Ludovico Romagni
«È per rimettere in moto la mia fabbrica di parole che
devo estrarre nuovo combustibile del mondo non scritto»
Italo Calvino1
In Italia da diversi anni assistiamo ad una scissione tra pensiero teorico e pratica del progetto di architettura. È un concetto oramai ripetuto fino allo sfinimento in ogni luogo di confronto disciplinare, in ogni ambito di dolorosa presa di coscienza delle, sempre più evidenti, dinamiche di esclusione dell'architettura dai processi trasformativi del territorio, della città e del costruito. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio mantra: è sempre più difficile trovare progetti realizzati in cui si possa vagamente rintracciare il radicamento del pensiero di un autore. Appare evidente come la produzione teorica e critica attuale – italiana ed internazionale – abbia difficoltà ad individuare un filo conduttore che possa raccogliere e ordinare le diverse ricerche teoriche e progettuali in atto nel nostro paese. Se la produzione della nostra architettura fino agli anni Ottanta ha assunto un peso rilevante nel panorama internazionale, allo stato delle cose risulta arduo riconoscere un suo carattere di unicità e di identità. Tuttavia sul nostro territorio insistono eccellenze che, inserite nel vortice del pluriverso, della società delle reti, della «modernità liquida», non riescono a situare con coerenza i loro progetti all'interno del proprio percorso teorico, o in un virtuoso ambito di confronto dove poter formulare embrionali teoresi.
Immersi in questo mondo variegato e molteplice, lacerati dalle troppe, furbesche, continue iniziazioni di conoscenza che affliggono una disciplina alle prese con tutte le forme di transizione immaginabili, digitale, ecologica, di sacralizzazione patrimoniale, di dramma sociale, sismiche, alluvionali e siccitose, dieci anni fa (circa), cominciai a ragionare con Cristiano Toraldo di Francia e Anna Rita Emili su quali potessero essere le nuove modalità di narrazione dell'architettura capaci di rispondere, con coerenza, alla pressante richiesta di consultazione open sul web. Avevamo un dogma: differenziarci il più possibile dalla replica cartacea.
Ma quali erano, potremmo dire "a quel tempo" – considerando la rapidità con cui tutto evolve – le possibilità tecniche che il digitale ci metteva a disposizione? Fin da subito trovammo un punto certo di condivisione: iniziare a raccontare l'architettura a partire dalla sua realtà costruita. Vale a dire, dallo spazio concepito, dagli elementi tangibili, dalle relazioni percepibili, dagli aspetti costruttivi e dai materiali impiegati. E quale modo migliore se non attraverso la sua percezione dinamica? A prima vista non sembrava un approccio particolarmente innovativo. L'architettura ha sempre avuto un ruolo da protagonista nel mondo del video, sia in modo diretto che indiretto: come sfondo, scenografia consapevole, luogo ideale di narrazione cinematografica e molto altro (Troiani, Campbell, 2020). Nel nostro caso, tuttavia, si trattava di cogliere e valorizzare un potenziale espressivo specifico.
Successivamente al nostro inizio e non in forma gratuita, altri iniziavano a cogliere questa opportunità: The Architects Series di The Plan, le Conversazioni d'architettura promosse da Isplora o da Yacademy, altri ancora.
Ci sembrava affascinante, coinvolgente, provare a "mettere a nudo" l'autore di fronte alla sua architettura, costringendolo dentro il progetto, provando ad unire le riflessioni progettuali alle convinzioni teoriche, cogliendole direttamente nella percezione dello spazio, dell'elemento architettonico, delle relazioni tra le parti e con il luogo, della forma. Tenerlo il più lontano possibile da secondi testi, stratificazioni di senso, magari elaborati da altri. Nell'incedere dell'immagine in movimento, attraversando lo spazio, sovrapponendo in modo lievemente stroboscopico la visione statica di una fotografia mirata, di uno schizzo di studio, dell'immagine di un progetto precedente o non realizzato, di un disegno tecnico e persino di un dispositivo di sostenibilità, di una parola chiave, credevamo si potesse entrare realmente in quell'architettura e nel pensiero che l'aveva generata. Una narrazione simultanea tra l'immagine in movimento e quella statica, tra l'idea e la sua costruzione, tra il racconto dell'autore e l'immediatezza della realizzazione e della percezione dello spazio, tra il concetto e il suo sviluppo, tra la citazione e la sua suggestione concreta. Proprio con Cristiano iniziammo a realizzare delle videointerviste che, girate all'interno di opere costruite insieme ai progettisti, coglievano una progressione di aspetti coscientemente indagata: le vicende dell'autore – dalla sua formazione agli incontri "fondativi" – i suoi progetti, la sua idea di sintesi tra pensiero/produzione teorica e opera concreta, la descrizione dettagliata della vicenda di quell'edificio, l'ottenimento dell'incarico, l'idea, le difficoltà, gli attori, la realizzazione, i suoi dettagli, gli errori.
