



A partire dagli anni Cinquanta, il viaggio assunse un ruolo sempre più centrale nella vita quotidiana dell'Europa occidentale, divenendo una pratica diffusa tanto per motivi turistici quanto per esigenze professionali. Al di là della Cortina di Ferro, tuttavia, si configurava una realtà profondamente diversa: l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), concepita e organizzata come un'entità politica separata sotto il profilo economico, ideologico e geografico. In questo contesto rigidamente controllato, solo una ristretta élite aveva accesso alla possibilità di viaggiare oltre i confini nazionali. Nonostante tali restrizioni, forme di scambio tra i due blocchi – seppur marginali e fortemente mediate – continuarono ad esistere.
Nel tentativo di far luce su queste dinamiche, il presente contributo si concentra sulle esperienze degli architetti operanti nella Repubblica Socialista Sovietica Lettone, istituita sul territorio dell'odierna Lettonia tra il 1940 e il 1941, e nuovamente dal 1944 al 1990, a seguito dell'annessione alla compagine sovietica. Questo testo intende quindi offrire un contributo alla letteratura del periodo sovietico, spostando l'attenzione dalle consuete narrazioni centrali verso i contesti periferici, solitamente trascurati.
Il saggio mette in discussione l'assunto di un'URSS culturalmente monolitica, proponendo invece una lettura più articolata del paesaggio culturale sovietico. In particolare, approfondisce il caso del Baltico, una regione storicamente ben integrata nei circuiti europei, animata da vivaci scambi culturali ed economici fino alla Seconda guerra mondiale, la cui occupazione da parte dell'Unione Sovietica segnò un arresto traumatico e prolungato dello sviluppo.
Per la stesura di questo contributo sono stati analizzati materiali originali conservati presso l'Archivio di Stato della Lettonia. In particolare, al fine di ricostruire le principali dinamiche istituzionali e professionali del periodo sovietico, si è fatto riferimento alla documentazione relativa ai congressi dell'Unione degli Architetti della Repubblica Socialista Sovietica Lettone, con un'attenzione specifica agli anni 1948, 1951, 1955, 1959, 1962, 1965, 1969, 1974, 1979 e 1989 (Fig. 1).
Questi materiali sono stati integrati da una serie di interviste realizzate nel corso del 2024 con architetti attivi durante l'epoca della RSS Lettone, i quali hanno occupato posizioni di rilievo nel contesto architettonico locale, fornendo preziose testimonianze di prima mano.
Ai due lati della Cortina di Ferro
Nonostante le profonde divergenze ideologiche, durante la Guerra Fredda l'Unione Sovietica e il mondo occidentale continuarono ad osservarsi con grande attenzione, in particolare sul piano degli sviluppi tecnologici. In diversi ambiti disciplinari, si registrava un interesse concreto all'apprendimento reciproco, e l'architettura non faceva eccezione.
Nel suo studio sui rapporti tra l'architettura sovietica e quella occidentale, la storica Olga Yakushenko rileva come «la principale aspirazione degli architetti sovietici fosse quella di avvicinarsi il più possibile ai loro omologhi occidentali», cercando di «recuperare il ritardo accumulato durante l'epoca neoclassica stalinista e reintegrarsi nella comunità architettonica internazionale» (Yakushenko 2020, p. 3).
L'estetica del Modernismo occidentale costituiva l'area di maggiore interesse per gli architetti sovietici, mentre i progettisti occidentali guardavano con attenzione all'approccio sovietico all'architettura sociale, in particolare alla produzione di edilizia abitativa collettiva. Tuttavia, l'asimmetria informativa, la scarsa conoscenza delle logiche progettuali altrui e le profonde differenze nei contesti sociopolitici determinarono interpretazioni spesso distorte o parziali da entrambe le parti.
Tali incomprensioni permangono ancora oggi, in particolare nella tendenza a semplificare i processi architettonici sviluppatisi all'interno dell'URSS. Questo articolo si propone di contribuire a una comprensione più articolata del contesto sovietico, analizzando le finalità dell'architettura del tempo e le condizioni – materiali, ideologiche e istituzionali – che ne hanno agevolato o ostacolato il percorso.
