La mia Africa: tra Blixen
e Pasolini
Enrico Prandi
Alcuni anni fa all’interno della sezione Architettura/Mondo del Festival
dell’Architettura di Parma nella sua seconda edizione del 2005
intitolata Architettura: ricchezza e
povertà[1] siamo
andati alla ricerca di figure e progetti, autoctoni o alloctoni, che ci
sembravano meritevoli di attenzione per come affrontavano il tema
dell’architettura nei paesi cosiddetti in via di sviluppo. Sotto
il titolo apparentemente generale vi era la precisa volontà di
invertire in termini polemici quanto riflessivi le due parole con
l’obiettivo di sostenere che l’architettura cosiddetta
povera era in realtà ricca e autentica, anche di significati,
mentre all’inverso l’architettura ricca era spesso solo
banalmente ostentazione di ricchezza. Renato Pallavicini (2005),
architetto e giornalista, ad accompagnamento di un suo articolo su
L’Unità, aveva accostato l’immagine di un
agglomerato di case in paglia della valle dell’Hidalgo in Messico
all’immagine dei grattacieli di City Life a Milano. Il contrasto
non era semplicemente tra l’architettura senza architetti, per
citare Rudofsky, e l’architettura d’Autore, griffata ma
soprattutto tra l’autenticità e la falsificazione.
In quell’occasione vennero a Parma un giovane
Diébédo Francis Kéré che quasi
vent’anni dopo sarebbe stato giustamente consacrato con il
Pritzer Prize for Architecture (il Nobel dell’architettura),
l’architetto indiano Raj Rewal sconosciuto ai più ma
figura di grande interesse dell’architettura e già docente
alla School of Planning and Architecture di Delhi; pubblicammo progetti
di Kéré, Gruppo ADAUA/Fabrizio Carola, Patrick Dujarric,
Abdalla Mohammed Sabbar, Demas Nwoko, Abderrahim Charai e Abdelaziz
Lazrak, solo per stare in Africa.
Ciò, prima che scoppiasse un interesse generale nei confronti
dell’architettura africana testimoniata da un numero
considerevole di ricerche e pubblicazioni sviluppatesi soprattutto a
partire dall’inizio del nuovo Millennio – da ricordare
è la mostra della Triennale Africa.
Big change, big chance di Benno Albrecht (2014) – e
culminato con l’affidamento della direzione della Biennale di
Architettura di Venezia 2024 all’architetto di origini ghanesi
Lesley Lokko.
Più di recente, all’interno di una rete di scambi
accademici interculturali tra Università europee tra cui
l’Università di Parma e la University of Rwanda (Capacity
Building in the Field of Higher Education) ebbi la possibilità
di confrontarmi con un giovane Dean che mi sottopose
l’ordinamento degli studi dei corsi della School of Architecture and Built
Environment dell’UR di Kigali. Se nella stampa di oltre
trecento fogli non ci fosse stato scritto a piè di pagina
“University of Rwanda, Department of Architecture”,
quell’ordinamento degli studi con i relativi contenuti dei
singoli corsi, obiettivi formativi, bibliografia di riferimento, ecc.
avrebbe potuto essere scambiato per un qualsiasi corso di studi
universitario d’Europa o forse del Mondo, tanto era generale,
internazionale e poco caratterizzato rispetto al territorio in cui
sorgeva. Venni a conoscenza che la Scuola di architettura nacque nel
2009 con impostazione Europea non per l’ennesimo atto di
imposizione colonialista culturale ma perché i vertici della
University of Rwanda di allora vedevano nell’impostazione
generalista internazionale la possibilità di inserirsi in un
circuito globale della formazione universitaria in architettura e
dell’architettura in generale che ben si inquadrava nel fenomeno
più ampio della Globalizzazione.
Al contrario, stava emergendo un movimento contro-coloniale di
esportazione di un pensiero sull’architettura che recuperasse le
tradizioni costruttive e linguistiche locali, ammodernandole senza
imporre tecniche “fuori luogo” (interpretando questo
termine in senso sia letterale che metaforico) che poneva le basi di
una consapevolezza come conquista culturale che iniziava a generare
risultati interessanti come quelli che testimoniammo in
quell’edizione del Festival dell’Architettura, purtroppo
l’unica a non avere visto pubblicato un catalogo a stampa.