L'idea iniziale fu quella di costruire un sito web; un "luogo libero" lontano da vincoli di classificazione e accreditamento inadeguati a riconoscere la scientificità di qualcosa che si distaccasse dal "normal assay". Un luogo in cui, a partire dalla videointervista, ognuno, in forma di commento, potesse dire la sua. Sarebbe comunque stata una scelta inconsueta e impopolare, vista la non riconoscibilità scientifica dei contributi e la relativa difficoltà di trovare qualcuno disposto ad impiegare, generosamente, il proprio tempo senza ricevere alcuna forma di riconoscimento. Ci sono alcuni esempi virtuosi che convivono con questa difficoltà: Città Bene Comune della storica Casa della Cultura fondata da A. Banfi nel 1946, a partire dalla pubblicazione di uno scritto, attiva un confronto attraverso una serie di riflessioni "libere". Tuttavia è proprio il direttore Renzo Riboldazzi che evidenzia lo scarso numero di commenti e approfondimenti prodotti rispetto alla quantità dei testi che si pubblicano nel sito e comunque in generale. Un numero assolutamente parziale, esiguo, per non dire infinitesimale. Nonostante questa difficoltà ci sarebbe comunque la necessità di «scremare ciò che effettivamente ha valore e meriterebbe di essere divulgato – perché capace di suscitare nuove riflessioni, di rivelare una qualche realtà, di aprire nuove concrete prospettive – da ciò che appare poco significativo, trascurabile»2. Nel nostro caso, l'inevitabile coordinamento/filtro del dibattito generato dalla pubblicazione della videointervista evocava il pericolo di doversi affidare ad un possibile moderatore. Una figura dal "profilo alto", assertiva, un aspirante "messia" immerso nel multiverso del nostro relativismo disciplinare. La cosa ci provocava un certo terrore e cercammo strade alternative. In particolare attirò la nostra attenzione il sito sfuitaliadesign.com, realizzato da dei giovani ricercatori provenienti da diverse nazioni. Un gruppo di studenti/ricercatori in architettura e design girava il mondo intervistando architetti, all'interno dei loro studi, selezionandoli sulla base di una approfondita ricerca in rete. Incontrarono Anna Rita Emili nel suo studio di Roma, altro–studio, e la pubblicazione della video intervista, in cui emergevano con chiarezza i temi di ricerca, i modelli di studio, alcuni disegni iconici, ci colpì. Un sito molto curato anche graficamente in cui di scritto non c'era nulla3. Iniziammo quindi, anche noi, a realizzare dei video in cui un autore si raccontava in relazione alla sua ricerca. Il primo ebbe come protagonista proprio Cristiano Toraldo di Francia e lo intitolammo «Da Quaderna alle dodici città ideali». Lo incontrammo nel suo studio, qui nella Scuola di Architettura e Design Unicam di Ascoli Piceno, dove erano conservati in maniera caotica alcuni dei modelli e disegni di Superstudio, tracce di sperimentazioni didattiche, locandine e manifesti da ogni parte del mondo4.