Le consuetudini operative della professione architettonica
Sebbene nell'URSS siano stati realizzati edifici di forte impatto e rilevanza architettonica (si veda, ad esempio, la raccolta di Frédéric Chaubin, 2011), tali casi rappresentano un'eccezione rispetto alla prassi dominante. Gli architetti, su tutto il territorio sovietico, operavano all'interno dei cosiddetti istituti di progettazione, ciascuno dei quali era incaricato dello sviluppo di progetti per un programma specifico, (quali edilizia residenziale, edifici industriali, pianificazione urbana, ecc.). La maggior parte dei progetti edilizi standardizzati veniva elaborata centralmente negli istituti di Mosca, e tali modelli dovevano essere adottati, ove possibile, in tutte le repubbliche dell'Unione. Questa politica si basava sull'assunto che progettare edifici originali e specifici per ciascun sito costituisse uno spreco di tempo e risorse umane. Di conseguenza, il lavoro degli architetti lettoni consisteva prevalentemente nell'adattare tali progetti standardizzati ai contesti locali: collocarli sul lotto assegnato, adeguare le planimetrie alle dimensioni del sito, e modificare i materiali utilizzati in base alla disponibilità.
Le opportunità di elaborare progetti originali si presentavano solo occasionalmente, generalmente in relazione a edifici con funzioni specifiche o di rilievo. Anche in tali circostanze, come riportato da Jānis Lejnieks[1] (2024), tali possibilità si concretizzavano solo quando una figura influente si assumeva la responsabilità di convincere i livelli superiori della gerarchia politica circa la necessità di un progetto ad hoc. In tali casi venivano organizzati concorsi di architettura, aperti o su invito. In alcune situazioni, come ricorda lo stesso Lejnieks, un architetto poteva essere selezionato direttamente, senza l'attivazione di una procedura competitiva.
Vi furono anche altre circostanze in cui modifiche architettoniche limitate agli edifici residenziali standardizzati risultarono possibili. Ciò avveniva, ad esempio, quando l'edificio era destinato a ospitare «membri privilegiati della società secondo determinati criteri», come racconta Edgars Treimanis[2] (2024). In tali casi, era possibile introdurre un'altezza maggiore dei soffitti oppure utilizzare, in sostituzione dei pannelli prefabbricati in calcestruzzo previsti nei progetti standard, il mattone rosso, materiale costoso e di difficile reperibilità. In altri casi, l'iniziativa partiva invece direttamente dall'architetto. Un simile approccio richiedeva tuttavia uno sforzo considerevole, dal momento che ogni deviazione dallo standard doveva essere motivata in termini di costi, disponibilità dei materiali e, in ogni caso, non era consentito derogare dalle soglie normative previste. Juris Poga[3] (2024) rievoca un episodio emblematico avvenuto durante il processo di approvazione di un progetto residenziale, al quale stava lavorando da giovane architetto trentenne. Con sua sorpresa, il progetto fu respinto in una fase avanzata della progettazione poiché la superficie degli appartamenti risultava superiore ai limiti consentiti. In seguito, si scoprì che l'errore era dovuto al fatto che le dimensioni dei vani erano state calcolate da una parete in mattoni all'altra, senza detrarre lo spessore dell'intonaco che rivestiva le murature.
Architettura e Ideologia
A seguito dell'annessione della Lettonia all'Unione Sovietica, gli architetti lettoni si trovarono a operare in un contesto profondamente mutato, in cui venivano adottati criteri del tutto nuovi anche per definire la qualifica professionale e la missione stessa dell'architetto. A testimoniare questo cambio repentino di scenario, vi sono i resoconti dei congressi dell'Unione degli Architetti della RSS Lettone che documentano l'intenso sforzo compiuto per orientare la formazione degli architetti secondo i valori ideologici del regime.
Il verbale del congresso del 1948 (Latvijas PSR arhitektu savienība 1948, p. 41) evidenzia, ad esempio, l'urgenza di consolidare una comunità professionale ideologicamente coerente con gli obiettivi della costruzione socialista. In tale direzione, furono avviati numerosi colloqui con la Facoltà di Architettura, che, anche grazie a questo confronto, riformulò i percorsi formativi, allineandoli ai principi e alle esigenze della pianificazione sovietica. Come riportato all'interno del documento infatti «l'Unione degli Architetti ha svolto attività di formazione ideologica attraverso l'organizzazione di conferenze su temi politici e ideologici di attualità, tenute da relatori altamente qualificati – sia locali che provenienti dal centro dell'URSS» (Latvijas PSR arhitektu savienība 1948, p. 41).
