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A lezione dai maestri. Note intorno alle ‘Conversazioni portoghesi’ di Stefano Perego |
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Il libro Conversazioni portoghesi. L’eredità d Fernando Távora di Stefano Perego nella collana ‘Alleli/Research’ di LetteraVentidue muove in prima istanza dall’affinità elettiva (e personale, del resto non potrebbe essere altrimenti) dell’autore verso il pensiero e l’opera del maestro portuense, e più in generale verso la cultura architettonica portoghese. Rappresenta perciò la volontà di un architetto e docente militante di ricercare altrove la radice della sua formazione, contribuendo ad alimentare la millenaria catena delle correspondances[1] tra esperienze distanti solo nel tempo e nello spazio, poiché accomunate dal medesimo intendimento. Per Stefano questa affinità è divenuta negli anni quasi un’ostinazione[2] che ha saputo rimanere inalterata in tutto il suo lavoro, senza cedere ad altre lusinghe: ogni volta la mente e la mano ritornavano istintivamente sempre allo stesso punto, seguendo quasi una traiettoria ciclica, o circolare, come sempre accade per tutte le migliori tradizioni. Ed è per questo motivo che Stefano, in un periodo di profonda riflessione critica, intima e personale, è ritornato piuttosto naturalmente con il proprio pensiero al momento primo della sua educazione architettonica, a quell’istante ‘originale’, puro e incorrotto, privo di eccessi e condizionamenti, nel quale i problemi e le soluzioni sono espressi con la massima chiarezza possibile, con la massima razionalità. Ed altrettanto naturale è stato il luogo di approdo di questo lungo viaggio mentale che lo ha ricondotto al Portogallo, a Porto e a Távora: luoghi divenuti mitici sui banchi del Politecnico di Milano, o meglio della Scuola di Architettura Civile a Bovisa. Solo in seguito matura la decisione di tradurre questa ricerca in una pubblicazione, offrendosi generosamente tanto al Maestro – quale omaggio tributato nell’occasione delle lunghe celebrazioni per il centenario della sua nascita – quanto al pubblico, quello affezionato ed esperto ma soprattutto quello di chi inizia a muovere i primi passi verso l’architettura, avvicinandosi così alla conoscenza di una delle figure più decisive per la storia dell’architettura del Novecento. Il viaggio è uno dei temi fondamentali dell’opera di Távora ed è stato assunto anche da Stefano per orientare il suo programma di ricerca, concepito sin dall’inizio come un lungo itinerario svolto tra Porto, Coimbra e Lisbona dall’estate del 2020 a quella del 2022, raccogliendo “testimonianze dalla voce diretta di coloro che hanno condiviso con Távora momenti di vita nell’ambito professionale e dell’insegnamento”. Otto sono le testimonianze raccolte permettendo “che gli attori di questo viaggio avessero il più possibile campo libero, lasciando loro la libertà di seguire il flusso dei ricordi attraverso un percorso tracciato a mano libera, senza una rotta predefinita, partendo da un progetto, da una riflessione, o da una considerazione”. Praticamente ‘un libro di bastone’ e non poteva essere altrimenti trattando di Távora, della sua figura e della sua opera nella quale l’arquitetura de bengala[3] è una prassi consolidata e ricorrente, mutuata dalla tradizione antica di trasmettere il progetto alle maestranze di cantiere tracciandolo con un bastone sulla terra nuda e viva, un vero e proprio momento iniziatico della costruzione. Ancora una volta un’attestazione del ruolo della tradizione e della memoria che riemergono con forza nella contemporaneità, ad affermare la loro precisa identità ma soprattutto ad offrire il proprio contributo per orientare il dibattito della nostra disciplina, anche nei momenti in cui questo appare sempre più acceso e sempre meno incline a riferirsi all’esperienza ma, al contrario, sempre più avvezzo al consumismo delle forme e del pensiero, all’immediatezza della risposta. Questo libro di Stefano, ultimo – ma solo in senso cronologico – di una lunga serie di studi sull’opera di Távora, e l’opera stessa del maestro portuense, in tal senso sembrano concedere un possibile appiglio – un bengala o un bastone, ça va sans dire – per tentare di uscire dalla palude di un dibattito che troppo spesso sconfina verso temi altri che non pertengono strettamente al nostro ambito disciplinare e disconoscendo invece il ruolo del progetto di architettura quale processo critico di interrogazione e interpretazione della realtà. Nella definizione della struttura del suo libro Stefano ha inteso confermare esattamente la cronologia degli incontri, così come la struttura