Caso vuole che scriva questo articolo al ritorno dal Convegno nazionale dei dottorati di progettazione architettonica organizzato da ProArch, la società scientifica dei docenti di progettazione architettonica avvenuto a Roma l’1 e 2 marzo 2024. Ciò ha la sua importanza in quanto i destinatari della call di FAM che compongono questo numero erano proprio i dottorandi, in architettura e non solo in progettazione architettonica che ne rappresentano evidentemente un sottoinsieme. Per ciò l’articolo risulterà inevitabilmente influenzato dalle riflessioni scaturite in quel dibattito.
Chi segue FAM sa che la rivista è solita addentrarsi anche metodologicamente in territori poco esplorati se non proprio completamente inesplorati. Cosicché la call in oggetto è stata la prima “call for project” della rivista che si affianca alle numerose “call for abstract” lanciate da qualche anno a questa parte.
Un’esperienza positiva, quella di sollecitare riflessioni progettuali, che ha riportato alla luce una questione complementare del progetto, ossia, quella della spiegazione scritta del procedimento progettuale che ne rappresenta un racconto parallelo. Essendo una rivista che pubblica articoli scientifici, ci è parso corretto far sì che la spiegazione coincidesse con l’articolo scientifico a commento del progetto.
Ne è scaturito, quindi, un esperimento interessante sotto molteplici punti di vista.
Il primo è insito nella volontà di tenere insieme teoria e prassi, lo scrivere di architettura e il fare architettura attraverso il progetto in quanto caratteristica di un approccio tipicamente italiano al progetto di architettura – il riferimento è alla gregottiana definizione di architetti nati “con la penna in mano”. Abbiamo, quindi, invertito i termini del discorso: in questo caso il progetto non è commento alla scrittura teorica, meccanismo consueto degli articoli critici di cui FAM è quasi interamente composta, ma è la scrittura che diviene commento al progetto. Nel progettare il Monumento memoriale a partire dalle cinque sollecitazioni proposte, infatti, si suppone che il gruppo di progetto abbia sperimentato un procedimento inverso, più “operativo” simile a quanto si è soliti fare sul tavolo dello studio di architettura (un tempo si sarebbe detto sul tavolo da disegno - tecnigrafo). La novità è costituita dal fatto che si voglia dar conto delle operazioni progettuali attraverso uno scritto che permetta di capire il metodo nelle sue processualità, la ragione delle scelte (iniziali, parziali o definitive) e il valore delle risposte al fine di comprenderne appieno la forma risultante.
D’altro canto se esiste una Teoria della progettazione architettonica (SAMONÀ 1968) essa non può che manifestarsi nell’opera progettata e/o costruita.
Il secondo, è quello di un esercizio della critica del progetto che nella fattispecie di questo numero si sposta dai progetti altrui (dei Maestri, dei colleghi, degli studenti) al proprio progetto svolto in collaborazione con uno scultore. Un esercizio di autocritica che imporrebbe rigore ulteriore tendente alla dimostratività ed alla trasmissibilità, aspetti dei quali FAM è da sempre interessata. E’ nostra convinzione, infatti, che l’esercizio della critica (che comprende anche l’autocritica) sia atto basilare di crescita del progetto, nonché fondamento della pratica disciplinare della progettazione architettonica e urbana.
Il terzo, non meno importante è quello di rendere intellegibile il progetto elevandolo così ad esempio di prodotto scientifico di ricerca disciplinare. Il tema è ampiamente dibattuto soprattutto nel settore della progettazione architettonica (basti ricordare che il primo numero della neonata rivista ProArch Intersezioni è dedicato proprio al tema de Il progetto architettonico come prodotto di ricerca scientifica AA.VV 2024). L’interesse è dato dal fatto che l’intellegibilità del progetto esiste se la relazione accompagnatoria ne rivela i passaggi metodologici principali. Senza tale spiegazione il progetto è difficilmente valutabile se non entrando nella mera valutazione degli aspetti funzionali. Affinché il progetto non venga equivocato nella sua semplicistica percezione formale (diventando quindi diversamente formalista) è necessario “rendere replicabile l’esperimento” progettuale permettendone di seguirne non tanto le scelte quanto i motivi della scelta. La replicabilità, carattere fondamentale della ricerca scientifica, può essere inteso in architettura come la condizione che permette di comprendere l’esito formale nelle scelte progressive. E’ in questo aspetto che possiamo avvicinare la ricerca in architettura (una scienza inesatta) alla ricerca scientifica tradizionale, ossia mettendo sullo stesso piano l’esito certo della risposta esatta della scienza dura all’esito non incerto ma possibile dell’architettura.
Come figure in formazione nell’ambito dell’insegnamento e della ricerca in architettura (tali sono i dottorandi) è corretto pretendere un certo rigore metodologico del progetto.
Stabilita la griglia di valutazione possiamo ora spostare l’attenzione sull’esperienza specifica. Nella proposta del curatore di affrontare il tema del Monumento memoriale vi era anche la volontà, in analogia al concorso di Cuneo, di investire una Commissione della responsabilità, – non solo valutativa ma fattivamente formativa in senso pedagogico –, di scegliere i progetti ed indirizzare i gruppi nell’approfondimento progettuale della seconda ed ultima fase. Ciò coincide perfettamente con il ruolo formativo della rivista generalmente affidato al processo di revisione partitaria.