Il verbale del congresso del 1951 (Latvijas PSR arhitektu savienība 1951, p. 65) include invece una sezione intitolata Formazione politico-ideologica dei membri dell'Unione in cui si afferma che «sono stati compiuti sforzi per coinvolgere i membri dell'Unione nell'Università serale di Marxismo-Leninismo» e che, su un totale di 121 membri, «51 hanno completato gli studi presso l'Università di Marxismo-Leninismo», mentre molti altri risultavano iscritti o in attesa di sostenere l'esame finale.
Questi atti congressuali evidenziano anche la limitata autonomia degli architetti locali nel contesto dell'occupazione sovietica della Lettonia. Così come i progetti architettonici, spesso elaborati a Mosca e solo successivamente adattati al contesto locale, anche le linee politiche generali e i processi decisionali erano definiti e attuati nella capitale. Di fatto, nei documenti congressuali Mosca e l'Unione degli Architetti dell'URSS venivano frequentemente indicate come il centro – espressione che ricorre più volte, come nel passo relativo alla formazione ideologica sopra citato – a sottolineare il controllo stringente sulle unioni locali.
Viaggiare dalla Repubblica Socialista Sovietica Lettone
In un contesto in cui gli spostamenti, tanto all'interno dei confini nazionali quanto verso l'estero, erano rigidamente controllati dallo Stato e subordinati a livelli di autorizzazione differenti in base alla destinazione, i viaggi degli architetti risultavano possibili in quanto inquadrati tra le cosiddette misure di aggiornamento professionale. Tali misure comprendevano, oltre ai viaggi, attività quali conferenze, mostre, proiezioni cinematografiche, corsi di lingua straniera, laboratori di pittura e disegno, tra le altre. L'organizzazione dei viaggi verso destinazioni interne era affidata alle unioni locali degli architetti, mentre la gestione di tutte le trasferte all'estero era esclusivamente centralizzata a Mosca. In questo caso, alle unioni locali spettava il compito di indicare il numero previsto di partecipanti.
In una fase iniziale, i viaggi organizzati erano limitati al territorio dell'Unione Sovietica e ai Paesi del blocco socialista, quali Polonia, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e Repubblica Democratica Tedesca. Solo a partire dal 1964 si registrano le prime testimonianze di architetti in viaggio verso l'Europa occidentale. La documentazione congressuale del 1965 – relativa all'attività professionale del triennio precedente – include, accanto alle relazioni e alle lezioni, alcuni report di viaggio inviati all'Unione degli Architetti, tra cui un resoconto intitolato Sul viaggio di un gruppo di architetti in Austria. Presentazione con diapositive a colori, redatto dagli architetti Lūse, Savisko, Markova e Dmitrijeva (Latvijas PSR arhitektu savienība 1965, p. 26). Questo intervento rappresenta l'unico riferimento a viaggi internazionali presente nella documentazione. Il numero ristretto di partecipanti menzionati – quattro su un totale di 257 membri iscritti all'Unione – evidenzia con chiarezza l'eccezionalità e la forte limitazione delle opportunità di scambio con l'estero in quel periodo.
Vi furono anche altri tentativi di aggiornare i professionisti locali rispetto ai processi in atto nell'architettura occidentale. A tal fine, l'Unione degli Architetti organizzò una serie di eventi, cui presero parte anche figure provenienti da altre discipline, apparentemente più agevolate negli spostamenti internazionali, incaricate di condividere le proprie esperienze. Un esempio è rappresentato dalla conferenza tenutasi nel dicembre 1964, intitolata L'architettura di Tokyo attraverso gli occhi di un giornalista sovietico lettone, a cura del giornalista-corrispondente E. Mežavilks (Latvijas PSR arhitektu savienība 1965, p. 26). Si può solo immaginare quale differenza avrebbe comportato lo sguardo dell'architetto – per non parlare di una presenza fisica diretta sul posto di questi professionisti.
Negli anni successivi, il numero di architetti che viaggiarono all'estero rimase estremamente ridotto rispetto al totale dei membri dell'Unione, di fatto gli unici autorizzati a presentare domanda per partecipare a tali spostamenti. Per approfondire in questo testo gli aspetti pratici legati ai viaggi, sono stati intervistati diversi architetti attivi durante il periodo sovietico e nati a partire dal 1950. Le loro testimonianze si riferiscono dunque a esperienze vissute tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Lejnieks ricorda che ogni anno l'Unione annunciava l'apertura delle candidature per un numero limitato di viaggi all'estero (Lejnieks 2024).
