Alessandro Brunelli
Alessandro Brunelli: nel libro L'Arte contemporanea. Da Cézanne alle ultime tendenze, Renato Barilli cita la teoria di Marshall McLuhan, sul medium tecnologico, mettendo in relazione la stampa di Gutenberg e la scoperta dell'elettricità con i mutamenti delle arti1. Utilizzando il parallelismo di McLuhan (parafrasato da Barilli) si potrebbe affermare che il medium tecnologico alla base di ArchiDiAP è l'Information Technology. Quale è stato l'incipit, o l'intuizione che ha messo in relazione il medium dell'Information Technology con la trasmissione della cultura del progetto?
Orazio Carpenzano: ArchiDiAP è una piattaforma digitale nata per condividere e diffondere la cultura architettonica promuovendo un'azione di cooperazione culturale tra tutti i membri dell'università. Il portale è uno spazio aperto (open source) che consente una consultazione di qualità attraverso i contributi filtrati da una redazione che seleziona i progetti da pubblicare. ArchiDiAP nasce quando, con Fabio Balducci, abbiamo compreso che la ricerca delle opere architettoniche sul web si limitava spesso unicamente a Wikipedia. Ci sembrava necessario, dunque, costruire un portale di progetti, con una natura storico-critica, attraverso l'ausilio della comunità scientifica. L'idea di ArchiDiAP è quella di rendere democratica la conoscenza dell'architettura attraverso la trasmissione di contenuti capaci di alimentare e interconnettere la comunità accademica con quella professionale. La piattaforma è nata con l'ambizione di essere un laboratorio di sperimentazione teorico-didattica in grado di testare le nuove modalità tecnologiche di apprendimento e trasmissione del sapere. La tecnologia digitale consente di avere una serie di rimandi impliciti, come le scatole cinesi, che favoriscono un'estensione sia da un punto di vista logico sia da quello percettivo. Si può partire da una mappa, identificare un'architettura ed estendere la conoscenza ai disegni di archivio, alle fotografie fino ai dettagli. La modalità di apprendimento è assimilabile quindi a una catena associativa all'interno della quale un progetto è interconnesso a tanti livelli di approfondimento.
Un'altra componente fondamentale di ArchiDiAP è sicuramente l'interdisciplinarità: la piattaforma promuove infatti un dialogo con le altre arti, l'urbanistica e la tecnologia. Il portale permette a tutti di accedere gratuitamente ai contenuti, anche a coloro che non possono acquistare libri o investire in un viaggio alla scoperta delle architetture. Lo scopo della piattaforma è quello di suggerire agli utenti dei contenuti capaci di attivare un'intelligenza sociale: è una specie di percorso peripatetico degli antichi greci.
AB: Fabio, ora ti occupi del coordinamento redazionale ed editoriale ma anche di quello grafico, compito che nella società delle immagini non è di certo trascurabile. Quale è stato il tuo contributo iniziale all'interno della piattaforma?
Fabio Balducci: Mentre stavo facendo il mio apprendistato di architetto, ricordo che stavo leggendo un libro, se non erro di Bruno Zevi, che trattava dell'integrazione del video come strumento didattico e divulgativo dell'architettura2. Il libro suggerì una discussione con Orazio sulla diffusione dell'architettura attraverso il web; in particolare una trasmissione non vincolata esclusivamente alla fotografia ma a contenuti simultanei. A questo proposito abbiamo creato un think tank per la costruzione di ArchiDiAP cercando di colmare il divario esistente tra la comunicazione scientifica e settoriale dell'architettura rivolta a un pubblico ristretto. Il tentativo era quello di trovare una strada intermedia divulgando scientificamente le opere attraverso i disegni, la bibliografia, le geo-localizzazioni e infine i temi. Una delle prime iniziative del portale è stata Roma 500 Architetture3 collegata al QART: il laboratorio per lo studio di Roma contemporanea diretto da Piero Ostilio Rossi all'interno del Dipartimento. L'intenzione era quella di arricchire il portale partendo da un luogo specifico, Roma.