Mi resi conto che la cosa era molto impegnativa e cominciai a guardarmi intorno cercando qualche "misurato" finanziamento per alimentare l'iniziativa e ampliare la squadra. Riuscii ad ottenere una cifra (messami a disposizione da Unicam), quasi tutta destinata all'acquisto di strumentazioni per la realizzazione dei video, telecamere, microfoni, ecc. A quel punto credo di aver commesso un errore: convinsi Anna Rita Emili a costruire una rivista digitale "vera" in open access che sperimentasse e ibridasse le forme narrative dell'architettura, con velleità persino "anvurriane" di accreditamento scientifico. Nacque Enter_Vista. Il focus era preciso: intercettare la difficoltà di produzione teorico/critica italiana a definire una linea in grado di raccogliere e ordinare le ricerche teoriche e progettuali in atto nel nostro paese. Iniziammo quindi ad incontrare architetti "bravi" all'interno di una loro opera realizzata laddove ritenevamo si fosse radicato il loro pensiero teorico.
Non è semplice individuare modalità efficaci per comunicare quel binomio indissolubile – e spesso consolatorio – che aleggia in ogni contesto di confronto disciplinare: il rapporto tra teoria e progetto. Forse è proprio in questo snodo che si radica il focus autentico della nostra iniziativa. Quali caratteri dovrebbe assumere oggi una teoria dell'architettura? Che relazione possiamo stabilire, in termini operativi e concettuali, tra il dire e il fare, tra il pensiero e l'azione, ovvero tra la teoria e la prassi?
Con una certa amarezza, ogni mattina appena sveglio, ricordo – o cerco di ricordare – che quello dell'architetto è un mestiere operativo, il cui senso si compie nella trasformazione qualitativa del paesaggio, della città, dello spazio costruito. Nonostante gli storici dualismi Zevi/Tafuri, credo che ogni architetto – anche il più teorico, persino l'accademico "escluso" dal progetto – conservi, nella propria intimità, la convinzione che il pensiero teorico non possa prescindere da una visione del fare. Anzi, che la teoria debba essere indagata e articolata attraverso il fare.
La nostra iniziativa editoriale si fonda precisamente su questa convinzione: la teoria nasce e prende forma dall'esperienza concreta. Non come elaborazione astratta, ma come definizione delle ragioni, delle condizioni e delle modalità operative della disciplina. In questo senso, riteniamo che una teoria autenticamente architettonica non possa che derivare da una pluralità di esperienze reali. Lo dice bene Giancarlo De Carlo:
«Raramente le mie riflessioni sono state teoriche. Semmai, ho cercato di estrarre frammenti di teoria dalla sperimentazione che conducevo progettando» (De Carlo, Buncuga 2001).A fronte di questa visione, la nostra risposta alla domanda su come rendere effettuale la teoria è netta: la teoria deve derivare dalla pratica e non viceversa.
Federico Bilò riflette su come, parlando di architettura, possiamo distinguere un versante operativo e un versante discorsivo «entro il versante discorsivo, possiamo poi fare ulteriori distinzioni e dire che c'è la poetica, c'è la critica, c'è la storiografia e poi c'è anche la teoria […] in senso etimologico sappiamo tutti che la teoria è visione, è guardare, vedere; a me sembra però che la teoria sia significativa nel nostro mestiere se, e soltanto se, risulta finalizzata al fare. La teoria, dunque, come visione del fare, ovvero come definizione di ragioni e modalità del versante operativo della disciplina» (Bilò 2021, pp. 45–48).
Un'immagine potente, che ci ha accompagnato nel tempo, è quella proposta da Carlos Martí Arís: la cèntina – quella struttura temporanea che sostiene l'arco durante la costruzione – come metafora della teoria. Invisibile nell'opera finita, ma essenziale per la sua realizzazione. Senza la teoria, l'opera non si regge. Ma, una volta compiuta, la teoria si ritrae, lascia spazio al costruito (Martí Arís 2007).
Siamo anche convinti che il vuoto teorico abbia, in certe fasi, aperto la strada a derive superficiali. L'architettura degli anni Ottanta, ad esempio, è stata spesso segnata da un eccesso di libero arbitrio, da un impulso creativo disancorato, come osserva Francesco Remotti «l'assenza di una robusta e meditata teorizzazione è il fattore che maggiormente apre la porta alle mode» (Remotti 2014).
Per cui abbiamo iniziato a cercare opere in cui riteniamo che l'autore sia riuscito a radicare il proprio pensiero. I progetti selezionati non sono vistosi, folgoranti, ma a nostro avviso identificano, in un percorso coerente, la produzione dell'architetto.