Il numero di posti disponibili per ciascun viaggio rimaneva estremamente limitato – in genere, solo due per destinazione – e ciò potrebbe aver scoraggiato molti architetti dal candidarsi. Inoltre, non esistevano criteri di selezione esplicitamente definiti: gli intervistati potevano solo formulare ipotesi sui motivi della loro scelta, come ad esempio la partecipazione attiva alla sezione giovanile dell'Unione.
Alla domanda sul senso stesso dell'organizzazione di tali viaggi così limitati, Andris Kronbergs[4], ha suggerito che essi potessero costituire il tentativo di sostenere una narrazione secondo cui la "Cortina di ferro" non esistesse realmente, e che vi fosse invece una certa mobilità delle persone (Kronbergs 2024). A suo avviso, inoltre, tali opportunità offrivano anche occasioni di aggiornamento professionale rilevanti, contribuendo a migliorare la percezione complessiva delle condizioni lavorative e del sistema sovietico nel suo complesso.
Un'osservazione analoga è formulata da Lejnieks, il quale ricorda che, quando agli architetti sovietici veniva affidata la progettazione di alberghi destinati a ospiti stranieri, spesso mancavano le competenze necessarie per rispondere agli standard occidentali. La possibilità di visitare strutture simili all'estero rappresentava, in questo senso, un'esperienza fondamentale per affrontare tali incarichi progettuali. Anche Ināra Kārkliņa[5] sottolinea il valore formativo del viaggio compiuto negli Stati Uniti nel 1989, che le fornì conoscenze specifiche sulla progettazione ospedaliera, mentre era impegnata nell'ampliamento dell'Istituto di Traumatologia di Riga (Kārkliņa 2024). È importante sottolineare che l'opportunità di viaggiare non derivò dall'Unione degli Architetti, ma fu resa possibile attraverso il suo impegno diretto nella Società per le Relazioni Culturali tra la Lettonia e l'Estero[6].
Durante la visita negli Stati Uniti, l'accesso a una struttura ospedaliera fu reso possibile grazie ai legami professionali e personali tra il direttore dell'Istituto di Traumatologia, Viktors Kalnbērzs, e Kristaps Keggi, medico di rilievo emigrato dalla Lettonia con la propria famiglia durante la Seconda guerra mondiale. Al momento della visita, Keggi era ricercatore alla Yale University e svolgeva attività chirurgica presso un ospedale locale. Kārkliņa ricorda con entusiasmo quell'esperienza, osservando tuttavia come, in generale, i viaggi promossi dalla Società per le Relazioni Culturali non fossero specificamente orientati all'architettura. I gruppi di partecipanti riunivano professionisti provenienti da vari ambiti culturali, e ai membri non era consentito muoversi autonomamente durante i soggiorni all'estero. Questo episodio mette in luce le difficoltà e l'imprevedibilità che caratterizzavano l'accesso alle esperienze internazionali per gli architetti sovietici lettoni.
Come già evidenziato, l'Unione Sovietica degli Architetti con sede a Mosca assegnava un numero limitato di posti per i viaggi all'estero destinati agli architetti delle diverse repubbliche dell'URSS. Le Unioni locali, in tale contesto, avevano il compito esclusivo di pubblicare i bandi e selezionare i candidati.
Lejnieks, in occasione della sua intervista, ricorda l'esistenza di una regola non scritta secondo cui la stessa persona non poteva ottenere il permesso di viaggiare all'estero più di una volta ogni tre anni (Lejnieks 2024). Egli entrò nell'Unione degli Architetti nel 1978, come giovane architetto attivo, e già nel 1980 gli fu offerta l'opportunità di partecipare a un viaggio in Giappone. Tuttavia, il giorno prima della partenza per Mosca – da cui avrebbe proseguito verso Tokyo – fu convocato presso il Čeka[7].
Durante l'interrogatorio, gli furono poste domande sulla sua relazione personale con un individuo che, secondo i servizi segreti sovietici, aveva contatti con l'estero ed era considerato un dissidente. Sebbene Lejnieks non fosse a conoscenza dei dettagli della vicenda e non avesse mai preso parte ad attività dissidenti, gli fu negato il permesso di viaggio sulla base di tale sospetto. In seguito, i colleghi dell'Unione degli Architetti gli chiesero di astenersi dal presentare ulteriori domande di partecipazione ai viaggi internazionali, temendo che anche in futuro il permesso potesse essere respinto dal Čeka. In tal caso, il posto assegnato da Mosca sarebbe andato perso, privando un altro architetto della possibilità di viaggiare.
