In itinere

Cristina Pallini


I deem travel to be a profitable exercise. The mind has therein continual exercise to mark things unknown and note new objects. And as I have often said, I know no better school, to shape a man's life, than unceasingly to propose to him the diversity of so many other men's lives, customs, humours, and fancies; and make him taste or apprehend the perpetual variety of our nature’s shapes or forms.  (Montaigne 1580, 2012, Book III, Chapter. IX).

On 22 June 1580, Michel de Montaigne embarked on a long journey to Italy with his brother and two friends. He needed spa treatment and was equally driven by his curiosity to learn about new things and cultures. In fact, he kept a diary describing places and the customs of the local inhabitants, adorned with personal reflections in French and Italian  (Montaigne 1774, 2003).

It was precisely in that final part of the sixteenth century that the tradition of the Grand Tour began. For young aristocrats and gentry, it was the pinnacle of their education: they would set off, often accompanied by a tutor, to visit the cities, monuments, and artworks they had studied in books, with no clear distinction between the journey and leisure activities.
In 1615, Francis Bacon, in a short essay entitled Of Travel, listed the things to be seen and observed, recommending his readers to rely on a guide, learn the local language and, above all, keep a diary.

During the eighteenth century, the Grand Tour became an essential part of the education of the European elite, and Italy established itself as a key destination  (Wilton e Bignamini 1996). No trip would be complete without a stay in Rome, where visitors could explore the remnants of classical antiquity and walk the cobblestones of the Appian Way in the footsteps of many illustrious predecessors (Brilli 1995, 2014, 2025, p.14).

It was not merely a personal need for thought, which, when disconnected from diversity, descends into a diabolical narcissism, but an authentic social requirement for cultural development [...] It is not surprising that a culture seeking to define itself through diverse and multifaceted experiences identified with travel, especially travel to Italy, its most significant literary and social moments (Viola 1987, p. 7).

According to sociologist Luigi Zoja  (2024, p. 144), these secular pilgrimages, a paradigm of itinerant education aimed at broadening horizons, were an invaluable gift, precisely because they fostered unprecedented cultural understanding. While modernity promoted nationalism, travellers exchanged knowledge, curiosity, and tolerance among various communities and countries, engaging with fellow travellers from different nationalities as well as with Italians. It was also thanks to their perspective, argued Cesare De Seta  (2014, p. 35), that Beautiful Italy became aware of itself. Reflected in the mirror of paintings, stories, and travel diaries, it also helped weave the first threads of European identity.

Each city possessed its roster of topoi – viewpoints, famous monuments and favourite panoramas. Italy, no longer mythic or Arcadian, assumed its real shape in European consciousness, with strong lights and shadows, and sharp contradictions as well as splendours. […] ‘Las Italias’, wonderfully described by Cervantes in the sixteenth century, had by the end of the eighteenth been glimpsed as a single Italy, one mind and spirit, born of the creative imagination of the entire Continent  (De Seta 1996, p. 17).

Gli studi sulla dimensione storica e letteraria del viaggio attribuiscono sempre maggior rilievo alla personalità del viaggiatore, alle sue motivazioni e alle modalità del suo andare (Lucchesi 1995). Con l'avvento della ferrovia, infatti, emerse la figura del "turista" (D'Eramo 2017, 18) che, a differenza del viaggiatore, "si affretta a fare ritorno" (Bowles 1949). Le tipologie dei moderni viaggiatori/turisti includono il collezionista di città, attratto dai centri storici minori fuori dagli itinerari più battuti (Langone 2006). La sempre più affannosa ricerca di autenticità a fronte della progressiva alienazione di molte città trasformate in scenografie per Instagram è una dicotomia approfondita da Marco D'Eramo nella sua "indagine sull'età del turismo" (2017). In parallelo, cresce l'attenzione per il fenomeno dell'overtourism (Zezza 2023, De Majo 2025, De Mauro 2025, Masneri 2025). Come sottolineano Fernanda De Maio e Christian Toson (2022), la peculiarità del viaggio dell'architetto, inteso quale dimensione essenziale per il suo costante processo formativo, rappresenta un tema consolidato e di lunga data.

Eppure, c'è da chiedersi perché oggi, con gli strumenti che ci consentono di accedere a grandi quantità di immagini e informazioni sui luoghi e gli edifici ai quali siamo interessati, il viaggio sia ancora considerato così importante. Nella nostra contemporaneità, infatti, il viaggio parrebbe aver perso gran parte della sua componente avventurosa, di scoperta dell'alterità, di visione dell'ignoto (De Maio, Toson 2022).