Rispetto al ruolo della forma visiva del portale, è necessario sottolineare che ArchiDiAP non è un sito incentrato sul potere persuasivo delle immagini poiché il suo intento è quello di mantenere un carattere accademico attraverso le sue schede analitiche. La veste grafica attuale è frutto di un concorso che avevamo indetto tra tutti gli studenti delle scuole di architetture italiane; concorso vinto da Simona Piccato del Politecnico di Torino. Il premio della competizione non prevedeva una ricompensa in denaro ma la realizzazione del progetto grafico più meritevole. Tutti i progetti di concorso furono esposti in una mostra alla Casa dell'architettura di Roma, la sede dell'Ordine che, con IN/ARCH, ha contribuito all'avvio della piattaforma. Il sito cerca di mantenere dunque una veste grafica semplice, più simile a Wikipedia, cercando di non scadere nelle tendenze del momento che puntano invece su una grafica accattivante e immediata. ArchiDiAP non ama la velocità poiché il tempo della piattaforma deve essere quello dell'apprendimento lento legato allo studio delle opere.
AB: La parola chiave del portale ArchiDiAP è "condivisione", lemma che il vocabolario Treccani riferisce alla sfera informatica relativa all'accesso e all'utilizzo contemporaneo di risorse comuni da parte di utenti diversi. In ArchiDiAP la condivisione non è solo un concetto informatico, la condivisione si interseca infatti con l'azione del comunicare alla collettività. Nell'epoca della continua e immediata persuasione, in cui la comunicazione è divenuta «l'opposto della conoscenza» (Perniola 2004), è necessario che ArchiDiAP diventi più suadente per sopravvivere?
OC: uno dei principali problemi delle piattaforme collaborative è la continuità dell'aggiornamento dei contenuti e, di conseguenza, la partecipazione attiva della comunità. Per mantenere costante il coinvolgimento occorre essere certamente seduttivi senza depauperare i contenuti mettendo esclusivamente in vetrina le immagini architettoniche. Moltissimi portali condividono solo immagini senza soddisfare i diversi livelli di conoscenza e di approfondimento. In ArchiDiAP tutti i contenuti sono fondamentali come le piante, le sezioni, i prospetti, il testo, il rapporto tra l'opera e il contesto, l'inquadramento, la personalità dell'autore e così via. Ovviamente un utente può osservare i materiali a diverse profondità ma l'idea della piattaforma è quella di garantire a tutti una rigorosa selezione attraverso la validazione dei contributi da parte della redazione. In ultimo c'è la maniera di comunicare l'architettura; ArchiDiAP cerca di rivolgersi a un pubblico eterogeneo (studenti, professionisti, cittadini), con livelli diversi, senza semplificare eccessivamente i contenuti. Il tema della comunicazione in architettura è un tema centrale poiché comunicare significa, in primo luogo, andare oltre l'informazione squisitamente tecnica della disciplina; questo per me deve valere sia all'interno della scuola che all'esterno. Da sempre cerco di rivendicare la dimensione poetica ed evocativa dell'architettura che è il vero nocciolo della trasmissibilità della cultura architettonica. Tramandare la dimensione poetica del progetto significa raccontare alle persone in che modo un'opera è stata capace di emozionare e suggestionare attraverso il suo spazio costruito. Non si può prescindere dunque dall'analizzare la sfera compositiva che viene originata da una distintiva dimensione poetica. Tutto ciò sembra un aspetto minoritario, surclassato spesso dalla tecnica, ma questa è la mia idea: la valorizzazione della dimensione umanistica dell'architettura. Ciò non significa negare la tecnica tout court, anzi guardo con grande interesse le nuove tecnologie poiché, quando ero giovane, ho avuto la fortuna di lavorare con la motion capture e la motion graphics. Mi ha sempre affascinato tutto quello che riguarda l'estensione delle mie capacità. Il problema, dunque, è quello di esercitare un dominio intellettuale sulle nuove tecnologie con il fine di non perdere nessuna capacità ma, anzi, di acquistarne altre. L'intelligenza artificiale, ad esempio, va messa in crisi con le giuste domande per produrre un'interlocuzione significativa. In alcuni casi questo dialogo può diventare un gioco, naturalmente sempre consapevole, tra l'ironia e la durezza, termini che ho utilizzato come titolo del mio prossimo libro che pone l'accento sulla dimensione umanistica dell'architettura. Nel contesto contemporaneo, infatti, la nostra disciplina rischia di essere schiacciata tra alcuni slogan della comunicazione come l'efficienza energetica, la sostenibilità, l'architettura parametrica e la rigenerazione urbana. Gli slogan fanno perdere di vista la complessità dell'opera architettonica, cioè la sua dimensione poetica, umanistica e polisemica per cui le cose possono avere significati altri rispetto quelli narrati unicamente da una sola parola.
