






Quando leggiamo la parola "io" senza sapere a chi è riferita, essa non è priva di significato, però risulta quantomeno estraniata dal suo significato abituale (Husserl 1900) (TdR).
"Verso un Grand Tour[1] nella Facoltà di Architettura di Porto" offre una riflessione sulla possibilità di sviluppare uno spirito critico grazie all'esperienza del viaggio e, nel caso specifico, del viaggio all'interno di un'unica opera di architettura. La premessa è che il viaggio di architettura rappresenta un'esperienza diversa dalle altre, proprio per la predisposizione di chi viaggia a selezionare e approfondire un insieme di artefatti, naturali o artificiali. Molto dipende dal fatto che le opere e gli ambienti visitati, nel quadro di un determinato contesto culturale, presentino una certa ricchezza tematica filtrata da un approccio autoriale. In questi casi è possibile attribuire significato ai diversi livelli della fase progettuale. La rilevanza di un manufatto architettonico, infatti, non è determinata solo dalle dimensioni o dalla funzione, bensì dalla qualità e dalla varietà dei temi alla base della sua configurazione spaziale e formale. L'obiettivo è quello di massimizzare la lettura dell'opera in situ, riconoscendo l'insostituibilità dell'esperienza sensoriale, purché aperta a diverse interpretazioni. Si tratta di superare la mera diffusione digitale di immagini e informazioni, tornando ad attribuire un ruolo attivo all'osservatore. Si tratta inoltre di cogliere il ruolo delle parti nella composizione d'insieme, la differenza tra la scala e le proporzioni, nonché le relazioni tra l'edificio e il contesto circostante.
La capacità di riconoscere per indizi le tematiche incorporate nell'opera costruita dipende anche da chi osserva, dal suo livello di interesse e dal suo retroterra culturale, che può arricchirsi nel corso del tempo attraverso lo studio e la formazione.
Vorremmo dimostrare che il concetto del Grand Tour può essere declinato all'interno di una singola opera, quindi proporre alcuni fondamentali criteri di selezione. Innanzitutto, conta la relazione con l'ambiente nel quale l'opera si trova. Questa relazione può essere pienamente compresa prendendo in esame un contesto adeguatamente ampio. In secondo luogo, bisogna identificare i problemi progettuali che l'architetto ha affrontato in relazione alla varianti proposte. Infine, è fondamentale riflettere sull'esemplarità dell'edificio in relazione a tutta l'opera dell'autore, nonché la ricchezza e la varietà dei suoi riferimenti architettonici.
In linea con queste premesse, vorremmo dimostrare che la Facoltà di Architettura dell'Università di Porto (FAUP) progettata dall'architetto Álvaro Siza (1933) può essere il seul motif di un Grand Tour. Fu istituita nel 1979[2], separando il corso di Architettura da quelli di Pittura e Scultura. La nuova Facoltà interamente dedicata all'architettura comportò l'esigenza di una sede autonoma, distinta dalla Scuola di Belle Arti ubicata nel centro storico di Porto. Nell'ambito del programma di rinnovamento e ampliamento dell'Università di Porto, la nuova Facoltà di Architettura sarebbe stata costruita nella zona di Campo Alegre, a ovest del centro storico in direzione dell'Oceano Atlantico. Furono acquisite due tenute collocate sulle pendici della valle del fiume Douro, la Quinta do Gólgota e la Quinta da Esperança, entrambe con vista sulla foce.
La FAUP, come la conosciamo oggi, è l'esito di un processo di progettazione e costruzione articolato in quattro momenti: la ristrutturazione della Casa della Quinta da Póvoa, nota anche come Quinta do Gólgota (1983-1985); la ristrutturazione delle ex Scuderie (1984-1986); il Padiglione Carlos Ramos (1985-1986); il nuovo edificio nella ex Quinta da Esperança ([1979] 1985-1997). Completato nel corso del tempo, il complesso ha avuto una lunga gestazione; è stato progettato come un'entità unitaria, nella quale le componenti distintive contribuiscono a rafforzare il carattere stratificato e il senso complessivo dell'insieme. Dal momento che la FAUP è già stata ampiamente analizzata da diversi autori, prenderemo in considerazione solo gli aspetti che avvalorano l'ipotesi di un possibile Grand Tour. Per ulteriori approfondimenti sono disponibili materiali d'archivio[3] di varia natura: disegni (schizzi, elaborati grafici, modelli delle diverse fasi di progetto, soluzioni e varianti), documenti scritti (memorie descrittive, interviste, ecc.), ma soprattutto l'edificio realizzato, il principale documento architettonico da vivere e analizzare con attenzione.