In questo contesto, risulta particolarmente significativa un'osservazione contenuta nei documenti del Congresso del 1974:
Nonostante il numero delle domande per i viaggi turistico-specialistici superi quello dei posti disponibili, si sono verificati casi in cui i posti assegnati non sono stati utilizzati. Nel 1974, ad esempio, la commissione di valutazione è stata costretta a rinunciare ai posti nei viaggi in Bulgaria, Romania e in parte anche nella Repubblica Democratica Tedesca per mancanza di interesse (Latvijas PSR arhitektu savienība 1974, p. 54).
È particolarmente significativo osservare come, nonostante le opportunità di viaggio fossero estremamente limitate e l'interesse da parte degli architetti apparisse elevato, in alcuni casi i posti disponibili non venissero assegnati. Le cause di questa discrepanza non sono del tutto chiare. Una possibile spiegazione è che, come nel caso di Lejnieks, alcuni candidati fossero stati inizialmente selezionati dall'Unione degli Architetti, ma successivamente bloccati dal Čeka. Al tempo stesso, non si può escludere che la pubblicazione dei bandi o la gestione del processo di selezione da parte delle Unioni locali o di altre istituzioni competenti siano sempre state tempestive o sufficientemente efficaci. In ogni caso, questi episodi offrono un'ulteriore testimonianza del carattere contraddittorio del sistema sovietico e delle inefficienze strutturali che ne compromettevano il funzionamento.
Altre fonti di conoscenza e ispirazione
Data la scarsità di opportunità per gli architetti sovietici di viaggiare all'estero, chi era interessato all'architettura occidentale doveva affidarsi a fonti indirette. Una delle principali occasioni per entrare in contatto con esperienze e linguaggi architettonici internazionali erano le presentazioni che si tenevano presso l'Unione degli Architetti al rientro dai viaggi. Gli architetti che avevano avuto accesso a queste trasferte erano infatti tenuti a redigere un rapporto da condividere con i colleghi, accompagnato da una proiezione di diapositive. Queste presentazioni costituivano una preziosa occasione non solo per osservare dettagli architettonici, ma anche per farsi un'idea più ampia dello stile di vita e dell'ambiente urbano dei paesi visitati.
Un'altra fonte di informazione – seppur limitata – era costituita da alcune monografie, pubblicate da autori russi, dedicate alle figure chiave dell'architettura moderna occidentale, come Le Corbusier, Walter Gropius o Kenzo Tange, come ricorda lo stesso Lejnieks (2024).
Numerosi architetti lettoni conservano poi un ricordo vivido delle riviste di architettura occidentali, tra cui «Architectural Review», «Domus», «Abitare», «L'Architecture d'Aujourd'hui», «Deutsche Bauzeitschrift», oltre a una rivista specializzata in architettura giapponese. Secondo Māris Kārkliņš[8], queste ultime due risultavano particolarmente preziose per l'attenzione riservata ai dettagli architettonici e ai disegni tecnici (Kārkliņš 2024).
Nel contesto sovietico, dove agli architetti mancava un'esperienza diretta con l'architettura di lusso, anche incarichi progettuali relativamente semplici potevano rappresentare una sfida. Kārkliņš ricorda, ad esempio, un progetto sviluppato insieme alla moglie, l'architetto Ināra Kārkliņa, per una residenza di caccia destinata ai dirigenti locali del Partito Comunista. Uno degli elementi richiesti era il camino, per il quale non esistevano riferimenti tecnici disponibili. Lo stesso valeva per altri elementi architettonici richiesti nelle strutture pensate per ospiti stranieri, come gli hotel. A differenza dei colleghi occidentali, gli architetti sovietici non avevano accesso a manuali tecnici come il Neufert divenuto fin dagli anni Trenta una risorsa fondamentale per la progettazione architettonica in ambito internazionale. Inoltre, sebbene la Biblioteca Statale fosse abbonata a molte delle riviste sopra menzionate, queste non potevano essere consultate in prestito personale. Secondo le testimonianze raccolte, erano piuttosto gli istituti di progettazione a richiedere ogni mese una copia, che un incaricato andava a ritirare. Una volta in sede, le riviste venivano messe a disposizione del collettivo di architetti per un periodo limitato, generalmente una o due settimane.
