




La Regione Emilia-Romagna è stata
tra le prime ad attivarsi sul tema delle Case della Salute oggi Case
della Comunità. Attraverso quali presupposti di cultura
sanitaria e di scelte amministrative?
L’idea della Casa della Salute deriva da due impulsi:
- a livello internazionale, con l’orientamento ricevuto dalla
Health and Consumers Directorate General della Commissione europea (10
luglio 2014) “Definizione di un modello di riferimento relativo
all’assistenza primaria con particolare attenzione ai sistemi di
finanziamento e di referral” per dare risposte ai problemi di
salute della comunità, mediante servizi universalmente
accessibili, erogati da team di professionisti in partnership con i
pazienti e i caregiver, prevedendo un ruolo centrale del coordinamento
e della continuità dei processi assistenziali.
- a livello nazionale con la Legge n. 189/2012 e dal Patto per la
Salute del 2014-2016, dove viene demandato alle Regioni il compito di
definire la organizzazione dei servizi di assistenza primaria in ottica
multiprofessionale e interdisciplinare.
Da questi presupposti, la Regione Emilia-Romagna ha intrapreso il
percorso di sviluppo delle Case della Salute, istituite formalmente con
le DGR 291/2010 e DGR 2128/2016.
Che assetto complessivo si prefigura
tra strutture ospedaliere e Case della Comunità nel contesto
urbano e territoriale? Quali buoni presupposti possono renderlo
efficiente e produttivo e quali invece tendono a frenarlo e a far
emergere criticità?
Le CdC sono un nodo della più ampia rete di offerta dei servizi
sanitari, sociosanitari e socioassistenziali e al tempo stesso sono
parte integrante dei luoghi di vita della comunità locale. In
questa accezione, la rete nella quale è inserita la CdC include
sia i servizi erogati direttamente dal SSR sia quelli erogati da altri
attori come Enti Locali, privati accreditati, farmacie dei servizi,
reti sociali e di volontariato e non ultimo i servizi offerti dagli
Ospedali del territorio sul quale insiste la CdC.
Il modello organizzativo identificato da DM 77 per connettere i servizi
sul territorio è la Centrale Operativa Territoriale (COT), che
svolge una funzione di coordinamento della presa in carico della
persona e raccordo tra servizi e professionisti coinvolti nei diversi
setting assistenziali.
L’obiettivo della COT è quello di assicurare
continuità, accessibilità ed integrazione
dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria. Tutti gli attori del
sistema (personale distrettuale, ospedaliero e delle strutture di
ricovero intermedie, residenziali e semiresidenziali) possono
richiederne l’intervento. Questo processo di interfaccia tra
strutture e servizi territoriali presuppone l’operatività
7 giorni su 7 e la dotazione di infrastrutture tecnologiche ed
informatiche adeguate (piattaforma comune integrata con i principali
applicativi di gestione aziendale, software con accesso al Fascicolo
Sanitario Elettronico, sistema informativo interconnesso con la
Centrale Operativa Regionale 116117).
Avete già ricavato un quadro
significativo di feedback sulla soddisfazione degli utenti e degli
operatori all’interno delle Case della Comunità?
Per valutare il modello organizzativo Case della Salute in termini di
soddisfazione, relativamente ad alcune dimensioni di qualità
(accessibilità, rapporti con il personale, aspetti
organizzativi, ambienti e livello di soddisfazione complessiva), tra
giugno 2018 e luglio 2019, è stato somministrato un questionario
agli utenti delle Case della Salute e dei Poliambulatori, in cui si
è evidenziato un livello di soddisfazione oscillante, a seconda
degli aspetti valutati dal 64 al 98%, con un’ottima valutazione
di affidabilità/fiducia verso le due tipologie di struttura e
un’eccellente qualità complessiva percepita.
I fattori della
interdisciplinarietà e della transdisciplinarietà sino a
che punto trovano riscontro all’interno delle attuali strutture
organizzative e al regime lavorativo delle Case della Comunità?
Le CdC sono strutture sanitarie promotrici di un modello di intervento
multidisciplinare, nonché luoghi privilegiati per la
progettazione di interventi di carattere sociale e di integrazione
sociosanitaria. Nelle CdC il lavoro multidisciplinare trova riscontro
sia nei modelli organizzativi (es. Unità di Valutazione
Multidimensionale, Punto Unico di Accesso) sia con la presenza di spazi
multifunzionali quali sale riunioni, aule per formazione e incontri,
utilizzabili dagli operatori ma anche per il coinvolgimento dei
cittadini. Lo sviluppo dell’utilizzo di strumenti informatici
favorirà il lavoro interdisciplinare anche quando i
professionisti non sono presenti nello stesso luogo rinforzando il
concetto promosso dalla regione Emilia Romagna della CdC diffusa,
costituita dall’insieme di relazioni che intercorrono non solo
tra la rete di luoghi erogativi, ma anche tra la rete di attori e
servizi presenti sul suo territorio di riferimento e la comunità
largamente intesa come insieme di reti sociali più o meno
formalmente organizzate.