Giunti oramai all'ottavo numero, dopo aver incontrato alcuni dei maestri più importanti dall'architettura italiana, alcuni dei quali recentemente scomparsi, nonché gli emergenti "post giovani", potrei azzardare delle considerazioni direi personali: nella narrazione dei loro progetti, salvo poche eccezioni, raramente gli ancoraggi teorici hanno sopraffatto gli aspetti di concretezza realizzativa.
Architetti come Camillo Botticini, Enrico Molteni o, più recentemente, Giovanni Vaccarini, hanno orientato la loro riflessione sulla realtà operativa: la ricerca formale, i vincoli progettuali, le scelte migliorative più apprezzate scaturite da correzioni in corso d'opera.
Qualcuno ha manifestato una distanza, una necessità di fuga, rispetto ad un'indole anticostruttiva di legame accademico. Hanno ritenuto di dover cercare altrove il modo di entrare dentro le architetture per cogliere alla radice l'aspetto edificatorio, il dettaglio, la definizione dell'architettura attraverso le sue caratteristiche specifiche, la definizione degli elementi che la compongono e le relazioni. In tutti emerge l'importanza di completamento formativo nell'esperienza all'estero verso nazioni non troppo esposte allo scisma teoria/costruzione, ricerca/produzione, in maniera particolare la Spagna. In alternativa ricordano il rapporto privilegiato con professionalità dallo straordinario talento sia nell'ambito dell'Architettura che in quello del Design.
Anche Paolo Desideri descrivendo il Teatro dell'Opera di Firenze riafferma il ruolo centrale della forma nella risoluzione dei problemi progettuali. Sembra quasi prendere le distanze dalla complessità compositiva con cui aveva educato la – a me tanto cara – "generazione dei fenomeni" pescarese. La realtà, afferma Desideri, semplifica; la complessità costruttiva impone chiarezza, lucidità. I suoi veri maestri, confessa, sono stati Sergio Musmeci e Pier Luigi Nervi, il cui lascito sperimentale resta oggi di straordinaria attualità.
Con Franco Purini e Paolo Portoghesi la relazione tra teoria e pratica del progetto è emersa con maggiore incisività. Per Purini l'Eurosky Tower di Roma è l'evoluzione di collaborazioni antiche, in particolare con Maurizio Sacripanti, in cui emerge la somiglianza con alcuni disegni straordinari che a partire dal 1964 caratterizzavano la sua ricerca: Interni del '76 (Fig. 1), Torri sempre del '76. Ci parla della doppia anima della complessità: da un lato una complessità esplicita che si manifesta nell'articolazione delle forme e dei materiali; dall'altro – riferendosi alle architetture di Ungers – una semplicità solo apparente, a celare una sorta di "secondo testo" che deve essere svelato, che bisogna saper cogliere.
Oppure la necessità di ancorare l'architettura alla "terra" evocata da Paolo Portoghesi affrancandosi da visioni ideologiche e globalizzanti (Portoghesi, 2005). Nelle sue opere, come la chiesa di Calcata dove lo abbiamo incontrato, continua a cercare geometrie simboliche e proporzioni musicali anche all'interno della concretezza del sistema costruttivo prefabbricato adottato per i petali della "cupola".
E ancora il tentativo di Pepe Barbieri di realizzare una 'isola urbana nella natura', al Campus di Chieti, sperimentando i temi delle 'metropoli piccole': suolo, dispersione, nuove relazioni (Barbieri, 2016) (Fig. 2/3).
Ho ritenuto di dover ripercorrere in modalità sintetico/caleidoscopica il corposo lavoro svolto finora nella progressione degli incontri, per riaffermare come, di fronte all'opera realizzata, le profondità riflessive, gli ancoraggi di senso, i significati sottesi, si semplificano, perdono di intensità, si affrancano dal bisogno di triangolazioni, di attestazioni di metodologie a trazione riflessiva, ma rincorrono una neo verginità percettiva, dove il racconto si fa semplice, dove la forma risolve, dove la finalità di uso dialoga con il senso estetico e la linearità culturale, dove il carico di secondi, terzi, quarti significati si alleggerisce, a tratti annullandosi, sorprendendo, deludendo.