AB: Pensi che sia necessario implementare la campagna social per promuovere ArchiDiAP tra le giovani generazioni oppure si corre il rischio di scadere in una inutile competizione tra gli altri portali di architettura sicuramente meno scientifici? Penso a Divisare, Archiportale e Archilovers, piattaforme che divulgano progetti senza sitografia e bibliografia e che si configurano come atti comunicativi di diversa «composizione chimica» (Eco 1973, 421).
FB: Impostare una comunicazione efficace attraverso i social network richiede un lavoro assiduo e costante. Ma ArchiDiAP si fonda sostanzialmente su un gruppo di lavoro che muta a seconda della carriera accademica dei singoli. Rispetto ad altri portali ArchiDiAP offre la possibilità di approfondire maggiormente le opere attraverso i disegni, il testo, la geo-localizzazione, la sitografia e la bibliografia secondo un'ottica multimediale e ipertestuale. Il testo critico è un contenuto imprescindibile per approfondire l'opera architettonica poiché lo scritto descrive la poetica dell'architetto, il periodo storico ed eventualmente rimanda ad altri elaborati testuali.
Tornando ai social network ritengo che ci siano delle pagine perfette che, come The Beauty of Plan su Instagram, accostano le piante di alcune opere, anche in maniera accattivante, ma senza un criterio scientifico. ArchiDiAP di certo non dovrebbe confondersi con questi contenuti poiché nasce all'interno dell'accademia.
AB: Nell'attuale scenario formativo, caratterizzato dall'integrazione tra canali istituzionali e modalità di apprendimento informali mediate dal web, si pone una questione rilevante: in che misura la formazione accademica continua a essere centrale nell'acquisizione della cultura del progetto? In questo contesto, le piattaforme digitali dedicate all'architettura (come ArchiDiAP) rappresentano un'effettiva opportunità di diffusione e condivisione del sapere o rischiano, per effetto della loro immediatezza visiva, di indebolire la dimensione critica della didattica frontale?
OC: La sfida della trasmissibilità della disciplina è importantissima e, come preside di una facoltà di architettura, cerco di impegnarmi al massimo in questo compito. ArchiDiAP non può assolutamente essere uno mezzo alternativo alla lezione teorica universitaria; è un dispositivo, un sussidio che tenta di rispondere alle sfide della comunicazione architettonica contemporanea nei termini di accessibilità e di profondità dei contenuti. Come ho già affermato la sfida è quella di comunicare l'architettura non solo come insieme di dati e immagini ma come esperienza poetica e conoscitiva capace di coinvolgere emotivamente e intellettualmente con il fine di innescare negli utenti una necessità di approfondimento. Cosa vuol dire oggi comunicare l'architettura? Significa trovare un equilibrio tra la tecnica e la sua forza evocativa, la sua complessità poetica. Solo in questi termini l'architettura può tornare a essere indispensabile nella società contemporanea.
La trasmissione della poeticità non può avvenire di certo attraverso l'approfondimento dello studente che utilizza in maniera solitaria una piattaforma. La complessità si apprende all'interno delle università che sono il luogo delle domande, della ricerca, dello studio e della sperimentazione.
AB: Riprendendo l'interrogativo posto a Orazio Carpenzano sull'apprendimento della disciplina, è possibile affermare che ArchiDiAP appartenga alla sfera dell'autodidattica al di fuori della scuola. A questo proposito hai avuto modo di testare l'efficacia della piattaforma nella formazione degli studenti?
FB: Ho avuto modo di verificare l'efficacia di ArchiDiAP solo parzialmente, ovvero quando gli studenti sono stati coinvolti in qualità di autori per la stesura di alcune schede analitiche. Sicuramente abbiamo avuto un riscontro positivo da parte di dottorandi e ricercatori che utilizzano la piattaforma come strumento di indagine per approfondire le architetture moderne e contemporanee di Roma. A questo proposito riceviamo costantemente molte gratificazioni da parte di alcune istituzioni, anche estere, che utilizzano il portale come supporto per la ricerca. Parlando di ricerca, è necessario citare il rapporto tra ArchiDiAP e alcuni seminari della scuola di dottorato le cui riflessioni si sono riversate nel portale. Un esempio per tutti è l'indagine sui Recinti (Leoni, Spirito 2021) pubblicata da Quodlibet. Infine, la recente celebrazione dei dieci anni del portale è stata un'altra riprova del proficuo rapporto tra la piattaforma e la comunità dei dottorandi i quali sono divenuti gli autori delle schede delle architetture della Città universitaria di Roma. Grazie a un finanziamento di ateneo per la terza missione, gli edifici del campus Sapienza sono stati dotati di targhe QR code che rimandano alle schede del portale4 e consentono l'approfondimento delle opere costruite.
