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Luigi Vietti. Un percorso eccentrico nella storia del Novecento




Esistono alcuni architetti che, per diverse cause e vicende, sono ricordati solo marginalmente nella narrazione prevalente della storiografia italiana del Novecento. Il libro di Paola Veronica Dell’Aira ed Enrico Prandi si inserisce nel quadro delle ricerche che stanno colmando una di queste lacune, riguardo la figura di Luigi Vietti.

Come scrive Franco Purini nella sua Prefazione, questa omissione storiografica dipende da una serie di aspetti relativi alla sua figura eccentrica: egli non ha fatto parte del mondo accademico, non ha reso esplicita alcuna appartenenza ideologica, non è entrato nel novero dei membri di quella che sempre Purini definisce aristocrazia architettonica. La cultura accademica è stata considerata comunemente in antitesi alla pratica professionale, e chi si è occupato della dimensione professionale del costruire è stato in una certa misura messo in disparte. Un’indagine sul lavoro e sul pensiero di Vietti risulta fondamentale nella ricostituzione del quadro di un secolo ricco di percorsi eterodossi, che hanno lasciato tracce di grande qualità.

Gli scritti di Vietti oggetto di questo studio sono pubblicati in Architettura, L’Economia Nazionale, Il Secolo XIX, Il Messaggero tra il 1932 e il 1935. Quindi, come rileva Prandi[1], in un breve arco temporale delimitabile tra la partecipazione al CIAM del 1930 a Bruxelles e il riverbero delle questioni trattate alla VI Triennale del 1936. I temi sono infatti coerenti con gli argomenti principali discussi: l’existenzminimum, l’architettura razionale, la città funzionale. Ma prima della sezione antologica, i saggi di Dell’Aira e Prandi contribuiscono a delineare il quadro di riferimento per inquadrare i ragionamenti espressi in questi articoli.

Vietti si forma nel Razionalismo, è voce attiva nel MIAR, interviene ai CIAM, assolve compiti istituzionali. Partecipa alla prima e alla seconda Esposizione di Architettura Razionale a Roma (1928 e 1931). Nel 1935 concorre al bando per il Nuovo Auditorium di Roma e in gruppo con Antonio Carminati, Pietro Lingeri, Marcello Nizzoli, Mario Sironi e Giuseppe Terragni partecipa alla prima e alla seconda fase del Concorso per il Palazzo del Littorio in Via dell’Impero del 1934: qui è già percepibile quell’atteggiamento di eterodossia che lo fa discostare dalla proposta comunemente attribuita a Terragni, opponendo a un approccio lineare il grande piano curvo della facciata. Progetta inoltre la Casa Littoria di Oleggio con Ignazio Gardella (1934) e la Casa del Fascio di Rapallo (1937), lo Stabilimento Balneare a Santa Margherita Ligure (1932), il Ristorante alla Foce (1936), e successivi diversi alberghi, a Portofino, San Fruttuoso, Genova.

Arriva poi l’occasione del Piano per l’E42, del quale egli è incaricato con Marcello Piacentini, Giuseppe Pagano, Luigi Piccinato ed Ettore Rossi. E Vietti mette in atto una mossa da maestro: sceglie di occuparsi di un settore escluso dalla supervisione di Piacentini, che tuttavia copre una superficie pari a un quarto di tutto l’intervento. Ottiene così la possibilità di inventare liberamente un pezzo di città, il Parco dei Divertimenti, e i suoi disegni sono fantastici, con i pianeti, le montagne russe e una grande statua, nella quale si può entrare per esplorare il corpo umano, da sempre grande attrazione per Vietti.

Roberto Secchi commenta: «Le sue architetture rifuggono nettamente non solo da ogni retorica e da ogni monumentalismo, ma anche dal severo rigorismo di tanti suoi coetanei o dall’intellettualismo di molta architettura contemporanea, per testimoniare la gioia di un abbandono generoso al gioco di forme nella sintonia con l’atmosfera dell’ambiente cui appartengono»[2].