Longue durée
Nel progetto per la Facoltà di Architettura, Álvaro Siza accoglie la storia della città e delle sue trasformazioni come una conoscenza operativa da implicare nel processo di ideazione. L'impianto del nuovo insediamento si fonda, infatti, su un'approfondita comprensione dell'evoluzione urbana del luogo. Questa consapevolezza influenza il modo in cui Siza si fa carico del rapporto tra luogo e progetto. La nuova Facoltà valorizza alcuni elementi architettonici singolari preesistenti ma, al contempo, interpreta il luogo con una grande autonomia espressiva basata sul riconoscimento del principio architettonico di unità e continuità nel tempo. Álvaro Siza riduce il contesto ai suoi elementi essenziali e vi introduce una nuova spazialità, indubbiamente urbana e umana. In altre parole, riabilita il luogo, costruisce il nuovo nella continuità e lo proietta nel futuro, reinterpretandolo in linea con le esigenze della contemporaneità.
L'area dell'intervento, un pendio nel quartiere di Massarelos affacciato sul fiume Douro e sul ponte dell'Arrábida, viene riconosciuta come un sito di eccezionale rilievo nel paesaggio di Porto, con un suo carattere distintivo e un'atmosfera unica. Contraddire tali condizioni avrebbe significato negare le scelte urbanistiche precedemente assunte, quindi compromettere la coerenza complessiva della struttura urbana di Porto. Di conseguenza, il progetto deve affrontare un problema di integrazione nel paesaggio/atmosfera in continuità con l'argine del fiume. Per tutelare le qualità paesaggistiche che caratterizzano il luogo, conserva gli edifici, le aree verdi e altri elementi di rilievo, salvaguardando l'immagine complessiva del pendio per come può essere ammirata dalla sponda opposta: un vasto e rigoglioso giardino pensile.
Il sito dove sarebbe sorta la FAUP era uno degli ultimi a conservare l'atmosfera descritta nelle incisioni del Settecento: un paesaggio caratterizzato da valori contrastanti, in cui il vigore del fiume coesisteva con una topografia accidentata, terrazzamenti coltivati e abitazioni progettate con cura e circondate da giardini lussureggianti con specie arboree esotiche e autoctone. Nel corso del Settecento, questo tratto collinare caratterizzato da vaste tenute agricole rappresentava un'alternativa alla vita cittadina. Qui si insediò la colonia straniera dedita al commercio del vino di Porto, grazie alla purezza dell'aria e al clima temperato, alla limpidezza delle acque e alle ampie vedute panoramiche, in un contesto sociale omogeneo e sicuro per le famiglie.
Quinta da Esperança era parte integrante di una vecchia tenuta agricola, organizzata in terrazzamenti lungo il pendio orientati a sud verso il fiume. Quinta do Gólgota, invece, si collocava su una piattaforma elevata ed era dotata di una residenza padronale a due piani, con le scuderie e un bel giardino di delizie dotato di raffinati elementi in granito: vasche e muri di recinzione, interrotti a in corrispondenza delle migliori viste del fiume. Fu probabilmente realizzata da una delle famiglie straniere che seppero coniugare la tradizione costruttiva locale con gli standard abitativi anglosassoni in tema di igiene, comfort e atmosfera.
Alla fine degli anni Settanta, Quinta da Esperança non era più produttiva, quindi non serviva più all'approvvigionamento alimentare di Porto. La Quinta do Gólgota era ancora ben conservata e il suo valore architettonico era ampiamento riconosciuto all'interno del patrimonio cittadino. Per questo motivo, Siza decise di preservare il carattere romantico della Quinta do Gólgota reinterpretando in chiave contemporanea l'immagine perduta del giardino terrazzato della Quinta da Esperança.
Questa intenzione fu messa in atto attraverso tre scelte progettuali ben definite. In primo luogo, la decisione di valorizzare le strutture esistenti nella Quinta do Gólgota attraverso la ristrutturazione della casa padronale, delle scuderie e del giardino di delizie racchiusi tra alte mura di granito e la costruzione di un unico nuovo volume, il Padiglione Carlos Ramos, sul lato opposto del giardino, è stata presa cercando di mantenere le proporzioni e le dimensioni tra i diversi elementi o caratteristiche, valorizzando l'atmosfera esistente.