Per quanto riguarda «L'Architecture d'Aujourd'hui», era stato siglato un accordo con l'editore per tradurre la rivista in russo e ripubblicarla a Mosca con il titolo «Современная архитектура»[9] (Architettura Contemporanea). (Fig. 2) A tal proposito, durante la sua intervista, Lejnieks, ricorda che le immagini erano in bianco e nero e di qualità molto bassa. Tutte le pagine contenenti pubblicità venivano poi eliminate, e con ogni probabilità anche i testi subivano una parziale revisione editoriale, benché Lejnieks non abbia mai confrontato le due versioni negli anni a venire.
Probabilmente proprio grazie alla sua edizione locale, «L'Architecture d'Aujourd'hui» risultava la rivista di architettura straniera più accessibile e diffusa. Molti architetti nati dopo il 1950, tuttora attivi professionalmente, la menzionano tra le principali fonti di ispirazione e aggiornamento durante il periodo sovietico. Tuttavia, forse a causa della memoria incerta, i racconti relativi alla forma e ai contenuti della rivista sono discordanti. Alcuni ricordano fascicoli composti da fogli sciolti, fotocopiati fotograficamente – probabilmente una strategia per conservarne una copia personale. Altri affermano che i testi erano in francese, sebbene in realtà solo la pagina dell'indice fosse bilingue. Questo lascia supporre che la lettura dei testi non fosse la priorità e che l'attenzione si concentrasse soprattutto su immagini e disegni.
Anche altre fonti confermano questa modalità di fruizione visiva: «la principale pratica di consultazione non consisteva nella lettura, ma nell'osservazione di immagini e disegni» (Yakushenko 2020 p. 28) poiché «i testi contenevano a priori critiche all'esperienza dei paesi capitalisti» (Kudriatsev 2007, p. 8).
A causa dell'accesso limitato all'informazione – anche le riviste specializzate potevano essere consultate solo per un tempo ridotto – gli architetti svilupparono pratiche ingegnose per conservare i materiali grafici ritenuti preziosi. Una delle più diffuse consisteva nel ricalcare le pagine delle riviste su carta da lucido, in un'operazione che univa la copia allo studio diretto del soggetto. I disegni riprodotti potevano includere dettagli tecnici, planimetrie, sezioni o elementi d'arredo, ma in alcuni casi replicavano l'intera pagina editoriale, mantenendone anche l'impaginazione grafica originale. A margine, era spesso annotata una breve nota bibliografica con il titolo della rivista, il numero e l'anno di pubblicazione (Figg. 3 e 4).
Attrattive e ostacoli dell'esperienza di viaggio nell'Unione Sovietica
Viaggiare all'estero, in particolare verso i paesi dell'Europa occidentale, costituiva durante il periodo sovietico un'esperienza del tutto eccezionale. Tale eccezionalità era ulteriormente amplificata dal netto divario che caratterizzava le condizioni di vita quotidiana sui due lati della Cortina di Ferro. Sebbene la finalità ufficiale di questi viaggi fosse l'osservazione diretta dell'architettura occidentale, si può ragionevolmente sostenere che l'impatto più intenso e duraturo di tali esperienze risiedesse nelle situazioni ordinarie, nei piccoli gesti e nei contesti quotidiani incontrati durante il soggiorno. È proprio il confronto con le dimensioni apparentemente marginali della vita di tutti i giorni che, secondo molte testimonianze, suscitava le reazioni emotive più profonde, contribuendo in modo determinante a formare uno sguardo critico e consapevole sul proprio contesto di provenienza.
Uno degli aspetti che colpiva maggiormente i cittadini sovietici in viaggio era l'abbondanza di beni di consumo e l'opulenza degli spazi commerciali: grandi magazzini moderni, ricchi di merci e dotati persino di scale mobili. Questo scenario appariva in netto contrasto con la cronica scarsità di beni di prima necessità che caratterizzava la vita quotidiana nell'URSS. Tuttavia, a causa del valore estremamente basso del rublo rispetto alle valute estere, i viaggiatori sovietici si trovavano spesso nell'impossibilità di acquistare qualsiasi cosa.