Si fa largo in Vietti la linea del divertimento, che poi si ritroverà dal 1962 nei progetti per la Costa Smeralda. L’opportunità offertagli dall’Aga Khan è adatta per lavorare su una commistione tra razionalismo e spontaneismo. Vietti è rispettoso ma non mimetico, d’altronde nel luogo non esiste un consolidato contesto costruito. Scatta fotografie di architetture tradizionali in Sardegna, si mette in continuità con le linee morfologiche del territorio. Con Michele Busiri Vici e Jacques Couelle inventa la storia di un paesaggio come se fosse abitato da sempre, quando invece è costruito solo dagli anni Sessanta. L’esperienza della Costa Smeralda è una nota nevralgica, costata a Vietti una tacita condanna nel momento impegnato del secondo dopoguerra. Lo accusavano di snobismo, scrive Dell’Aira, ma «Vietti non ha mai smesso di credere che esistano temi e programmi seri o meno seri per un progetto»[3]. Così le sue scelte, allora considerate opportuniste, vanno oggi rivalutate e ne va compreso il movente profondo: il rifiuto di un modo di intendere il mestiere in maniera troppo cerebrale, severa o astratta, e la volontà di ripiegare su scenari che gli consentivano la libertà di spaziare con la fantasia.

Emerge il talento, anche di questo scrive Purini nella Prefazione: un talento non domato, ma sbrigliato, che gli consente di intendere la realtà come «campo metamorfico» e lo porta a rivolgersi ogni volta al contesto specifico nel quale si trova a operare, interpretando i luoghi «come insieme di elementi storici e topologico-ambientali che si attivavano proprio attraverso il suo processo progettuale, che ne individuava le potenzialità implicite»[4].

Dove e quando Vietti impara ad agire così in sintonia con il paesaggio e con gli uomini che vi abitano? Questo libro ci fornisce una risposta: il suo approccio deriva da un imprinting, da quanto apprende subito dopo la laurea come Ispettore per i Monumenti della Liguria per la Soprintendenza alle Belle Arti e incaricato per l’applicazione della Legge per la protezione panoramica. Vietti scopre una natura traboccante in un territorio geologicamente e morfologicamente problematico, che pone sfide costruttive e fa da sprone allo sviluppo di un interesse tecnico-ingegneristico prevalente. Inoltre, lo toccano le tematiche che emergono durante la Triennale del 1936: Vietti condivide il punto di vista di Pagano, espresso in Architettura rurale italiana, per cui «la conoscenza delle leggi di funzionalità e il rispetto artistico del nostro imponente e poco conosciuto patrimonio di architettura rurale sana ed onesta, ci preserverà forse dalle ricadute accademiche, ci immunizzerà contro la rettorica ampollosa e soprattutto ci darà l'orgoglio di conoscere la vera tradizione autoctona dell'architettura italiana: chiara, logica, lineare, moralmente ed anche formalmente vicinissima al gusto contemporaneo»[5].

In quest’ottica, tra gli articoli di Vietti presenti nel libro, emerge in particolare l’interesse dei reportage pubblicati nel 1933 e nel 1935 sul Messaggero e sul Secolo XIX, intitolati Viaggio architettonico al nord sul 10 e 15 meridiano e Romanzo delle verità architettoniche, che riportano le riflessioni di due spedizioni condotte verso il nord Europa e verso il sud Italia. Le due destinazioni tendono al cortocircuito, poiché mentre Vietti si dirige a nord, ad esempio per visitare il quartiere del Weissenhof a Stoccarda, vi trova «un raggio di luce mediterranea»[6] e per confermarlo pubblica la celebre cartolina a cui associa la didascalia «la Weissenhofsiedlung con arabi per dimostrare che le costruzioni razionali sono di derivazione mediterranea antitedesca»[7].

In particolare, nel Romanzo delle verità architettoniche si incontrano alcune riflessioni che illuminano le scelte progettuali del Vietti maturo. Il titolo è un ossimoro: è un romanzo, ma tratta di verità, Vietti parla di paesaggi reali ma pare da subito voler dichiarare la sua intenzione di concedersi licenze poetiche. Istituisce paralleli di immagini tra le costruzioni tradizionali in serie di Salemi e le case a Dessau di Walter Gropius, o tra una villa di Le Corbusier a Pessac e una casa sulla strada verso Pompei: «la nostra gente», scrive, ha ispirato con la sua «misura umana, praticità di organizzazione, economia di mezzi, il movimento razionalista mondiale». Ogni imprevisto è occasione per fantasticare su idee progettuali. Scendendo verso lo Jonio racconta della circolazione stradale, e qui la sua ironia compare quando scrive degli asini: «Il ciuccio, tipo eminentemente rivoluzionario, sceglie per suo conto il campo di nutrizione e non entrerà mai in nessun ordinamento organizzato […]». Il ciuccio invade le strade e rallenta la velocità automobilistica, e da questo aneddoto la mente di Vietti parte per immaginare un progetto: separare le strade per le macchine da quelle per i quadrupedi, disponendo ai cigli della strada una pista ciclabile e una sterrata per il mulo[8].