Il progettare contestuale: i temi offerti (e quelli scelti)
Da sempre convinti che il progetto astratto non esista, in altre parole che progettare significhi tradurre le valenze contestuali, l’esercizio di progetto prende le mosse da cinque tematiche differenziate - Un monumento-memoriale per l’architettura dei “Tre mondi”, Un monumento-memoriale per le guerre di liberazione, Un memoriale nel “Monumento”, Un monumento-memoriale per il “non finito” d’autore, Un monumento-memoriale nel Mediterraneo, che fanno capo a cinque rispettivi luoghi/contesti: L’Avana, Cuba, Asmara, Eritrea, Climat de France, Algeri, Baggio, Milano, e l’Isola di Lampedusa che si rapportano più o meno direttamente con cinque architetture: Le Scuole d’Arte (ENA) di Garatti, Gottardi, Porro, la «Zero School» ad Asmara, l’unità residenziale al Climat de France di Pouillon, L’Istituto Marchiondi-Spagliardi di Viganò, la Porta d’Europa di Mimmo Paladino.
Un combinato rapporto che consentiva una scelta diversificata secondo approcci progettuali variabili in termini di scala, temi, luoghi e architetture (o architetti).
La scelta è ricaduta in particolare su tre temi dei quali la costruzione del Monumento memoriale del Mediterraneo è risultato il preferito: un progetto sicuramente non facile ma che garantiva la possibilità di esprimersi con forza e libertà inaudite pari solo alla tragedia che va a commemorare (i 368 migranti morti nella strage del 3 ottobre 2013). Ne l’Istituto Marchiondi-Spagliardi, tema tipicamente milanese che pur metteva in campo l’affascinante aspetto del “non finito” in un’opera di metà Novecento, che quello più internazionale dell’unità residenziale Climat de France con la grande piazza delle “duecento colonne” (la più grande delle vasche urbane, come la definisce POUILLON 1968), sono riusciti a catalizzare l’attenzione dei partecipanti.
Completamente ignorati e non scelti sia Cuba che Asmara sicuramente i più lontani ed ostici in termini di confronto.
La commissione
A Paolo Icaro, Scultore, già Presidente dell’Accademia di San Luca 2021-22 e Carmen Andriani, Professore ordinario in Composizione Architettonica e Urbana all’Università di Genova, affiancati dal sottoscritto in rappresentanza della rivista e di Gentucca Canella ideatrice della call, è stato affidato il compito tutt’altro che semplice di preselezionare e giudicare nelle due fasi i diversi progetti.
Nella prima fase la commissione ha selezionato le idee esplicitate attraverso il “bozzetto” grafico e l’abstract, mentre nella seconda i progettisti hanno proceduto all’elaborazione del progetto ed alla sua rappresentazione nella forma richiesta dal bando.
L’esito finale
Al di là dei giudizi sui singoli progetti, per i quali rimando al preciso saggio di Carmen Andriani, è importante sottolineare come molti progetti hanno risentito dell’equivoco di considerare la presenza dello scultore come accessoria e non compartecipe al progetto distinguendo tra due modalità differenti: la prima che ha assunto l’opera della scultore come elemento da collocare all’interno del progetto architettonico che quindi è stato concepito in maniera autonoma rispetto alle sollecitazioni (per lo più indirette, ossia tramite la sua opera) dello scultore; la seconda che ha visto lo scultore riflettere autonomamente ma per lo meno assumendo il tema per l’ideazione ad hoc della scultura.
In questi casi, infatti, la commissione ha scritto ai gruppi selezionati di “rendere più costruttivo il ruolo dello scultore nello sviluppo del progetto” cosa che non sempre è stata interpretata nei risultati finali nella corretta accezione.
Laddove, a mio avviso, architetto e scultore si sono misurati pariteticamente calandosi nel ruolo di progettista – pur con una regia affidata all’architetto di per se abituato al coordinamento sapiente ed efficace delle diverse componenti tecniche o poetiche – si sono manifestati i risultati migliori.
Un altro aspetto sul quale è necessario soffermarsi è il rapporto del progetto con il contesto. Nei tre casi scelti dai gruppi, nemmeno in quello in cui il rapporto tra progetto ed architettura esistente è più stretto (il completamento del Marchiondi) l’oggetto architettonico appariva a sostegno della rappresentazione inducendo la commissione ad un avvertimento generale che sollecitava i gruppi a “rendere evidente (anche dal punto di vista della rappresentazione) il rapporto con il contesto di sviluppo scelto”.
Una certa tendenza generale ad isolare il monumento-memoriale dal contesto percepibile nella prima fase si è poi tradotta in un più costruttivo e misurato rapporto.
Ci sono state, poi, le indicazioni specifiche date per ogni singolo progetto che miravano a colmare le debolezze indirizzando il lavoro di sviluppo e approfondimento del progetto verso aspetti carenti anziché disvelarne quelli latenti.
In conclusione, una positiva sperimentazione i cui esiti progettuali corroborati da rappresentazioni efficaci hanno consentito di imbastire un ritratto (parziale ma convincente) della progettazione in un ambito, quello dottorale, in cui le riflessioni teoriche sono da immaginare in funzione dell’operatività dell’architettura. A ribadire, in definitiva, la necessità di progettare riflettendo e riflettere progettando.
Bibliografia
SAMONA G. (1968) – Teoria della progettazione architettonica, Dedalo, Bari.
CIUCCI G. (1989) – L'architettura italiana oggi. Racconto di una generazione, Laterza, Bari.
AA.VV. (2024) – Il progetto come prodotto di ricerca scientifica / The architectural project as a product of scientific research, Proarch intersezioni, n. 01, settembre.
POUILLON F. (1968) – Mémoires d’un architecte, Éditions du Seuil, Paris, p. 362.