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Inevitabile analogia |
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Dialogo tra analogia e architettura. Schermaglie, ammiccamenti, una sorta di giga-richiamo (razionalità e libertà) alle molteplicità della realtà. Il libro di Scelsi edito da Quodlibet è tutto questo e altro ancora. Non si tratta di spiegare non vi è nulla da dimostrare, ma di avventurarsi accompagnati dall’autore in un percorso di lettura, a tratti logico e a tratti evocatore di stati d'animo, nel mondo dell’analogia quando si mostra attraverso l’architettura. Lungo il testo si è accompagnati in una sorta di serendipità. A tratti il fluire della narrazione sembra voler essere razionale, a tratti è immaginifico, aperto verso diverse prospettive. Emergono immagini e storie che compongono una varia e articolata descrizione culturale attraverso l’architettura. Una dimensione interdisciplinare, multi-esperienziale, geometricamente si potrebbe dire multidimensionale, che resta sospesa, ma arricchisce. L'analogia è il tema da cui si sviluppano n variazioni, ma che sfugge sempre a una sua descrizione definitiva. Il tema, l’analogia attraverso l’architettura nel contemporaneo, non è mai compiutamente definito, perché non c’è alcuna esigenza di farlo. Non si tratta di circoscrivere e delimitare, ma di agire e osservare. È un tema con variazioni che si sviluppano su piani diversi e dove il materiale tematico, l’analogia, è letto da diverse voci. Macchine per dimenticare, Laurel & Hardy, La costruzione dell’immagine di Caprarola, Dalla cyber-flanerie all’iconologia elettronica, ecco i titoli di alcuni capitoli che danno un’idea dello spaziamento. I molti protagonisti dell’architettura contemporanea citati e commentati in rapporto all’analogia ne sono un altro esempio, molto diversi ma, in fondo, molto legati: non si sfugge a una logica analogica, seppur sempre altrimenti interpretata (da Rossi e Ungers, tra gli altri). Analogia è comunque relazione. Ma quale tipo di relazione? quanti tipi di relazioni sono possibili? E poi, è così possibile distinguere l’architettura da altri luoghi dell’essere nel mondo. Heidegger viene immediatamente evocato. Esserci, essere qui, nel contemporaneo, adesso con tutte le contraddizioni e le coerenze nascoste che si mascherano, ma che in fondo connotano la struttura di questa, e non di un'altra, realtà. Per associazione, sovviene un’altra parola di Heidegger (da quel Costruire abitare pensare contenuto nei Saggi e discorsi che Gianni Vattimo cura per Mursia nel 1976) secondo cui «abitare viene prima di costruire», dove entra in gioco inevitabile il tema dei rapporti con la memoria dei contesti e dei contesti interpretati alla luce della memoria e, quindi, delle innumerevoli forme analogiche di comprensione e interpretazione. Vattimo in una conferenza dell’85, tenuta per l’inaugurazione del Centro Culturale di Bra, ove il tema era la legittimazione del progetto architettonico, intendeva tale legittimazione come forma di costituzione di orizzonti di validità attraverso il dialogo, che è dialogo con la tradizione cui apparteniamo e dialogo con gli altri […], dove costituzione è in fondo piuttosto modificazione di ambiente cui già sempre si appartiene che non istituzione da zero di una struttura. Ed è proprio in questa dimensione di relazione e modificazione che l’analogia merita di essere compresa e resa consapevole, in quanto ricca di interrelazioni interdisciplinari e di interpretazioni del vissuto soggettive, ma che inevitabilmente, in quanto architettura, atterra nella concretezza dell’abitare. Vestendo diverse ma, in qualche modo, sempre in forme analoghe a qualcosa. Ciò che emerge forte anche negli stati d’animo e alle modalità del now che stiamo vivendo è proprio la dialettica tra richiamo e risonanza della struttura profonda della realtà, e la necessità di fuggire da schemi e linguaggi codificati. Come, in sostanza, attraverso i mondi dell’analogia, si cerchi una via per linguaggi