Percorrendo l’altopiano della Sila Vietti scrive ma in realtà è come se disegnasse, verbalizza il processo immaginativo con un linguaggio coinvolgente: «Se dovessi dipingere la pianura ionica nell’estate torrida, farei così: un piano marrone di terra, tutto a righe parallele. Poi lascerei uno spazio libero, sopra farei una calotta a sfumature con un azzurro sempre più intenso. Nello spazio libero metterei per il mare una striscia di azzurrina violacea in ebollizione». Dimostra talento anche come scrittore, un’attenzione alle consonanze, un andamento musicale, le frasi hanno un incedere poetico: «Lungo la strada sfilano dei muri di fichi d’India. Grovigli di tronchi animaleschi e spatole spinose che catalizzano il vapore acqueo per farsi corone purpuree di frutti sugosi». Si mette in gioco in prima persona attivando un processo di Einfühlung, termine spesso abusato nelle teorie contemporanee ma del tutto attinente ai meccanismi che Vietti adotta attraverso la scrittura. Siamo nella condizione, leggendo, di viaggiare con lui e di comprendere i suoi processi psichici: «Accetto il puledro Sauro dell’ospite. Mi avvio preso da un senso di freschezza, di novità che mi è data dal cavallo giovane che mi mette in comunicazione con la vita della terra, degli alberi e delle sorgenti». Aguzza tutti i sensi, vista, udito, olfatto, tatto. È attento tanto da misurare i fiori: «La primavera semina i boschi di viole colossali, dal fiore che ho misurato fino a 3 cm di lunghezza […]. I ruscelli cantano tra cuscini di muschio […]. La grande quantità di pini rossi silani impregna l’aria che è finissima, del suo odore resinoso». E le usanze degli uomini che vivono in quei luoghi gli interessano tanto quanto gli spazi, ci descrive la processione dell’Ecce Homo a Mesoraca che «scende a scapicollo tra il clero e le donne vestite dei più spontanei colori […]. L’Ecce Homo passa impettito, portato a braccia sopra una portantina […]. Il popolo in preda alla commozione grida, urla, batte le mani e singhiozza. […] Una vecchia popolana mi offre un ramo di quercia e mi accorgo che sono commosso!». L’atteggiamento da pioniere, lo stesso con il quale affronterà il territorio inesplorato della Costa Smeralda, lo accende: «La Sila, pur essendo percorsa da mulattiere secolari, dà il senso della scoperta a chi la percorre»[9]. E Vietti immagina di costruirvi centri urbani collegati, sfruttare le acque per produrre energia e realizzare canali per le bonifiche, valorizzare il territorio dal punto di vista turistico, realizzare un’Università, un centro sanatoriale e così via[10].

Dal Vietti scrittore si comprende molto del Vietti architetto, e lo stesso si può dire del Vietti disegnatore. Nel 2021 sempre Dell’Aira e Prandi hanno curato un altro libro, intitolato Luigi Vietti: Osteopaese[11], nel quale sono pubblicati i suoi disegni dal gusto surrealista realizzati tra il 1966 e il 1977. Questo paese immaginario fatto di ossa erte nel paesaggio non può non ricordarci le conformazioni granitiche della Costa Smeralda, come fossero ossa di giganti. Tanto che poi le piante complesse studiate per quei luoghi, come quella del 1962-1963 per l’Hotel Cervo, assomigliano a lastre radiografiche di corpi giganteschi distesi nel paesaggio[12]. Nei disegni per l’Osteopaese emerge la cifra antiautoriale di Vietti e della sua ironia produttiva: «Tutt’altro che disimpegno. È dedizione grandissima, concretezza e affezione per ogni cosa si offra al da farsi, in quel momento, in quel luogo, per quella causa, per quella committenza [...]»[13].