Viene poi da chiedersi come si possa rilanciare la dimensione "poetico-costruttiva" del viaggio, inteso come atto formativo e trasformativo, in particolare per gli architetti e coloro che aspirano a diventarlo. È la domanda alla base del progetto UpGranT, che riconosce il Grand Tout come un patrimonio culturale europeo, perché ha esposto gli architetti in formazione alla diversità e, al contempo, alla co-identità insita nell'architettura di molte città: essa stessa un portato della pluralità di architetti che hanno saputo trasporre nelle loro opere la lezione del viaggio. Una maggiore "alfabetizzazione" all'architettura – soprattutto all'architettura moderna nelle sue molteplici declinazioni contestuali – potrebbe davvero avere un impatto significativo ben oltre i confini della disciplina, coinvolgendo non solo chi si sposta in Europa per motivi di studio, lavoro o turismo, ma anche chi interagisce quotidianamente con l'ambiente costruito. Inoltre, questa capacità di "decodificare" le affinità tra edifici, luoghi e contesti urbani, potrebbe favorire la formazione autodeterminata, che da sempre integra l'apprendimento istituzionalizzato, soprattutto nel campo dell'architettura.

Attualizzare il Grand Tour significa innanzitutto confrontarsi con nuove geografie. Nel 1992, tre anni dopo la caduta del muro di Berlino, il reporter Godfrey Hodgson fu incaricato di scrivere una serie di articoli di viaggio sulle grandi capitali, Roma, Parigi, Londra, San Pietroburgo, Vienna, Praga e Berlino: un ritratto della vecchia e della nuova Europa, con i suoi splendori e le sue miserie. Nel capitolo dedicato Roma, prima tappa, Hodgson giustappone alle antiche glorie le recenti tragedie, testimoniate da un nuovo funesto monumento: il punto anonimo in Via Caetani dove fu rinvenuto il corpo di Aldo Moro (1995, 18-19). Parigi, la più ricca e la più grande città dell'Ottocento, nonché la capitale naturale del modernismo, potrebbe essere il punto di partenza di un nuovo Grand Tour (1995, 67). Londra, San Pietroburgo, Vienna e Praga vengono descritte attraverso un affresco retrospettivo, mentre il capitolo dedicato a Berlino si intitola Memorie del futuro. In quegli anni, Potsdamer Platz incarnava la difficile conciliazione con il passato.

Per cominciare, non si capisce che un tempo ci fosse una piazza. Quando si esce dalla U-Bahn, ci si ritrova in un mare di fango. Rimangono ancora alcuni resti del famigerato muro. I rifugiati sono ammassati in un fatiscente parcheggio per roulotte. Una squallida mostra contro la guerra espone un missile Cruise imbrattato da graffiti di pessimo gusto. Un grossolano museo commemora l'ascesa e la caduta del muro di Berlino, mentre i disertori russi, ex conquistatori, vendono per pochi marchi cappelli di pelliccia e distintivi sovietici ai turisti tedeschi. La folla tornerà a Potsdamer Platz. Daimler Benz, Sony e altre multinazionali si sono impegnate a investire miliardi di marchi in progetti per uffici e negozi. Il muro è caduto. […] Berlino è di nuovo la capitale di una Germania unita. […] Quella che oggi chiamiamo Berlino non ha nulla a che vedere con l'antica città imperiale (Hodgston 1995, pp. 228-229) (TdA).

Per gli architetti, attualizzare il Grand Tour implica anche «interrogare la storia, costringerla a svelare i segreti della pratica, del mestiere e delle forme» (Gresleri 1991, 10-11). Itinera architectonica è il titolo scelto da Giuliano Gresleri per introdurre la sua monografia sul viaggio in Oriente di Le Corbusier (1984). Ancor prima di un architetto globale (Colomina 2011), Le Corbusier può essere considerato un viaggiatore, per il quale il viaggio costituì la principale occasione di formazione. Quello in Italia dell'autunno 1907 faceva parte di una tradizione pedagogica istituita da L'Eplattenier: Firenze, Siena, Ravenna e Venezia (Tentori 1979; Gresleri 1988, pp. 537-540). L'Oriente, invece, coronò un periodo di spostamenti a Monaco, Francoforte, Düsseldorf, Amburgo e Berlino, dove il giovane Janneret visitò gli istituti di arti applicate su incarico della Scuola di La Chaux-de-Fonds.