L'inattesa chiarezza descrittiva, la semplicità complessa del racconto, rappresentano, a mio avviso, la più vivida testimonianza che gli autori donano alla testata5.
Enter_Vista è una rivista elettronica multimediale, a cedenza semestrale, edita dall'Università degli Studi di Camerino, Scuola di Architettura e Design (ISSN 2612–0534). https://entervista.unicam.it/ (Fig. 4)
Alla versione digitale si affianca un'edizione cartacea che contiene tutti gli scritti prodotti per i singoli numeri, a partire dalla trascrizione completa dell'intervista, edita da Plug_in formato "tascabile" (Fig. 5).
Il contributo della rivista è dunque quello di individuare alcune delle peculiarità dell'architettura italiana attraverso una serie di videointerviste ad architetti che hanno dimostrato – attraverso il progetto – il radicamento in un pensiero teorico. Lo strumento audiovisivo, finora poco utilizzato in ambito accademico, può documentare in maniera più diretta e comprensibile rispetto all'intervista di tipo tradizionale, il lavoro, il percorso teorico formativo e la ricerca di ciascun architetto. Più in generale, il progetto editoriale tenta di sviluppare un prodotto audiovisivo accompagnato da immagini e testi critici da far circolare in rete – all'interno del portale della Scuola di Architettura e Design di Ascoli Piceno, UNICAM – che sia in grado di fornire contributi italiani significativi, anche rivolgendosi al contesto internazionale. Nella proliferazione di pubblicazioni digitali, il video offre l'opportunità di riflettere sul rapporto tra progetto di architettura e forme di comunicazione nel passaggio dalla carta stampata al web. Oggi, questo sistema si intreccia con un multiverso mediatico estremamente diversificato che ha trasformato tanto i linguaggi quanto i contenuti. Recenti sondaggi ci dimostrano come tra gli studenti di architettura l'uso del digitale, come fonte di acquisizione delle informazioni, stia diventando predominante, quasi univoco.
Nonostante molte siano le proposte di ibridazione delle forme di comunicazione dell'architettura, le riviste esistenti in rete, quasi sempre replicano la struttura di quelle cartacee pubblicando unicamente gli articoli in formato pdf spesso accompagnati da una raccolta selezionata di immagini. In realtà sembrano voler rinunciare all'esplorazione di possibili, infinite forme di contaminazione comunicativa. Se da un lato si può rintracciare in questa scelta, banalmente, un principio etico/ambientale legato alla riduzione del consumo della carta, dall'altro sono costrette a seguire criteri di accreditamento, nei vari livelli di scientificità, che non apprezzano "deviazioni arroganti".
Enter_Vista, che assume nel suo complesso un carattere monografico, consente, attraverso la simultaneità del ragionamento e della percezione visiva, delle parole chiave poste in relazione all'immagine, del rapporto tra riferimento teorico e costruzione, di stabilire un rapporto virtuoso ed esaustivo tra il nuovo "mezzo" e il "fine" della rappresentazione delle esili e incerte certezze disciplinari. Le videointerviste intitolate «10 domande a…» con sottotitoli in inglese, costituiscono una testimonianza autentica dell'architetto dalla sua formazione sino allo stato attuale della propria ricerca. Ogni singola intervista viene realizzata all'interno di un'opera significativa dell'autore a cui è dedicato il numero monografico. La scelta dei protagonisti, concordata e approvata dal comitato scientifico della rivista, dipende dalla rilevanza, sia progettuale che teorica, nonché dal grado di riconoscibilità che gli stessi architetti esprimono. La rivista è destinata in prima istanza alla comunità scientifica e, grazie alla sua particolare forma editoriale, può essere in grado di rivolgersi anche ad un pubblico più ampio.
