Aymonino un disegno privo di sostanza teorica (a differenza di Rossi). Un’interpretazione che lascia spazio all’ipotesi di uno strumento che si ridurrebbe a “giocosa inconsistenza” o tuttalpiù a momento di “curiosità intellettuale”, forse non rilevando che quel disegnar-pensando è stato spesso parte integrante della sua saggistica teorica più consistente. L’altra co-curatrice, Federica Morgia, pone in evidenza la miniera di esperienze e di materiali che la vita di Carlo Aymonino ci consegna e sottolinea da subito i suoi tre testi teorici fondamentali: Origini e sviluppo della città moderna, Il significato delle città, Progettare Roma capitale a cui però aggiungerei La città di Padova, opera non meno decisiva nel percorso di Aymonino anche per come ha inciso sulla scuola dello IUAV e sia stata dimostrativa della sua capacità di organizzare in chiave collettiva, appunto di scuola, l’attività di ricerca. Come sottolinea del resto Caterina Padoa Schioppa, quando coglie la propensione di Carlo Aymonino ad esprimere una “competenza del gruppo” in chiave non solo di ricerca e di scuola ma anche di progetto se pensiamo al Gallaratese o al laboratorio per Roma capitale. Sempre in premessa, tra le questioni poste ai saggisti invitati in merito a produzione teorica, impegno politico, ricerca di linguaggio emerge ancora la questione del “tradimento”, inerzia della mostra milanese, che da una dibattibile “alterazione del codice” di Carpenzano arriva a determinarsi, secondo la Morgia, “rispetto a ogni progetto concluso o al sentimento di delusione nei confronti di alcune realizzazioni” da cui ne deriverebbe l’impossibilità a produrre epigoni, secondo un nesso causale che mi pare indimostrato anche per altri maestri della sua generazione che hanno fatto del progetto uno strumento ermeneutico ancor prima che un modello linguistico. Nel volume, Roma, bisogna dirlo oltre che aspettarselo, prevale rispetto a Venezia nelle argomentazioni saggistiche che provano a spiegare Carlo Aymonino. A cominciare da un Valerio Paolo Mosco che fa risalire allo zio Piacentini il carattere identitario di un nipote d’arte tra gli “ultimi architetti italiani ad avere avuto il coraggio di manifestare una esplicita monumentalità figurativa”, quella che però fatichiamo a vedere del tutto interna alla sola dialettica di una ricerca plastica, artistica, derivata dai riferimenti dell’Otto e Novecento europeo. Sembra forse contemplare meglio il grado di complessità che sostanzia la figura di Carlo Aymonino il saggio di Luca Porqueddu, dove si ribalta l’ottica partendo dal dato di una città studiata che “appare come il sedimento di un dialogo problematico tra politica, contesto, e progetto” all’interno del quale la pur significativa “presenza scultorea e oggettuale” del progetto aymoniniano non rinuncia certo ad essere “architettura come momento critico” attraverso cui “affinare la sensibilità dialettica tra lettura e scrittura della città”. Come dire, Roma non basta, serve Venezia per comprendere Carlo Aymonino. Ma la lezione veneziana Carlo Aymonino la investe anche nella sua esperienza politico amministrativa per il centro storico di Roma. Mi verrebbe quasi da dire consapevole del paradosso progettuale che Samonà utilizza per progettare la Venezia del futuro attraverso la Venezia insulare del passato, quella del progetto “Novissime” per il concorso della Sacca del Tronchetto. Questione dialettica tra modernizzazione della città e conservazione della sua dimensione storica sottolineata da Jean-Louis Cohen e ripresa da Patrizia Gabellini quando ricorda come Carlo Aymonino volesse nel caso di Roma “fare del ritardo storico l’occasione per il progresso futuro di una capitale diversa”. Quello dell’Ufficio Speciale per gli Interventi sul Centro Storico, con il generoso apporto di Raffaele Panella, è stato infatti un grande laboratorio partecipato, al tempo stesso di elaborazione politica e progettuale, di evidente derivazione universitaria, in grado di ricercare una nuova autorevolezza del governo pubblico sulla città, e quindi capace di muoversi, come fa bene a sottolineare Fabrizio Toppetti, tra “inerzia generale”, “benculturalismo massimalista”, “ambientalismo di maniera” e “poteri forti”. Poi, certamente, una politica così determinata, osserva la Gabellini, non può non avvalersi di “visione”, esercizio del “potere” e non ultimo capacità di “pilotaggio”, ed è forse per quest’ultimo mancato requisito che un intellettuale che non tradisce se stesso come Carlo Aymonino vedrà inattuate gran parte delle proposte progettuali per il