A Dresda, intraprese un viaggio verso Praga e Vienna in compagnia di August Klipstein, storico dell'arte e collezionista nel quale aveva riconosciuto una preziosa guida (Gresleri 1991, pp. 10-11). I due intendevano proseguire verso i Balcani, la Turchia e l'Italia meridionale e viaggiarono insieme fino ad Atene lungo un itinerario meticolosamente pianificato per conciliare i rispettivi interessi (Gresleri 1987, p. 539).

L'Oriente in particolare, ancora immerso nell'età preindustriale, veniva a coincidere di fatto, nell'esplorazione di Janneret, con l'intero mondo dell'antichità secondo una tradizione tipicamente francese e dell'Ecole[1]. Ma, all'interno di questo mondo […] le curiosità di Janneret sembravano decisamente privilegiare le culture minori: oltre all'esotico della moschea che lo affascina come nulla la mondo, la sua attenzione andava malgrado il contesto della prima età industriale, tutto dedito al 'furor modernista', al mondo anonimo della civiltà contadina (nei Balcani, in Turchia e in Grecia) oppure a quello 'dimenticato' dell'età romanica (in Italia) (Gresleri 1984, p. 10).

La pubblicazione del Voyage d'Orient nel 1965, pochi mesi dopo la scomparsa del maestro, rivelò aspetti inediti del suo percorso umano e intellettuale, sollecitando gli esperti a rivalutare gli anni della formazione. Lo ha fatto Adolf Max Vogt, secondo il quale la visita scolastica agli insediamenti palafitticoli da poco scoperti sul lago di Ginevra fu determinante tanto quanto il viaggio in Oriente per l'affinamento della sensibilità estetica di Charles-Edouard Janneret (Vogt 1998). In Oriente però, l'età più matura gli consentì di esperire e annotare una serie di soluzioni a problemi concreti, ossia di «interrogare la storia» (Gresleri 1991, pp. 10-11).

Una conferma del rapporto diretto tra quelle osservazioni ostinate e l'originale vocabolario progettuale di Le Corbusier sembra venire dagli schizzi ordinati per aree geografiche all'inizio del primo volume dell'opera completa. Una pubblicazione più recente (Žaknić 2019) ripercorre il viaggio in Oriente confrontando i diari paralleli di Klip & Corb, tra i quali intercorse una temporanea simbiosi creativa. Le Corbusier affidò le sue riflessioni anche alle lettere indirizzate a William Ritter, artista, scrittore e critico d'arte incontrato a Monaco nel 1910 (Dumont 2015). È solo tornando in Grecia in occasione del IV CIAM del 1933 che formalizzò una concezione del paesaggio come elemento determinante per ogni intervento umano (Simeoforidis 1997, 58). Due anni più tardi, nel 1935, durante la sua prima visita a New York, toccò con mano la profonda discrepanza tra la realtà e le conoscenze acquisite in precedenza (Bacon 2001).

Prendendo le mosse dalla ricerca UpGranT, questo numero si concentra sugli architetti in viaggio, con particolare attenzione alle loro diverse modalità di annotazione, tese a imprimere le esperienze nella memoria, per renderle disponibile a nuove ideazioni spaziali e formali. Un denominatore comune, infatti, è proprio l'attitudine a produrre materiali originali: note, schizzi, rilievi, fotografie.

UpGranT ha preso in esame figure più o meno note attive nei paesi del consorzio: l'Italia e la Grecia, destinazioni tradizionali del Grand Tour, il Portogallo, la frontiera occidentale dell'Europa, e le repubbliche baltiche della Lettonia e dell'Estonia, un cruciale ma dimenticato pezzo d'Europa dove sono nati alcuni protagonisti della cultura mondiale del Novecento (Brokken 2014, 2010). Ogni sede ha selezionato dieci Grand Tourist, documentando le loro principali esperienze di viaggio in relazione all'opera costruita e all'evoluzione del pensiero. Le istituzioni partner hanno condiviso tre Grand Tour: a Milano e Bologna nel gennaio 2024, a Riga e Tallinn nel giugno 2024), a Porto e nel nord del Portogallo nel giugno 2025. L'ultimo viaggio, il più lungo, ha coinvolto trentasei studenti provenienti da tutte le sedi in un Intensive Program for Learners (IPL) presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Porto[2]. Quest'opera esemplare, concepita e realizzata da Álvaro Siza tra il 1986 e il 1996, è stata assunta come caso studio per confrontare diversi approcci alla "manipolazione" dei materiali di viaggio finalizzata al progetto.