Come si struttura Enter_Vista? Su due percorsi di interlocuzione a velocità differente: uno audiovisivo e l'altro scritto. Nella videointervista si coglie il discorso sull'architettura nello spazio dell'architettura. L'immersione fisica nell'opera rappresenta il tentativo più diretto di veicolare la riflessione teorica sottesa al progetto in maniera meno costruita, più immediata, semplice. Il video agisce sulla simultaneità tra il dialogo e l'estrazione di alcune parole chiave, tra la percezione statica dell'immagine fotografica e la percezione dinamica dell'attraversamento dello spazio, tra gli schizzi iniziali e i disegni architettonici, tra la rappresentazione e lo spazio fisico. Il racconto non è progressivo, coerente, non vuole dimostrare; cerca invece di cogliere una sorta di neo verginità, di essiccazione del ragionamento, di essenzialità del pensiero, di immediatezza e concretezza, di ripartenza fondativa scevra da sovrastrutture. Catturare nelle parole degli intervistati il senso autentico delle scelte, l'essenza.
Al video si affianca una sorta di "secondo testo". Una rassegna di saggi scritti da autori selezionati a cui affidare il compito di amplificare il significato dell'opera cogliendo le strutture più complesse del pensiero teorico, le relazioni culturali ed estetiche. Forse l'aspetto più tradizionale al quale affidare, con qualche fastidio, le rigidità di norme e regolamenti "anvurriani" che non considerano il valore scientifico del video.
Un "groviglio" di link consente di reperire informazioni curriculari su tutte le figure che partecipano al numero specifico e in generale alla struttura scientifico organizzativa, nonché a rimandi di selezione critico/bibliografica.
Enter_Vista ha dovuto confrontarsi sin dall'inizio con un nodo centrale della comunicazione disciplinare contemporanea: la tensione tra la riflessione scientifica, estesa e argomentata, e l'immediatezza, la sintesi e la frammentarietà imposte dai linguaggi digitali. La questione non riguarda esclusivamente il mezzo, ma investe direttamente la cultura del progetto e le modalità attraverso cui l'architettura produce e trasmette conoscenza.
Come ha più volte evidenziato Manfredo Tafuri, gli strumenti della rappresentazione e del discorso critico non sono mai neutri, ma incidono sulle forme del pensiero e sulle modalità di costruzione del sapere architettonico (Tafuri, 1968; 1980). Il ricorso a linguaggi audiovisivi, se assunto in modo acritico, può generare semplificazioni, spettacolarizzazioni e perdita di profondità; tuttavia, se governato consapevolmente, può attivare nuove forme di accesso al progetto e riavvicinare teoria e prassi.
In questo senso, la sperimentazione condotta da Enter_Vista si è strutturata attorno a due velocità complementari: quella audiovisiva e quella scritta. L'ambizione è stata quella di tenere insieme l'attenzione "distratta" di un pubblico ampio – committenti, tecnici, amministratori, studenti – e quella specifica del ricercatore. I primi numeri, che privilegiavano una comunicazione ad alta velocità, con testi estremamente sintetici a supporto del video, hanno mostrato i limiti di un'eccessiva compressione del discorso, rivelando il rischio di una superficialità interpretativa. Da qui la scelta di aumentare consapevolmente la distanza tra i due livelli narrativi, non per ricomporli in una sintesi forzata, ma per preservarne l'autonomia critica.
Da un lato, la concretezza dell'opera realizzata, raccontata attraverso l'immersione fisica nello spazio costruito, affrontando problemi reali e "svuotando" l'autore di un impalcato teorico precostituito; dall'altro, l'approfondimento affidato ai cosiddetti "secondi testi", capaci di sprofondare nel pensiero dell'architetto attraverso uno sguardo esterno, ricostruendone la genealogia culturale e teorica. Questa modalità operativa richiama l'idea della teoria come struttura temporanea, necessaria alla costruzione dell'opera ma destinata a ritirarsi una volta che l'architettura si manifesta nella sua concretezza.
In termini più generali, esperienze come Enter_Vista mostrano la possibilità di costruire progetti culturali di ampio respiro non attraverso l'affermazione di un paradigma unitario, ma mediante l'accumulazione critica di casi, posizioni e pratiche. La struttura monografica e la selezione delle opere consentono di delineare, per progressiva messa a fuoco, un campo di tensioni in cui il progetto torna a essere strumento di conoscenza, confermando l'idea, cara a De Carlo, che la teoria dell'architettura non preceda il progetto, ma ne derivi come estrazione critica dalla pratica.