AB: ArchiDiAP si configura come un duplice strumento formativo: da una parte è un serbatoio culturale dal quale gli studenti attingono nozioni, dall'altra è un laboratorio editoriale partecipato che si autoalimenta attraverso la comunità accademica che reperisce e rielabora i materiali da pubblicare. Quando le schede delle opere sono curate dagli studenti è la redazione (composta da ricercatori, docenti e dottorandi) che valida i contenuti. È possibile estendere questo laboratorio partecipato anche ad altre università oppure è necessario che i prodotti editoriali siano di provenienza esclusiva del Dipartimento di Architettura Teorie e Progetto?
OC: L'idea di estendere il laboratorio ad altri atenei potrebbe essere percorribile ma sicuramente andrebbe limitata alla produzione delle schede poiché la redazione deve necessariamente rimanere unica per garantire la qualità dei contenuti. L'apertura ad altre università sarebbe una cosa molto interessante, in generale credo che aprirsi al dialogo con altre sedi sia sempre produttivo.
AB: La piattaforma ArchiDiAP è dunque un laboratorio editoriale ma anche uno strumento divulgativo capace di uscire dal web attraverso la creazione di eventi e libri. Gli eventi ArchiDiAP meets sono una preziosa occasione per avvicinare l'accademia al mondo dei critici e degli studi professionali, di fama nazionale e internazionale, come ad esempio Juan Navarro Baldeweg, Giancarlo Mazzanti, Jean-Luis Cohen, Vincenzo Latina. Pensi che questi eventi tra la scuola e il mondo esterno possano essere implementati? Perché non introdurre viaggi-studio in cui gli studenti visitano gli atelier di progettazione o le mostre di architettura praticando quella che Samonà definiva «ginnastica spirituale dell'immaginazione» (Samonà 1945, 9)?
FB: Sul tema del viaggio è doveroso segnalare l'applicazione che stiamo costruendo con Open City Roma, l'idea è quella di creare un'app per itinerari scientifici autoguidati all'interno della città. Per quanto riguarda i viaggi-studio, ritengo che il primo della serie possa essere l'attuale Biennale di Venezia considerando che ArchiDiAP è incluso nel programma culturale del Padiglione Italia curato da Guendalina Salimei.
AB: Quale futuro ti aspetti per la piattaforma? L'Intelligenza artificiale potrebbe aiutare la crescita del portale oppure ArchiDiAP corre il rischio di essere fagocitata dai nuovi strumenti come ChatGPT? Penso alle future matricole, native digitali, che cercheranno direttamente le risposte ai problemi progettuali senza passare per un processo di rielaborazione di dati (acquisiti sempre più dal web e sicuramente meno dalle riviste e dai libri). Non c'è il rischio che gli studenti partano direttamente da un'intelligenza generativa e non dalla sedimentazione della cultura del progetto custodita e schedata scientificamente da ArchiDiAP?
OC: Non credo che la piattaforma debba mettersi in competizione con l'intelligenza artificiale del web, credo invece che debba individuare alcuni obiettivi principali di rafforzamento in relazione alla comunità accademica e agli stakeholder esterni. Ora stiamo lavorando ad ArchiDiAP Plus, un'applicazione che collabora con il nostro database per il riconoscimento delle architetture. Nel futuro credo che ArchiDiAP continuerà a svilupparsi in linea con le tendenze emergenti del settore dei beni culturali e dell'architettura digitale come quelle maturate, ad esempio, da Arthemisia. Per arricchire la fruizione dei contenuti, ArchiDiAP potrebbe evolvere verso sistemi più interattivi e personalizzati capaci di sfruttare al meglio le tecnologie dell'AI e implementare l'interfaccia sui dispositivi mobili. In conclusione, da un lato vi è la necessità di un dialogo con le nuove tecniche, dall'altro l'urgenza di collaborare con gli enti di ricerca, le università, le istituzioni culturali e i partner internazionali. Sicuramente l'internazionalizzazione della piattaforma potrebbe rafforzare il ruolo di ArchiDiAP come punto di incontro tra ricerca, didattica, cultura e società.
AB: In una recente ricerca condotta nell'ambito del dottorato dell'Università di Architettura di Parma, sui fenomeni, gli strumenti e le prospettive della trasmissibilità extra-accademica, Riccardo Rapparini riporta un sondaggio sottoposto agli studenti di architettura in cui si evince che il 71% degli intervistati utilizza i siti web e le piattaforme online come fonte per l'acquisizione di informazioni relative alla cultura del progetto architettonico5. Alla luce dei nuovi strumenti informatici, come ChatGPT, è possibile costruire un'alleanza con l'intelligenza artificiale per lo sviluppo della piattaforma?