In secondo luogo, la scelta di mantenere l'eccezionale copertura arborea della Quinta do Gólgota e di modulare la superficie di Quinta da Esperança in piattaforme, in molti casi verdi, con la conservazione di alberi secolari di grande valore. In terzo luogo, la decisione di rivedere la disposizione del confine meridionale del terreno che corre lungo il pendio verso il fiume, ridisegnando la struttura della strada panoramica e consentendo l'integrazione di strutture in granito incastonate, muri di contenimento, cancelli e una serie di serbatoi nella disposizione globale del complesso, innestando la composizione nel più ampio contesto rurale.
La trasformazione di quel versante collinare prese avvio a partire dalla fine dell'Ottocento e, in particolare, con il progetto del secondo ponte sul fiume Douro, ossia il ponte dell'Arrábida. La nuova infrastruttura trasformò la zona in una "testa di ponte" e, potenzialmente, nella moderna "porta di accesso" alla città. La sistemazione di quella zona è stata oggetto di studio per oltre trent'anni nell'ambito di cinque piani regolatori elaborati da architetti portoghesi e stranieri. Quasi senza eccezioni, queste proposte preservano l'atmosfera della Quinta do Gólgota — come poi avrebbe fatto anche Siza — prefigurando una trasformazione della Quinta da Esperança in base alle esigenze contemporanee. Tutti i piani urbanistici elaborati tra gli anni Quaranta e Settanta consolidavano il paesaggio verde del versante collinare, introducendo una nuova scala urbana mediante politiche di gestione collettiva del territorio. Nelle diverse proposte, la Quinta do Gólgota e la Quinta da Esperança venivano inglobate in una cintura verde pubblica, una sorta di parco urbano dove il patrimonio costruito e i punti topografici si alternavano alle vedute più suggestive sul fiume e sull'oceano, valorizzando la percezione d'insieme del paesaggio della città.
In particolare, alla fine degli anni Quaranta, Fernando Távora propose, su una superficie verde libera e continua, interamente di dominio pubblico, un centro civico con un'unità di quartiere per tremila abitanti. Studiò il posizionamento di una serie di unité d'habitation di dimensioni conformi costruite su pilotis e dotate di tetto-terrazza. Questi blocchi residenziali erano orientati secondo i punti cardinali perpendicolarmente alla riva e, visti dal ponte dell'Arrábida, sarebbero stati percepiti come volumi astratti. Quelle sagome stereometriche situate all'ingresso della città avrebbero fatto da contrappunto alle torri costruite nel Settecento che si vedono dal punto panoramico del ponte Luiz I.
Sebbene il piano urbanistico elaborato da Távora sia stato subito accantonato, l'idea che una configurazione a torri potesse caratterizzare questo segmento della riva non fu abbandonata. La riprese lo stesso Távora in un progetto per un'area limitrofa sviluppato nella metà del decennio successivo, anche questo rimasto su carta. L'idea riemerse con Armenio Losa e Cassiano Barbosa alla fine dello stesso decennio, e si materializzò negli edifici che sorgono di fronte al parco urbano proposto da Januário Godinho: una serie di blocchi di sette piani perpendicolari al fiume, disposti su una base continua a doppia altezza.
Quegli studi sembravano ammettere che nessuna configurazione volumetrica moderna avrebbe potuto migliorare l'immagine percepibile dal fiume. I progettisti si accordarono silenziosamente sul fatto che l'aspetto di quella porzione della riva non dovesse essere stravolto, confermando così che nessuna delle nuove proposte, incluse le tipologie architettoniche più recenti, sarebbe riuscita a migliorare il quadro d'insieme della costa settecentesca, rappresentata perfettamente nelle vedute dell'epoca. Siza era ben consapevole dell'intenzione espressa nei piani urbanistici sopracitati, nonché delle strutture per le quali quegli stessi architetti erano noti. In queste condizioni, il suo approccio ha cercato di rimanere coerente con le proposte urbanistiche precedenti, sviluppando l'indicazione di preservare l'eccezionale paesaggio del sito.