centro storico di Roma. In questo senso non sarei del tutto d’accordo con Rafael Moneo che il substrato politico ideologico di Carlo Aymonino, e della sua generazione, ne avrebbe limitato la portata in termini di esiti architettonici, anzi ne ha determinato il carattere di un operare critico nella storia, nel concreto non solo fisico e formale della città ovviamente con maggiori difficoltà in termini di consenso e ancor più di mercato. Il variegato quadro degli apporti saggistici del volume non manca di sguardi curiosi e forse a volte eccentrici. L’esegesi raffinata e di sapore letterario sviluppata da Pippo Ciorra per comprendere l’edonismo espressivo del disegno di Aymonino ci riporta alle stilografiche Sheaffer di quaroniana memoria come “segno distintivo” di un “modo di pensare l’architettura” che dirimerà la cifra postmodernista tra nord e sud della cultura italiana del progetto. Di difficile percorribilità il confronto proposto da Sara Marini tra Aymonino e De Carlo, ancor di più tra Pesaro e Urbino, a cui non basta certo il dato della comune circoscrizione amministrativa, per le evidenti differenze di contesto, di storia, di temi. Meglio il paragone con Ungers della “città arcipelago” delineato da Gabriele Mastrigli, di una Berlino ovest che, non ostante “certe sceneggiature koolhaasiane”, si rapporta al progetto-collage di Roma est di Carlo Aymonino e compagni in termini di realtà palinsestica e di dialettica delle parti. Disinvolta non meno che riduttiva la lettura di Manuel Orazi sul parlato di Aymonino e il silenzio di Rossi a partire dal Gallaratese, peggio se ricondotta alle ragioni di una loro fortuna professionale inversamente proporzionale al tasso di eloquenza (paradossi della tecnica di comunicazione). Del tutto non svolto ed opinabile infine il compito saggistico che avrebbe dovuto argomentare il titolo ambizioso “Colossi fragili. L’idea di monumento nel lavoro di Aymonino, Rossi e Canella” da parte di Luca Molinari, che indulge tra la Cinecittà del “Il Colosso di Rodi” parlando del Colosso aymoniniano, la “condizione donchisciottesca” da parte di questi maestri di fronte ad una città contemporanea che non avrebbero compreso, sino a quel trovarsi di fronte alla “necessità di dare forma riconoscibile alle nuove architetture pubbliche richieste da una domanda politica e sociale di nuovi monumenti civili che rappresentino l’Italia del boom economico e di una crescita urbana senza controllo”, come se valori civili e boom economico potessero far scaturire una comune idea di monumento a maggior ragione in quel contesto storico ideologico. Le idee di monumento in Rossi e soprattutto in Canella paiono rimandate ad altro saggio. Sul piano meramente critico interpretativo poco poi aggiungono i disegni “per Carlo Aymonino” dedicati al maestro, poiché o troppo omaggianti con raffinate oleografie aymoniniane, tra colossi, gallaratesi, onirismi archeologici e recinti pesaresi, o auto-omaggianti per il tramite celebrativo. Una parata di bei disegni che avrebbe divertito Carlo Aymonino ma anche, credo, fatto un po’ inc..... per usare una gergalità a lui consentita. In ogni caso un tentativo tanto promettente quanto difficile, sicuramente da riproporre con indicazioni di regia aggiunte. In conclusione cosa ci dice questa consistente restituzione critica su Carlo Aymonino e la sua opera? Mi pare che Franco Purini la veda innanzitutto come un buon punto di partenza per “delineare una mappa tematica esauriente e accuratamente strutturata” di quel maestro coinvolgendo un contesto storico a cui si è intensamente rapportato e nel quale è diventato protagonista. Ma, aggiunge Purini, a partire dalla sua genesi formativa in rapporto alla teoria muratoriana, all’analisi urbana, al rapporto tipologia-morfologia, tese a ricercare una “fruttuosa coincidenza tra architettura e città”. Detto da lui, che negli anni ’90 nella sua esperienza veneziana lo si poteva intendere come l’anti-Aymonino, mi pare un’affermazione credibile sicuramente maturata. A maggior ragione oggi che la falsa moneta sia ideologica che architettonica della smart city anziché della giungla urbana sino al predicare la fine della città richiedono anticorpi disciplinari sperimentati di cui Aymonino, tra gli altri della sua generazione, è ancora sicuramente buon depositario. Per un rapporto architettura-città da ritrovare, senza il quale entrambi i termini perdono di senso, diventano altra cosa. Carlo Quintelli Scheda libro Curatori: O. Carpenzano, F.
Morgia, M. Raitano |
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