L’amministrazione regionale e i
distretti sanitari sono riusciti, in che misura e attraverso quali
strumenti, ad interpretare operativamente il passaggio concettuale,
emerso dal DM 77, che mette in stretta relazione le due dimensioni
della cura sanitaria e della vita comunitaria?
La CdC introduce un modello organizzativo di approccio integrato,
multidisciplinare, di prossimità, caratterizzato da una
proattività che si realizza attraverso la modalità
operativa dell’équipe multiprofessionale territoriale e da
una partecipazione strutturale della comunità. Per favorire una
transizione innovativa, che non si esaurisca in una mera trasformazione
nominale, la Regione Emilia-Romagna ha avviato un percorso formativo e
di sperimentazione triennale che coinvolgerà tutte le AUSL e
tutti i Distretti. L’obiettivo è di lavorare su elementi
in grado di generare integrazione, prossimità e partecipazione
quali: governance integrata tra sanitario, sociale, terzo settore;
coordinamento organizzativo integrato tra sociale e sanitario;
multiprofessionalità; partecipazione di cittadini,
amministratori, rappresentanti del terzo settore nei processi di
riorganizzazione dell’assistenza territoriale, identificazione
dei bisogni, disegno e pianificazione dei servizi, implementazione,
monitoraggio e valutazione; adozione e diffusione di un approccio
integrale di salute intesa come bene collettivo da perseguire come
comunità, in tutte le sue articolazioni di benessere fisico,
psichico, affettivo, relazionale, culturale.
Come valutate il fattore della
qualità urbana, delle strutture architettoniche e degli ambienti
delle Case della Salute quale contributo alla loro
performatività comunitaria?
La transizione da CdS a CdC ha tra gli obiettivi quello di favorire, a
livello micro-locale, maggiore integrazione e continuità su
più piani: di setting (di cura e di vita), dispositivi
organizzativi, pratiche e relazioni (interprofessionali e
professionisti-assistiti-cittadini). Per favorire una transizione
innovativa è necessario considerare e lavorare su alcuni
elementi in grado di generare integrazione, prossimità e
partecipazione quali principali direttrici della promozione della
salute, nei molteplici aspetti, tra i quali sono fondamentali la
qualità degli spazi architettonici delle strutture, delle aree
verdi, dei luoghi pubblici. Quindi, l’interesse regionale ma
anche locale si fonda sulla capacità di allestire luoghi di
dialogo, confronto e scambio per il rafforzamento di politiche
pubbliche centrate sui principi universalistici e improntati
all’equità. Le Casa della Comunità assecondano
l’obiettivo di una ‘sanità di
prossimità’ per la popolazione. Dal punto di vista fisico
la prossimità diventa concreta con una diffusione capillare sul
territorio, con edifici di facile individuazione, a cui si può
accedere liberamente, il cittadino entra in contatto fisicamente con
l’assistenza sanitaria e sociosanitaria esplicitando il proprio
bisogno di salute e/o sociale.
Qual è ad oggi lo stato di
attuazione delle Case della Comunità da realizzarsi con fondi
PNRR in Emilia Romagna anche alla luce della rinuncia da parte del da
parte del Governo ad una quota dei finanziamenti previsti?
Premesso che al momento non abbiamo aggiornamenti in merito alla
rinuncia di una quota di finanziamenti, si prosegue con
l’attuazione delle Case della Comunità mediante la DGR N.
2221 del 12/12/2022 in coerenza con gli obiettivi del PNRR e con il
Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS).
Ad oggi le Case della Comunità attive sono 132, conseguentemente
alla programmazione di progetti finanziata sia con il PNRR che con
altri fondi si prevede che, entro il 2026, vengano realizzate in
Emilia-Romagna 185 Case della Comunità tra hub e spoke.
Bibliografia
BRAMBILLA A., BOTTURI D., (2014) – Assistenza primaria in Europa in Saluteinternazionale.info 25 giugno Disponibile a https://www.saluteinternazionale.info/2014/06/assistenza-primaria-in-europa/