I due articoli di apertura affrontano aspetti teorici della ricerca, come la corrispondenza tra architetture lontane nel tempo e nello spazio e l'imponderabilità del periodo di germinazione tra viaggio, immaginazione e invenzione di nuove forme. Lamberto Amistadi e Ildebrando Clemente si focalizzano infatti non tanto sui viaggi intrapresi per visitare le opere, quanto sui processi di ibridazione che ne costituiscono il fondamento. Chiamando in causa l'Autobiografia scientifica di Aldo Rossi, propongono una possibile interpretazione del Grand Tour come mappatura delle affinità tra edifici geograficamente e temporalmente distanti associabili grazie al loro potere evocativo, esperito o meno in modo diretto. Aleksa Korolija ed Emanuela Margione si interrogano invece sulla natura dei cosiddetti souvenir, gli oggetti-ricordo scelti e prodotti dagli architetti. In questo senso, le figure di John Soane, Le Corbusier e Gae Aulenti, distintamente separate per periodo storico, contesto geografico e biografia, sono accomunate dalla propensione a preservare le proprie impressioni di viaggio mediante oggetti a reazione poetica riordinati e consultabili a distanza di tempo per alimentare nuove ideazioni.

La seconda parte include quattro articoli relativi ai viaggi compiuti da architetti o gruppi di architetti, secondo modalità più o meno istituzionalizzate. Luisa Ferro e Maria Pompeiana Iarossi ripercorrono il viaggio a Pompei del 1926 di un gruppo di studenti e neolaureati del Politecnico di Milano attivi nel secondo dopoguerra. La visita agli scavi, alla scoperta di una classicità mediterranea archetipica, rappresentò una tappa fondamentale, anche per riconsiderare la lezione dei loro maestri. Francesca Bonfante e Tommaso Brighenti prendono in esame alcune figure della Scuola di Milano, per le quali il viaggio ha segnato un processo di crescita e maturazione personale, influenzando significativamente anche il pensiero teorico. Sulle tracce dei protagonisti di diverse generazioni, da Giuseppe de Finetti a Gae Aulenti passando per Guido Canella e Aldo Rossi, gli autori delineano un percorso attraverso mezzo secolo di storia europea, contestualizzando nel tempo non solo i luoghi e le città visitate, ma anche gli incontri e i sodalizi intellettuali.

Mentre in Europa occidentale il turismo diventava una pratica sempre più diffusa, oltre la Cortina di Ferro solo una ristretta élite viaggiava liberamente. Nelle repubbliche Baltiche, storicamente ben integrate nei circuiti europei, l'occupazione Sovietica segnò un punto di svolta. Liene Jākobsone descrive l'esperienza degli architetti lettoni, la cui libertà creativa era limitata sia nei percorsi di apprendimento sia nelle pratiche di aggiornamento professionale. Di fronte alla scarsità di fonti aggiornate, gli architetti lettoni svilupparono strategie autonome di formazione, come il ridisegno sistematico di immagini tratte dalle riviste occidentali, conservate come repertori destinati all'uso professionale. Gregor Taul prende in esame il caso dell'Estonia attraverso la figura di Mart Port. Architetto, urbanista e amministratore di alto livello, nonché docente presso il Dipartimento di Architettura dell'Istituto Statale d'Arte, Port effettuò più di trenta viaggi all'estero. Nel 1966 scrisse un libro di viaggio sull'Inghilterra, l'unico pubblicato da un architetto nell'Estonia sovietica.

La terza parte è incentrata su una selezione di edifici rappresentativi, prevalentemente spazi per la comunità universitaria. Domenico Chizzoniti ripercorre le tappe di un viaggio in Finlandia alla ricerca delle opere di Alvar Aalto. Mettendo in evidenza la differenza tra la realtà dell'opera costruita e la sua rappresentazione visiva e letteraria, descrive con precisione le caratteristiche fisiche degli spazi e le loro interrelazioni, cercando di interpretare e spiegare le motivazioni delle scelte formali e il significato dei codici espressivi.

Helder Casal Ribeiro e Silvia Ramos focalizzano l'attenzione sul progetto di Álvaro Siza per la Facoltà di Architettura dell'Università di Porto al fine di sostenere come un unico edificio possa condensare un Grand Tour se al suo interno si ritrovano molti temi di progetto. Attraverso lo studio dei materiali d'archivio, selezionano le principali alternative di intervento in relazione alle condizioni topografiche e paesaggistiche, individuando principi generatori che rimangono costanti fino alla realizzazione finale.

Cesare Dallatomasina analizza il progetto di Gianugo Polesello per il campus universitario di Tafira a Las Palmas de Gran Canaria. Elementi ricorrenti della composizione di Polesello qui si contaminano con i riferimenti dal mondo classico e alla cultura mesoamericana, cogliendo altresì le suggestioni tratte del contesto, quello dell'arcipelago, ultimo porto prima della "grande traversata".