Composizione e Costruzione
La prima presentazione ufficiale del progetto per la FAUP ha avuto luogo nella neonata Facoltà in una conferenza pubblica alla quale hanno partecipato anche Fernando Távora e gli studenti dei primi anni. In quell'occasione, Álvaro Siza ha mostrato gli schizzi preparatori che illuminano le sfide progettuali che è stato chiamato ad affrontare e il modo in cui è giunto al disegno finale. È interessante notare come in alcuni degli schizzi iniziali, sebbene si riflettesse l'idea di preservare gli edifici esistenti, fossero rappresentati volumi verticali. Quando decise di escludere l'architettura verticale, si trovò di fronte alla sfida di affrontare il programma funzionale estremamente esteso — circa 19.000 metri quadrati di superficie utile — da inserire in un contesto molto ripido. Per sfruttare al meglio le condizioni topografiche specifiche, optò per uno sviluppo planimetrico, costituito da quattro linee orizzontali disposte su altrettante quote diverse che seguono l'andamento naturale dei terrazzamenti agricoli preesistenti. In sintesi, si può dire che il progetto si sviluppa in orizzontale e in verticale in una sorta di «bassorilievo», e non come edificio verticale. Un grande edificio, disposto con quattro piattaforme a quote diverse, diviene parte integrante del pendio, come se fosse un'opera di land art, in armonia con la topografia del luogo. A tal fine si è ricorsi a dei muri rivestiti in granito. I volumi sono trattati come corpi eterogenei, ossia ognuno presenta un disegno molto specifico, autonomo, anche se nel complesso mostrano una grande continuità spaziale. Le relazioni tra questi corpi sono risolte in modo semplice ma vario, garantendo la fluidità e la qualità dell'insieme attraverso percorsi pedonali e gradinature, terrazze, cortili interni, aree verdi e arboree, corsi d'acqua, scale, pilotis e i prospetti esterni e interni. In generale, tali elementi architettonici, nella loro concretezza progettuale, evocano riferimenti indiretti, che vanno dall'Acropoli ateniese all'architettura iberica. Soprattutto però, rispetto ai riferimenti più concreti che Siza afferma di aver studiato, queste soluzioni progettuali dimostrano la sua chiara coscienza della longue durée, dalle pratiche di costruzione e organizzazione sociale degli artigiani nel mondo preindustriale fino alla riqualificazione di molte città europee nei decenni passati. Dimostrano anche una riflessione informata sulle tematiche tecnologiche ereditate dall'Ottocento e affrontate da architetti come Giuseppe Terragni, Le Corbusier e gli architetti portoghesi della sua generazione.
Verso un concetto del Tutto
Per concludere e riassumere, l'intervento sulla Quinta do Gólgota e sulla Quinta da Esperança mostra un'interpretazione erudita della storia della città che ha radici nei capisaldi del processo di trasformazione urbana di Porto. La continuità spaziale con la lunga cintura verde del fiume è garantita dalla grande differenziazione topografica e dalla varietà dei dettagli architettonici, in un sapiente mix tra antico e nuovo, che rivelano lo studio intenso di questo architetto. Questo progetto presenta un grado di complessità di rara ampiezza, paragonabile forse solo alle opere di Le Corbusier, di cui Siza è uno studioso assiduo. Da un grande ammiratore di Le Corbusier, ci possiamo aspettare un lavoro guidato dagli insegnamenti di quello che considerava un architetto-erudito, come si evince dalla sua celebre frase: «Bisogna tendere verso la stabilità di un concetto del Tutto».
HUSSERL E. (1900-1901) – Logische Untersuchungen [Ricerche logiche]. Niemeyer, Halle. ↩
"Álvaro Siza: 13 Works" (1989) – In: Álvaro Siza 1954-1988. A+U Extra Edition, Tokyo.
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Archive Álvaro Siza, Col. Serralves Foundation – Museum of Contemporay Art, Porto. Donation 2015 (PT-FS-ASV-18; PT-FS-ASV-19).
[1] Tradizionalmente, il termine "Grand Tour" si riferisce a un viaggio educativo attraverso l'Europa, in particolare l'Italia, intrapreso dai giovani dell'aristocrazia europea tra il XVII e il XIX secolo. Questo viaggio aveva lo scopo di completare la loro formazione culturale attraverso l'esperienza diretta di monumenti, opere d'arte e luoghi storici.
[2] La separazione del corso di Architettura dalla Scuola di Belle Arti rappresentò un momento importante nel riconoscimento dell'architettura come disciplina autonoma in Portogallo.
[3] I materiali d'archivio relativi al progetto della FAUP sono conservati presso l'Archivio Álvaro Siza, nella collezione della Fondazione Serralves - Museo d'Arte Contemporanea di Porto.