Gustave Thibon, il filosofo contadino, diffidava degli ismi tanto quanto era attaccato alla realtà. La sua figura è scelta da Dell’Aira per introdurre temi cari a Vietti[14]. Allo stesso modo nel 1950 Carlo Ludovico Ragghianti, in occasione dell’organizzazione della mostra di Frank Lloyd Wright a palazzo Strozzi, scrive a Bruno Zevi: «pensare alle manifestazioni, senza parlare di tutte le fesserie in ismo, ma organizzando qualcosa di veramente significativo per tutto il paese»[15]. Ragghianti vuole evitare settorializzazioni che incardinano il pensiero e creano schieramenti, per rivolgersi invece alla pluralità del reale. Molti della sua generazione la pensavano come lui, e così la pensava Vietti, che rifuggiva da ogni specialismo e nell’apertura alla molteplicità delle cose trovava la scintilla per innescare il processo progettuale. Dell’Aira conclude il suo saggio: «Divagava? Sì, lo faceva. Parlava d’altro? L’altro è la vera sostanza della nostra materia. […] Ci sono poche architetture nei testi di Vietti, ma di architettura ce n’è tanta»[16].

Maria Clara Ghia


[1] Prandi E. (2022). Luigi Vietti, una breve ma intensa opera editoriale di divulgazione del Moderno. In Dell’Aira P. V., Prandi E., Luigi Vietti. Scritti di architettura e urbanistica 1932-1935, Altralinea, Firenze, 39.

[2] Secchi R. (1997). Introduzione. in P. V. Dell’Aira, Luigi Vietti, Progetti e realizzazioni degli anni ’30, Alinea, Firenze, 9.

[3] Dell’Aira P. V. (2022). Dove l’architettura ci porta. In Dell’Aira, Prandi, op. cit., 22.

[4] Purini F. (2022). Un messaggio da lontano, in Dell’Aira, Prandi, op. cit., 8.

[5] Pagano G., Guarniero D. (1936). Architettura rurale italiana, Quaderni della Triennale, Hoepli editore, Milano, 6.

[6] Vietti L. (1933), Viaggio architettonico al nord sul 10 e 15 meridiano. Il Secolo XIX, 29 marzo – Anno XI.

[7] Ivi, 3.

[8] L. Vietti (1935). Romanzo delle verità architettoniche. Verso il Mare Jonio. Il Messaggero, 27 febbraio – Anno XIII.

[9] L. Vietti (1935). Romanzo delle verità architettoniche. La Sila come è. Il Messaggero, 8 marzo – Anno XIII.

[10] L. Vietti (1935). Romanzo delle verità architettoniche. La Sila come potrà essere. Il Messaggero, 23 marzo – Anno XIII.

[11] Dell’Aira P. V., Prandi E. (2021). Luigi Vietti. Osteopaese, Timìa, Roma.

[12] Posocco, P. (2019). Luigi Vietti e l’avventura della Costa Smeralda. FAMagazine. Ricerche E Progetti sull’architettura E La Città, (48/49), 59–72. https://doi.org/10.12838/fam/issn2039-0491/n48/49-2019/287

[13] Dell’Aira P. V. (2021). Architetto inventore. In Dell’Aira, Prandi, op. cit., 55.

[14] Dell’Aira P. V. (2022). op. cit., 17.

[15] Lettera di Carlo Ludovico Ragghianti, Firenze, 20 dicembre 1950. Fondazione Ragghianti, Archivio, Lucca, cit. in Ghia M.C. (2022) Due maestri italiani: Ragghianti e Zevi in corrispondenza. AntiThesi. Giornale di Critica dell’Architettura, 20 agosto.

[16] Dell’Aira P. V. (2022). op. cit., 35.

Scheda libro

Autore: Paola Veronica Dell'Aira, Enrico Prandi
Titolo: Luigi Vietti. Scritti di Architettura e Urbanistica 1932-1935
Lingua del testo: italiano
Editore: AltraLinea, Firenze
Caratteristiche: formato 21,5x21,5 cm, 184 pagine, brossura, b/n
ISBN: 9791280178657
Anno: 2022