e pensieri necessariamente attuali, ma che richiamano sempre in radice una qualche presenza della memoria, delle culture, della parzialità della conoscenza. Non si tratta di una via qualsiasi, eterogenea tra le tante, banale, imitativa di mode, ma una via ricca di cultura e di pensiero che però non è tracciata, è da scoprire e da costruire cooperativamente attraverso molteplici esperienze. Quello che appare come una contaminazione tra “le arti”, i diversi saperi, la gamma degli interpreti ha sottesa una trama di analogie più o meno trasparenti, comunque presenti. Che possono avere in comune Oliver Hardy, il progetto del 1890 per la Great Tower of London (una torre Eiffel londinese, fortunatamente mai costruita), Gabetti e Isola, Le Corbusier e la comunione di San Gerolamo di Botticelli? Sottointesa vi è l’intuizione di analogie presenti in tutti, ma non reciproche, analogamente strutturante, tuttavia completamente indipendenti. Il rapporto tra pensiero e fare, o meglio tra pensiero e opera realizzata, tra desiderio e “fatti” – che per l’architettura sono i concretissimi luoghi in cui si abita, si lavora, si vive – non può non possedere una dimensione analogica, dove la memoria, ma anche la diretta constatazione delle molteplici espressioni delle diverse culture di un mondo globalizzato e sempre più interconnesso, determina conseguenze fattive. Al pensiero corrispondono fatti e ai fatti interrogati segue il nuovo pensiero, il pensiero emergente. Vi è, dunque, un sottointeso convitato di pietra a cui non sembra poter sfuggire: la dimensione analogica di qualsiasi emergenza di pensiero e di realtà, la presenza di qualsiasi possibile sviluppo. Tutto il contrario di un pensiero unico, ma espressione un’unica radice generativa di comportamenti pur diversissimi tra loro dove l’architettura se interrogata e realizzata è implacabile testimone. Ma è proprio la ricchezza delle prospettive che necessita un pensiero critico e non superficiale. Il testo di Scelsi al proposito è ricco e generoso. Il richiamo significativo, non esclusivo né caratterizzante, ad Aldo Rossi, a cui è riferito il titolo del secondo capitolo del libro, Macchine per dimenticare, che utilizza l’espressione nelle sua Autobiografia scientifica dove afferma, appunto, che siamo inevitabilmente tutti macchine per dimenticare è una chiave rilevante del libro di Scelsi, anche perché “inevitabilmente” i rapporti con quanto è alla base di ogni ragionamento del costruire, ma non solo, sono sempre parziali sia per necessità che per volontà, per limite e per desiderio. Cioè, è sempre impossibile possedere tutti gli elementi, in particolare oggi in una realtà complessa, articolata per settori, ma globalizzata per dinamiche, ove le divisioni si scontrano nella globalità e quasi sempre non si compongono ma restano unite solo nella comune eterogeneità. Diventa, così, conseguente dover scegliere quali evocazioni, quali suggestioni quali elementi portare all’esito del progetto e della concretizzazione nel momento attuativo. Di qui, dimenticare qualcosa, spesso molto, sovente troppo (commento a margine), quando si sceglie una qualche forma dell’analogia. Ma la ricchezza delle citazioni, dei riferimenti portati in campo in alcuni dei capitoli più importanti del libro, sicuramente Un’educazione analogica, Analogo e contemporaneo e il già citato Macchine per dimenticare, hanno il pregio di mostrare – non tanto per chi si avvicina con un interesse didattico elencatorio, quanto per chi va oltre e forma un pensiero critico – apre a un’ampia gamma di riferimenti che non esclude, ma sovente suscita, la dimensione etica del pensiero. Il quadro che emerge, dunque, analogamente all’espressione dell’architettura e della vita a cui essa inestricabilmente si intreccia, anche nel solo pensiero progettuale, è uno scenario aperto, carico forse anche di intrinseche contraddizioni, ma ricco e fecondo di sviluppi. Scheda libro Autore: Valter Scelsi |
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