colloquiale dei testi, sino al punto di scegliere scientemente il termine ‘conversazioni’ anche nella sua titolazione finale. Ne deriva una raccolta di memorie che tentano di ricostruire le traiettorie del pensiero di Távora e rileggere in termini fortemente operativi – rivolti perciò alla scoperta, all’apprendimento e alla trasmissione, in una parola alla didattica – alcune delle più significative opere del maestro portuense, con il supporto di disegni d’archivio e fotografie, per puntellare la memoria di quegli stessi attimi rivissuti, così come schizzi, alcuni dei quali realizzati dagli stessi testimoni durante le conversazioni con Stefano. Il viaggio inizia con João Mendes Ribeiro – Coimbra sale, Coimbra scende – discutendo eminentemente del progetto di riforma urbana di Praça 8 de Majo a Coimbra e facendo emergere proprio la natura di interpretazione ontologica del progetto che riscopre il valore dell’orografia antica di un ampio brano del tessuto storico del centro, oltre al ruolo del disegno entro il processo del progetto – assolutamente decisivo anche nel progetto di Coimbra, alle diverse scale – e del valore della didattica e dell’insegnamento. Con Álvaro Siza Viera Stefano “inizia una lunga chiacchierata su Távora, sull’amicizia, sulla professione, un racconto fatto di aneddoti e di consigli, durato otto sigarette di Siza, l’equivalente di un’ora e quarantacinque minuti”. Molti sono i progetti discussi, ma soprattutto tanti sono i possibili riferimenti che emergono dalla ‘fumosa’ (soltanto per lo smodato consumo di tabacco di Siza, non certo per i temi e i contenuti) conversazione che si conclude con l’uscita di Stefano dal mitico studio di Rua do Aleixo: “esco dallo studio e scendendo le scale inevitabilmente li immagino tutt’e tre assieme, Távora, Siza e Souto de Moura, uscire da quell’edificio che non è semplicemente il luogo dei rispettivi studi ma un luogo che custodisce la cultura architettonica portuense di più di mezzo secolo”. La conversazione con Giovanni Tomaso Muzio – Maggio, 1991 – è l’unica che non si svolge in Portogallo ma nello studio milanese di via Barbavara dove il nipote di Muzio lavora e custodisce l’archivio del nonno. Qui Stefano ha modo di discorrere con Giovanni del suo arrivo a Porto e del suo lavoro nello studio di Távora, durato circa due anni, sino al maggio del 1993. Un dialogo lungo ed articolato, su molti temi e progetti, che affronta anche la storia del suo arrivo in Portogallo e dell’incontro con Távora rivelando una fortuita coincidenza che divertì molto lo stesso Távora: l’arrivo di Giovanni Tomaso nel maggio del 1991 seguì quello del nonno che, esattamente cinquant’anni prima, venne chiamato dall’Ufficio Tecnico di Porto (nel quale lavorava Távora, ndr) per sostituire Marcello Piacentini nell’incarico per il progetto del Piano Regolatore. La Casa sobre o Mar e la Casa di Ofir sono opere ricorrenti nelle diverse conversazioni, compresa quella con Carlos Martins – Di fronte all’Oceano Atlantico, guardando verso Boa Nova – particolarmente incentrata proprio sul tema residenziale e per questo motivo con alcuni riferimenti anche all’inquerito[4]. Emergono anche alcuni temi metodologici che caratterizzano trasversalmente l’opera di Távora, quali ad esempio il ruolo e il valore della topografia, certamente maturati a seguito delle indagini sulla casa tradizionale e sviluppati in progressive sublimazioni nei progetti a venire: la stessa Casa sobre o Mar, forse ancora troppo modernista nelle forme, rappresenta un primo tentativo di apertura in tal senso, ricercando una primordiale relazione con il suolo nel volersi elevare sopra di esso a protezione dei resti di una muratura antica in granito. Nella conversazione svolta con Pedro Pacheco nel suo piccolo atelier Porta 14 si torna a parlare della casa ma soprattutto della scuola, dell’insegnamento dell’architettura e del valore della storia oltre la cronologia – in una dimensione atemporale fondamentalmente più cronologica e trasversale rispetto l’ordinamento sequenziale degli eventi lungo un’asse lineare –, del lavoro di studio – senza una netta separazione con l’attività di docente – e dei lunghi pranzi nei quali non si smetteva mai di discutere, di confrontarsi e di disegnare. Ancora le case sono al centro della conversazione con Fernando Barroso, Ogni casa è un caso, storico collaboratore dell’escritorio di Távora, per questo anche necessariamente molto incentrata sullo spazio di lavoro stesso del maestro nello studio di Rua do Duque de Loulé proprio nel centro di Porto, prima del trasferimento nel nuovo studio in Rua do Aleixo: “attorno alla postazione di Fernando (Barroso, ndr) molti