La quarta e ultima parte è dedicata alle interviste. Silvia Ramos e Helder Casal Ribeiro analizzano il concetto di Grand Tour in un dialogo immaginario tra Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura (intervistati separatamente), le cui esperienze mettono in luce aspetti rilevanti per riflettere su cosa significhi "imparare viaggiando".

Merilin Tee e Gregor Taul intervistano l'architetto Siiri Vallner (1972), formatasi nella fase di transizione degli anni Novanta. Vallner colse l'opportunità di viaggiare e sperimentare diversi modelli di insegnamento. A Copenaghen conobbe Jan Gehl, noto per le sue ricerche sullo spazio pubblico. A Washington studiò con Jaan Holt, un architetto estone allievo di Louis Kahn. Nel 2008, grazie al Young Architect Award, intraprese un Grand Tour in Italia, Grecia, Medio Oriente e India.

Correndo il rischio di generalizzare, si può sostenere che per un architetto il viaggio di formazione costituisca non soltanto un'occasione per apprezzare monumenti noti e architetture minori, ma anche per esplorare i contesti geografici e culturali in cui tali opere trovarono realizzazione (Bonfante 2014).

Nel 1991, per inaugurare una nuova serie della rivista Lotus, Pierluigi Nicolin scelse di dedicare un numero monografico ai disegni di viaggio degli architetti, una sorta di ideale punto di (ri)partenza.

Riguardare e riflettere sui gesti iniziali di Le Corbusier, Kahn, Asplund, Aalto credo possa avere per tutti il significato di osservare la natura di diversi cominciamenti, di vedere che cosa abbia catturato l'occhio di alcuni grandi architetti.

Anche noi invitiamo a compiere il viaggio con la coscienza di poter ricominciare da capo e con l'augurio che, come per Le Corbusier, "Le note, gli schizzi tracciati, le misure prese" non siano fini a sé stessi, non facciano soltanto parte della cultura del viaggio, cessino di essere diario "per diventare progetto" (Nicolin 1991).



Note

Nota all'editoriale. Questo numero si basa sul progetto UpGranT, Updating the Grand Tour. Memory and Invention of the European Built Environment (2023-1-IT02-KA220-HED-000158377), in corso dal settembre 2023 al luglio 2026. Il consorzio include il Politecnico di Milano (Project Leader), la Facoltà di Architettura dell'Università di Porto, l'Alma Mater Studiorum – Universita di Bologna, l'Accademia di Belle Arti di Riga (Latvijas Makslas Akademija), l'Università Aristotele di Salonicco (Aristotelio Panepistimio Thessalonikis) e l'Accademia di Belle Arti di Tallinn (Eesti Kunstiakadeemia).

[1] Anche gli architetti di formazione Beaux-Arts, come Henri Prost ed Ernest Hébrard, andarono in Oriente per studiare l'architettura di transizione tra l'epoca romana e quella bizantina. In occasione del suo Prix de Rome, Ernest Hébrard, si dedicò al progetto ricostruttivo del palazzo di Diocleziano a Spalato. Henri Prost si dedicò invece alla ricostruzione di Santa Sofia a Istanbul. Da queste ricerche emerse una linea di intervento sulla città (Bordogna 1983).

[2] L'IPL è stato articolato in due momenti distinti ma interconnessi. Nel primo evento, parte del GT#3, le istituzioni partner hanno testato collettivamente, per la prima volta e con un numero congruo di studenti, i materiali e le ipotesi della ricerca. Si è trattato infatti di verificare l'efficacia dei diversi approcci relativi agli strumenti di reinterpretazione e ridisegno. I partecipanti sono stati suddivisi in sei gruppi, mischiando gli studenti provenienti dalle diverse sedi. Ogni gruppo ha concentrato la propria analisi su una specifica sezione della FAUP. Incoraggiando lo scambio didattico e la condivisione di esperienze, il workshop ha seguito una struttura pedagogica in tre fasi: riconoscere, proporre e costruire. L'obiettivo era quello di sviluppare una lettura interpretativa articolata attraverso tre modalità distinte: disegni interpretativi, sinopsi cinetica e modelli in scala in modo che potessero poi essere contenuti in una scatola. I docenti, infatti, si sono distribuiti trasversalmente tra tutti i gruppi, costituendo tre squadre, ognuna composta dai rappresentanti di due istituzioni partner incaricate rispettivamente dei disegni interpretativi, della sinopsi cinetica e dei modelli in scala.




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