Infine, il rapporto con la formazione accademica rappresenta uno degli esiti più significativi di queste esperienze. L'uso integrato di linguaggi audiovisivi e testi critici propone un percorso complementare e sperimentale rispetto ai modelli didattici tradizionali, favorendo una forma di apprendimento che intreccia percezione, racconto e riflessione. La teoria acquista senso nel momento in cui si configura come visione del fare: l'immersione nell'opera, l'ascolto diretto dell'autore e il confronto critico successivo contribuiscono a formare una consapevolezza progettuale meno astratta e più radicata nell'esperienza. In questo quadro, Enter_Vista non si pone in alternativa alla ricerca e alla didattica accademica, ma come dispositivo capace di riattivarne alcune istanze fondative, sperimentando nuove modalità di trasmissione della conoscenza architettonica nel passaggio dalla carta al digitale.
1 Calvino I. (2002) – Mondo scritto e mondo non scritto, Mondadori, Milano. ↩
2 Renzo Riboldazzi, in qualità di direttore del sito web casadellacultura.it, riflette sulle difficoltà di coordinare e attivare un confronto costruttivo attorno ad un libro in un editoriale che descrive gli obiettivi della testata. Riboldazzi R. (2018) – Che cos'è città bene comune. Ambiti, potenzialità e limiti di un'attività culturale, https://www.casadellacultura.it/707/che-cose-citta-bene-comune (consultato il 27 Maggio 2025). ↩
3 L'intervista ad Anna Rita Emili (2012) è consultabile sul sito http://2012.sfuitaliadesign.com/interviews/altro-studio/ (consultato il 24 Maggio 2025). ↩
4 L'intervista a Cristiano Toraldo di Francia è stata realizzata da Ludovico Romagni e Anna Rita Emili per Enter_Vista nel 2016. https://entervista.unicam.it/archivio/superstudio-da-quaderna-alle-dodici-città-ideali (consultato il 31 Maggio 2025). ↩
5 I dialoghi e i video con C. Toraldo di Francia, F. Purini, P. Desideri, P. Barbieri, E. Molteni, P. Portoghesi, C. Botticini, G. Vaccarini realizzati da Ludovico Romagni e Anna Rita Emili per Enter_Vista sono consultabili sul sito https://entervista.unicam.it/. Per ognuno degli incontri è stata prodotta una monografia in formato "tascabile" edita da Plug_in, in cui è consultabile la trascrizione completa dell'intervista, una scheda progetto, e alcuni saggi critici elaborati da autori diversi sull'opera e sull'autore. ↩
Troiani I., Campbell H. (2020) (a cura di) – Architecture Filmmaking: Making Visible, Intellect books, Bristol. ↩
Barbieri P. (2016) – Geocittà? In che modo, oggi, si abita, nello stesso tempo, un "luogo" e il "mondo", Listlab, Trento. ↩
Bilò F. (2021) – Per una teoria operativa. In: E. Vadini (a cura di), Progetto, teoria, editoria, Quodlibet, Macerata. ↩
De Carlo G., Buncuga F. (2001) – Conversazioni con Giancarlo De Carlo, Eléuthera, Milano. ↩
Martí Arís C. (2007) – La céntina e l'arco. Pensiero, teoria, progetto in architettura, Marinotti, Milano. ↩
Portoghesi P. (2005) – Geoarchitettura. Verso un'architettura della responsabilità, Skira, Milano. ↩
Remotti F. (2014) – Per un'antropologia inattuale, Eléuthera, Milano. ↩
Tafuri M. (1968) – Teorie e storia dell'architettura, Laterza, Bari. ↩
Tafuri M. (1980) – La sfera e il labirinto, Einaudi, Torino. ↩
Fig. 1 – Purini F. (1976), Interni, china su carta lucida.
Fig. 2 – Romagni L., gli scatti di Enter_Vista.
Fig. 3 – Romagni L., gli scatti di Enter_Vista.
Fig. 4 – entervista.unicam.it, il sito.
Fig. 5 – I 'tascabili' di Enter_Vista, editi da Plug_in.