Per ovviare a questa condizione, alcuni ricorrevano a pratiche commerciali non convenzionali. Uno degli architetti intervistati ricorda, ad esempio, un episodio avvenuto durante un viaggio in Finlandia, in cui egli e i suoi colleghi portarono con sé la quantità consentita di bottiglie di vodka sovietica. Una volta arrivati, riuscirono a rivenderle a un prezzo notevolmente più alto rispetto a quello d'origine – pur rimanendo conveniente per gli acquirenti finlandesi. Il ricavato fu sufficiente a coprire alcune delle spese quotidiane del soggiorno.
Durante la sua intervista, l'architetto Poga racconta un episodio curioso legato a un suo viaggio a Sofia, capitale della Bulgaria. Insieme a un paio di colleghi, si era recato lì per ritirare il premio in denaro ottenuto per il secondo posto in un concorso di architettura (Poga 2024). L'importo era considerevole – 7000 leva bulgari – una somma superiore al costo di un'automobile all'epoca. Tuttavia, dopo aver incassato il premio, si resero conto che non sarebbe stato loro consentito portare con sé tale somma in contanti fuori dal paese. Decisero quindi di suddividerla e utilizzarla per effettuare degli acquisti in loco. Da li a poco si resero conto però di come anche i negozi bulgari presentassero scaffali pressoché vuoti, con un'offerta merceologica limitata e paragonabile a quella a cui erano abituati nel loro paese d'origine.
Riflettendo oggi sulle esperienze di viaggio vissute durante il periodo sovietico, dalla prospettiva attuale di cittadini di un paese democratico e capitalista, molti architetti ricordano con sorpresa alcuni momenti di confronto con i colleghi occidentali. L'architetto Kārkliņa, ad esempio, rievoca la visita allo studio dell'architetto lettone espatriato Andrejs Legzdiņš a Stoccolma. Tra i numerosi aspetti positivi che Legzdiņš aveva condiviso, vi era anche un accenno alle difficoltà legate alla gestione autonoma di uno studio di architettura. All'epoca, tali problematiche sembravano distanti e poco comprensibili; solo dopo il crollo dell'URSS, con la dissoluzione degli istituti statali di progettazione e la successiva apertura del proprio studio, Kārkliņa ne comprese appieno il significato.
Un'esperienza simile è ricordata dall'architetto Treimanis, mentre racconta nella sua intervista di un viaggio fatto nella Repubblica Democratica Tedesca in occasione di una cerimonia di premiazione per un concorso di architettura (Treimanis 2024). I partecipanti stavano festeggiando insieme ai rappresentanti degli altri gruppi, provenienti da diversi paesi, compresi quelli occidentali. A un certo punto, qualcuno menzionò l'assenza del gruppo finlandese, impossibilitato a partecipare per impegni professionali urgenti. Treimanis, con una certa leggerezza, scherzò esprimendo compassione per chi non poteva unirsi alla festa a causa del lavoro, ma si rese subito conto che non tutti trovavano la battuta divertente. Quegli impegni, infatti, rappresentavano incarichi reali: una condizione che un architetto sovietico raramente si trovava a sperimentare.
Queste testimonianze mettono in luce le profonde differenze tra le esperienze di vita – sia professionale sia personale – nel mondo sovietico e in quello occidentale. Dal punto di vista lavorativo, agli architetti della RSS Lettone mancavano spazi di espressione individuale, accesso all'informazione e occasioni formative significative. Sul piano personale, gli architetti vivevano in un contesto segnato da una persistente scarsità materiale e da un controllo ideologico pervasivo. L'attenzione al linguaggio e ai comportamenti non si limitava alla sfera pubblica, ma si estendeva anche alla dimensione privata, influenzando ciò che si poteva possedere e con chi fosse opportuno intrattenere relazioni. Parallelamente, la quotidianità era scandita da ritmi più lenti, in un sistema in cui il lavoro e il salario, seppur modesti, erano assicurati. In questo contesto, la ricerca della gioia e della speranza si spostava altrove, nella tensione costante verso un possibile superamento dell'occupazione sovietica.
[1] Jānis Lejnieks (1951) è stato architetto e storico dell'arte durante il periodo sovietico ed è attualmente caporedattore della rivista di architettura lettone «Latvijas Architektūra».
[2] Edgars Treimanis (1954) è stato un architetto professionista durante il periodo Sovietico.
[3] Juris Poga (1957) ha operato come professionista durante il periodo Sovietico.