Di quel progetto di riforma dell’ordinamento didattico –
l’idea condivisa era di caratterizzare il percorso formativa
secondo i principi dell’architettura e città dei luoghi
tropicali – non se ne fece più nulla, ma dalle
interlocuzioni con Manlio Michieletto, già docente presso Institute Superiore d’Architecture
et Urbanisme di Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo
e poi Dean della School of
Architecture and Built Environment dell’Università
del Ruanda rimase l’idea di approfondire il tema
dell’architettura tropicale subsahariana. Si può dire,
quindi che l’idea del numero monografico di FAM nacque in
quell’occasione.
All’interno della rivista avevamo già approfondito i temi
legati al Regionalismo critico di framptoniana memoria – a cui
evidentemente il tema dell’architettura tropicale africana si
lega – all’interno del quale Anna Bruna Menghini (2022)
parlando di Africa Subsahariana in un articolo, al quale rimandiamo per
una sintetica ma esaustiva analisi storico-critica architettonica
dell’Africa, si poneva il problema dell’identità
culturale di un continente vasto e complesso dalla storia difficile.
Da più parti è sottolineato questo aspetto di contrasto
dei caratteri: l’Africa è un continente variegato fatto di
«vasti paesaggi da preistoria, di suoi miseri villaggi abitati da
un’umanità contadina e primitiva, di due o tre
città modernissime già industriali e proletarie.»
Sono le parole di Alberto Moravia che con Pasolini ed Elsa Morante
condivide il viaggio dapprima in India e poi in Africa alla ricerca di
ambientazioni cinematografiche. Questo crudo contrasto, che richiama
l’accostamento di Pallavicini riportato sopra, era alla base
dell’idea pasoliniana di costruire un Poema sul Terzo Mondo sotto forma
di film ad episodi. (Chiacchiararelli 2013)
L’episodio girato
in Africa avrà come tema specifico il
rapporto tra la cultura “bianca” (occidentale: ossia
razionalistica e tipica di un mondo borghese e già del tutto
industrializzato) e la cultura “di colore”, cioè
arcaica, popolare, preindustriale e preborghese (con il conflitto che
ne consegue, e tutte le sue drammatiche ambiguità, i suoi nodi
insolubili). (Pasolini 1968)
Il nodo problematico si giocava, ed in senso architettonico si gioca
tutt’ora, tra cultura tradizionale “di colore”
autoctona e arcaica e modernismo razionalista frutto della
“cultura (architettonica) bianca” imposta dalla visione
occidentale. Conflittualità e ambiguità hanno in effetti
accompagnato le prove del moderno africano che è riuscito solo
in pochi casi a raggiungere risultati convincenti, pur in
un’accezione ampia di moderno che accoglie le declinazioni locali
(ciò che in definitiva Luciano Semerani (2000) chiamava
“Altro Moderno”)[2].
L’immaginario gioca sempre un ruolo fondamentale in tutti coloro
i quali si avvicinano alle culture lontane e diverse. Un immaginario
spesso costruito su narrazioni faziose perché fatte al di fuori
dei Paesi di cui si narrano le vicende, spesso ad uso dei colonizzatori
secondo cliché basati su storie di schiavitù e
imperialismo. Così che in attesa di una storia fatta
dall’interno, come quella di Zeinab Badawi (2024) che recrimina
una Storia africana dell’Africa,
le testimonianze più importanti sono quelli degli esploratori
(antropologi o etnologi) chi si sono addentrati nei territori allo
scopo di documentarne l’ambiente fisico ma soprattutto la
cultura, anche simbolica. Su tutti Leo Frobenius di cui bene narra
Lucio Valerio Barbera.