oggetti raccontano una sua passione per il passato. Utensili, fotografie, una pietra miliare in granito. Una passione, io penso, tramandata da Távora come lui stesso mi conferma poco dopo”. Nell’estirador dello studio di Alexandre Alves Costa si svolge “una piacevole chiacchierata sul ruolo della storia nel pensiero di Fernando Távora” – L’architettura è come las papas de Sarrabulho – e non poteva essere altrimenti dato il contesto – “uno studio che è un salto all’indietro nel tempo. Due tavoli da disegno, quadri e grandi disegni appesi alle pareti” – e l’interlocutore, avendo Alves Costa tenuto la cattedra di Storia dell’architettura portoghese alla FAUP. La conversazione con Sergio Fernandez chiude il quadro delle otto testimonianze raccolte da Stefano nel suo biennio portoghese: Al cospetto dei maestri. Un giovane studente al CIAM di Otterlo poiché Fernandez – all’epoca studente della Escola das Belas Artes e praticante nello studio di Viana da Lima – ebbe modo di partecipare come uditore all’atto conclusivo dei CIAM. A Otterlo Távora presentò due opere, il Mercato di Vila da Feira – molto apprezzato, e la Casa di Ofir che invece non riscosse grande favore, certamente equivocata per una supposta regressione storicista: del resto bisogna anche inquadrare il delicato contesto storico e culturale del Congresso del 1959 cha ha definitivamente sancito la fine del CIAM e aperto alla radicale revisione del Movimento Moderno. Proprio per questo un’ampia parte della conversazione con Sergio Fernandez si è incentrata sul ruolo della storia nell’opera di Távora e sul rapporto con la cultura architettonica italiana. La conversazione con Fernandez si chiude con una domanda nodale, che certamente rappresenta un monito ai lettori e a coloro che intendono mettere a frutto l’insegnamento a distanza del maestro: “che insegnamento porti con te di Távora?” La risposta di Sergio è franca e sintetica: “L’insegnamento della modestia. Mi ha insegnato ad essere semplice ed allo stesso tempo il più profondo possibile, e questa profondità si riferisce alla storia, alla vita delle persone”. […] “Ed è proprio questo che Sergio ha imparato da Távora: l’umiltà. i suoi racconti dell’esperienza del CIAM a Otterlo come uditore – aspetto che ha sottolineato più volte – fanno di lui un testimone del tempo, di quel tempo così denso e fondativo per l’architettura portoghese e per l’architettura di Fernando Távora. Il suo racconto è privo di enfasi, di protagonismo, ma carico invece del desiderio di tramandare la memoria riconoscendo chiaramente i ruoli della storia”. Le medesime qualità che molta dell’architettura contemporanea portoghese ancora sa esprimere, e che possiamo continuamente rinnovare nel riferirci a chi ancora la pratica, ispirandosi proprio a Távora perché come ci hanno dimostrato queste conversazioni, Távora è stato Maestro di Maestri.
Note [1] “Ero colpito dalla frase in cui Baudelaire afferma che esistono delle correspondances”, Aldo Rossi, Autobiografia scientifica, Pratiche Editore, Parma 1990. [2] “Il primo principio di una teoria credo sia l’ostinazione su alcuni temi e che sia proprio degli artisti e degli architetti in particolare il fatto di centrare un tema da svolgere, di operare una scelta all’interno dell’architettura e di cercare di risolvere sempre quel problema. Questa ostinazione è anche il segno più evidente della validità e della coerenza autobiografica di un artista; così come Seneca affermava che lo stolto è colui che ricomincia sempre da capo e che si rifiuta di svolgere in modo continuo il filo della propria esperienza”. Cfr. Aldo Rossi, Architettura per i Musei, in Aa.Vv. Teoria della progettazione architettonica, introduzione di Giuseppe Samonà, Edizioni Dedalo, Bari 1968. [3] Letteralmente “architettura di bastone”. [4] L’ Inquérito à Arquitectura Popular em Portugal è un’inchiesta sulla casa popolare portoghese promossa dal Sindacato Nacional dos Arquitectos a partire dal 1955 e pubblicata in due volumi nel 1961. La ricerca è organizzata per zone geografiche, a Távora viene affidata la zona 1 del Minho (“una regione fatta di granito”), che sviluppa insieme a Rui Pimental e Antonio Menéres; Fernando Távora, nato nel 1923, all’epoca dell’Inquerito aveva poco più di trent'anni. Già nel 1947 Távora aveva pubblicato O problema da casa Portuguesa, il saggio che conclude l’angustiata stagione degli anni Quaranta, cercando di trovar risposta concreta alle molte incertezze che ravvisava nel mestiere dell’architetto e nel suo stesso modo di approcciare il progetto, in confronto ai Maestri. Scheda libro Autore: Stefano Perego |
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