[4] Andris Kronbergs (1951) è stato attivo durante il periodo sovietico e attualmente dirige lo studio di architettura "Arhis arhitekti".
[5] Ināra Kārkliņa (1950) ) è stata attiva durante il periodo sovietico.
[6] La Società per le Relazioni Culturali con l'Estero dell'Unione Sovietica fu fondata nel 1956, con l'obiettivo di promuovere l'avvicinamento reciproco nei campi della scienza e dell'arte, della letteratura, della scuola, del turismo, dello sport, della vita quotidiana e dell'economia tra i cittadini sovietici e i popoli stranieri. Uno dei suoi compiti era anche quello di monitorare la contropropaganda diffusa da coloro che erano emigrati o fuggiti dall'Unione Sovietica e vivevano all'estero (Latvijas Nacionālais arhīvs 2025).
[7] Commissione Straordinaria Panrussa (in russo: Всероссийская чрезвычайная комиссия), il cui acronimo russo ЧК si pronuncia Cheka.
[8] Māris Kārkliņš (1950) è stato attivo durante il periodo sovietico.
[9] La rivista «Современная архитектура» (Sovremennaya arkhitektura – Architettura Contemporanea) fu pubblicata a partire dal 1964. Da non confondere con l'omonima rivista in lingua russa pubblicata tra il 1926 e il 1930 dai Costruttivisti.
CHAUBIN F. (2011) CCCP – Cosmic Communist Constructions Photographed. Taschen, Colonia. ↩
KĀRKLIŅA I. (2024) – Intervista realizzata dall'autrice il giorno 15 maggio 2024. ↩
KĀRKLIŅŠ M. (2024) – Intervista realizzata dall'autrice il giorno 15 maggio 2024. ↩
KRONBERGS A. (2024) – Intervista realizzata dall'autrice il giorno 23 gennaio 2024. ↩
KUDRIAVTSEV A. (2007) "Sluzhenie arkhitekture" (Dedication to architecture). In: A. Ikonnikov, Polveka sluzhenia arkhitekture (Andreĭ Vliadimirovich Ikonnikov. Fifty years of dedication to architecture). Mosca, p. 8. ↩
LATVIJAS Nacionālais arhīvs (2025) – Latvijas un ārzemju kultūras sakaru biedrība (Society for Latvian and foreign cultural relations), https://kgb.arhivi.lv/dokumenti/vdk/piesegorganizacijas/draudzibas-biedriba, consultato il 26 maggio 2025. ↩
LATVIJAS PSR ARHITEKTU SAVIENĪBA (1948) – Latv. PSR arhitektu II kongresa materiāli (protokoli, atskaites, delegātu saraksti u. c.) 1948. gada 8.-24. maijs, Latvian State Archive (LV_LNA_LVA_F273_1_129). ↩ ↩
LATVIJAS PSR ARHITEKTU SAVIENĪBA (1951) – Latv. PSR arhitektu 3. kongresa materiāli (protokoli, atskaites u. c.) 1951. gada 10.-14. decembris, Latvian State Archive (LV_LNA_LVA_F273_1_130). ↩
LATVIJAS PSR ARHITEKTU SAVIENĪBA (1965) Latv. PSR Arhitektu savienības 7. kongresa materiāli (atskaite, delegātu saraksti u. c.) 1965. gada 28.-29. maijs, Latvian State Archive (LV_LNA_LVA_F273_1_134). ↩ ↩
LATVIJAS PSR ARHITEKTU SAVIENĪBA (1974) – Sojuz Arhitektorov Latvijsoy SSR (Союз Архитекторов Латвийской ССР) 1971-1974, https://www.latarh.lv/storage/files/LAS%20IX%20kongress.%20(1970–1974).pdf, consultato il 26 maggio 2025. ↩
LEJNIEKS J. (2024) – Intervista realizzata dall'autrice il giorno 6 gennaio 2024. ↩ ↩ ↩ ↩
POGA J. (2024) – Intervista realizzata dall'autrice il giorno 2 maggio 2024. ↩ ↩
TREIMANIS E. (2024) – Intervista realizzata dall'autrice il giorno 24 maggio 2024. ↩ ↩
YAKUSHENKO O. (2020) – Building Connections, Distorting Meanings Soviet Architecture and the West, 1953-1979. European University Institute, Department of History and Civilization, Firenze. ↩ ↩