Poi ci sono coloro che nel continente africano ci hanno lasciato il
cuore come la baronessa von Blixen-Finecke. Il titolo inglese del suo
famoso romanzo, Out of Africa,[3] – da cui il pluripremiato
film
degli anni ’80 rovinosamente tradotto in italiano in La mia Africa (la traduzione
italiana era già nel romanzo edito in Italia negli Anni
Cinquanta) –, è però il pretesto per sottolineare
di nuovo il rapporto tra il prima e il dopo, tra pre-colonialismo e il
post-colonialismo. Out of Africa
è anche l’ipotesi paleoantropologica della prima
migrazione umana ad opera dell’Homo
erectus da cui tutti noi (europei, occidentali) saremmo derivati
secondo le teorie scientifiche più accreditate. In altre parole,
l’umanità sarebbe nata nella Rift Valley nel bel mezzo
dell’Africa tropicale nota anche come Africa nera. Eva era africana, è il
titolo di un libro di Rita Levi Montalcini.
Noi architetti, per formazione culturale generale e per formazione
culturale architettonica specifica, così attenti al tema della
storia, della tradizione, della memoria dei luoghi, ecc. non possiamo
non considerare l’Africa come anche nostro patrimonio da
difendere da quella “Internazionale delle idee” che
appiattisce le differenze e omologa i linguaggi.
Rivendicare, quindi, l’esistenza di una “specie di
architettura” (intesa come categoria classificatoria) che prende
il nome dalla fascia geografica attraversata dall’equatore e
delimitata dai tropici andando alla ricerca di caratteri specifici
identitari non è cosa da poco. Naturalmente è un tipo di
architettura che deve molto alle specifiche condizioni climatiche e
naturali oltre che culturali: da queste, comprese ovviamente
l’insieme delle tecniche costruttive, fondamentali
affinché i progetti siano realizzabili da maestranze locali,
è ripartito un interesse specifico di una generazione di
architetti che se da un lato hanno colto l’esigenza di affrontare
il tema, dall’altro hanno spesso adottato l’approccio
modellistico del Manuale come strumento di azione troppo generale per
comprendere le diversità di approccio.
È la differenza esistente tra Otto Koenigsberger, già Head of the Department of Development and
Tropical Studies at the Architectural Association, da un lato e
Maxwell Fry & Jane Drew che portano ad esemplificazione della loro
teoria le numerose prove sul campo rappresentate dagli edifici che
costruiscono già a partire dagli anni ’40 in Ghana, Togo e
Nigeria, dall’altro.
Del resto, l’esperienza (e la valenza) di Fry & Drew gli fece
guadagnare l’invito da parte di Le Corbusier ad unirsi alla
progettazione di Chandigarh
Che sia necessario “progettare con il clima” appare fin
troppo scontato: si tratta, però, di assumere
quell’atteggiamento equilibrato fra tradizione e innovazione che
caratterizza da sempre la buona opera di Architettura. A questo
proposito è doveroso ricordare che proprio Ernesto N. Rogers,
nel primo numero di Casabella-Continuità, accosta alla
pubblicazione delle capanne del Camerun come Esempi di architettura equatoriale
(Gruppo Tam Tam 1953), l’avanzata tecnologia applicata
all’architettura in serie dell’autodidatta Jean
Prouvè (Zanuso 1953) a dimostrare che l’una deve
incontrare l’altra.
Per concludere, tornando a quel progetto culturale della School of Architecture and Built
Environment dell’UR di Kigali, che nel frattempo aveva
costruito una nuova sede esempio di come la sensibilità europea
possa coniugarsi ai caratteri del luogo (mi riferisco alla nuova sede
progettata dagli svizzeri Patrick Schweitzer & Associés a
seguito del concorso internazionale del 2012) il nucleo della
“costruzione delle capacità” (Capacity building) a
cui eravamo chiamati, consisteva nell’infondere la consapevolezza
della ricchezza culturale di un’architettura tropicale sulla
quale la nuova scuola poteva fondare il suo insegnamento. Che mi
risulti poteva essere la prima Scuola di Architettura tropicale in cui
i temi della sostenibilità, della tecnologia ma anche della
storia, della tradizione e della memoria potevano trovare un punto di
incontro nel laboratorio del progetto.
Non una imposizione, quindi, ma una collaborazione dall’esterno
affinché gli africani potessero utilizzare Out of Africa come monito ad un
neo-colonialismo economico-architettonico che ormai invade la grande
Africa da nord a sud.
Note
[1] Red., Ricchezza e povertà
al
Festival dell’architettura, in DomusWeb, 19 settembre 2005.
Available at
https://www.domusweb.it/it/architettura/2005/09/19/ricchezza-e-poverta-al-festival-dell-architettura.html.
Si veda anche Festival
dell’Architettura 2. Ricchezza e
povertà. Seconda edizione del Festival a Parma, dal 19 al 25
settembre 2005. Disponibile at
https://www.archweb.it/eventi_architettura/festival_architettura/festival_architettura.htm
[2] Sulla stessa linea di ricerca vi
è anche il libro di Kennet Frampton (2015).
[3] Il titolo originale danese del
libro è Den afrikanske farm,
che tradotto letteralmente in
italiano suonerebbe come La fattoria
africana. Sia i titoli inglese Out
of Africa che italiano La mia
Africa sono un adattamento ai diversi
contesti culturali.
Bibliografia
ALBRECHT B. (2014) – Africa.
Big change big chance, Compositori Editore, Bologna.
BADAWI Z. (2024) – Storia
africana dell'Africa. Dall'alba dell'umanità all'indipendenza.
Rizzoli Milano
BLIXEN K. (1937) – Den
afrikanske farm, Gyldendal. Trad. ing. (1937) – Out of Africa. G. P. Putnam's Sons.
Trad it. (1959) – La mia Africa,
Feltrinelli Milano.
CHIACCHIARARELLI M. (2013) – “Appunti pasoliniani per
un’Orestiade africana”. In Italian Studies in Southern
Africa/Studi d'Italianistica nell'Africa Australe, 23., pp. 48-49.
FRAMPTON K. (2015) – L’altro
Movimento Moderno, USI, Mendrisio.
JACKSON I. (2014) – “Tropical Modernism: Fry and
Drew’s African Experiment”, in The Architectural Review.
Available at
https://www.architectural-review.com/essays/tropical-modernism-fry-and-drews-african-experiment
GRUPPO TAM TAM (1953) – “Esempi di architettura
equatoriale: le capanne del Camerun” in
Casabella-Continuità n. 199.
MENGHINI A. B. (2022) – “Africa subsahariana.
Identità, tradizione, memoria.” In FAM, 61, pp.
50–64. DOI: 10.12838/fam/issn2039-0491/n61-2022/925
MEUSER P. (2023) – “Alla ricerca delle radici
dell’architettura Sub-Sahariana” in Il Giornale
dell’Architettura, 26 aprile 2023,
https://inchieste.ilgiornaledellarchitettura.com/sub-sahariana/
PALLAVICINI R. (2005) – “C’erano una volta gli
architetti italiani” in L’Unità, lunedì 19
settembre 2005, p. 21.
PASOLINI P.P. (1981) – “Appunti per un poema sul Terzo
Mondo”. In Pier Paolo
Pasolini. Corpi e luoghi, a cura di M. Mancini e G. Perrella,
Theorema, Roma 1981, pp. 35-44.
PASOLINI P.P. (1968) – “Appunti per un poema sul Terzo
Mondo”. In Ibidem (2001) – Per il Cinema, a cura di Walter
Siti e F. Zabagli, Mondadori, pp. 2677-2686.
PASOLINI P.P. (1983) – “Appunti per un'Orestiade
africana”, a cura di Antonio Costa, Quaderni del Centro culturale
di Copparo. Ora in Ibidem (2001) – Per il Cinema, pp. 3135-3136
SEMERANI L. (2000) – L’Altro
Moderno, Allemandi Torino.
ZANUSO M. (1953) – “Un'officina per la prefabbricazione.
Jean Prouvè ci scrive”. in Casabella-Continuità n.
199