FB: Il web è un universo molto più pervasivo e molto più affascinante rispetto alla dimensione cartacea di un libro o di una rivista. Il punto è quello di imparare a governare la barca all'interno di questo mare, ovvero formare un giudizio critico capace di selezionare i contenuti da rielaborare durante la stesura di un progetto architettonico. La formazione del giudizio critico spetta ai docenti che devono insegnare a Saper vedere l'architettura. Rispetto all'intelligenza artificiale penso che sia fondamentale trovare dei modi per stringere un'alleanza con questo nuovo strumento, o meglio con questa forma aliena di intelletto. Non saprei se nella sua veste attuale ArchiDiAP possa essere già implementata con l'AI, è una questione strettamente informatica. L'intelligenza artificiale può sicuramente essere utilizzata come strumento di apprendimento disciplinare, e cioè come filtro selettivo basato su meccanismi comparativi fondati sull'analogia o sull'imitazione, secondo una definizione di Mario Carpo. In questo senso un archivio esteso su alcuni temi molto specifici, come quello che può offrire ArchiDiAP, è senza dubbio fondamentale per individuare caratteri ricorrenti di alcune architetture. Sicuramente ArchiDiAP si evolverà in futuro ma senza perdere il suo carattere intermedio tra la divulgazione di massa e la comunicazione scientifica, l'incipit della sua essenza.
Digitando il nome di un'architettura o di un architetto su un motore di ricerca qualsiasi, accade di frequente che un utente concluda la sua indagine all'interno del portale web ArchiDiAP trovando spesso ciò che desiderava ovvero una planimetria, un dettaglio, una foto o la storia di un manufatto architettonico. Ma chi è il navigatore del web che approda su ArchiDiAP? È un individuo molteplice identificabile con le figure dello studioso (di ogni ordine e grado), della laureanda, della ricercatrice, del docente oppure della curiosa, non esperta, appassionata della disciplina. Fondata nel 2012 all'interno dell'accademia, ArchiDiAP è una piattaforma di architettura che nasce dalla condivisione collaborativa del sapere architettonico (analogamente a Wikipedia), con l'obiettivo di andare oltre l'accademia rivolgendosi trasversalmente al popolo del web. Come si legge all'interno del sito:
ArchiDiAP coniuga i vantaggi costituiti da una vasta utenza, che diviene al tempo stesso co-autrice dei contenuti […], con il controllo […] qualitativo garantito dalla Redazione […], al fine di offrire un prodotto […] utile […] alla didattica e alla ricerca […], quanto un efficace mezzo di divulgazione a un pubblico non specializzato6.
Libera da ogni logica di mercato, la piattaforma è uno strumento di divulgazione della cultura architettonica ma allo stesso tempo è un efficace dispositivo didattico a doppio registro: da una parte il portale si configura come un serbatoio culturale dal quale gli allievi e le allieve ricavano nozioni, mentre dall'altra è un laboratorio di ricerca partecipato del Dipartimento di Architettura e Progetto (Sapienza Università di Roma). La piattaforma si autoalimenta, infatti, attraverso la comunità accademica (dottorandi inclusi) la quale redige le schede delle opere acquisendo crediti formativi per la carriera e titoli scientifici7.
A differenza di altre piattaforme italiane come Divisare, Archiportale e Archilovers, ArchiDiAP offre uno sguardo scientifico sulle opere architettoniche le quali sono catalogate in schede e organizzate per immagini, testo, crediti, modelli cad, sitografia e bibliografia. Tali categorie rendono accessibile la consultazione del portale a più livelli di approfondimento e il navigatore della pagina web può scegliere se osservare solo le immagini, leggere semplicemente la cronologia dell'opera oppure consultare la bibliografia per approfondire la ricerca in altri contesti. Sono proprio i riferimenti bibliografici, il tipo di catalogazione e, infine, il controllo delle schede da parte di una redazione di esperti (dottorandi, dottori di ricerca, ricercatori e professori) a rendere il portale un dispositivo scientifico per la diffusione della disciplina. Ma ArchiDiAP non appartiene solo al mondo del web, ArchiDiAP è una macchina divulgativa che estende la sua dimensione virtuale anche nell'ambiente fisico organizzando conferenze e pubblicando libri.
A tredici anni dalla creazione del portale e nel pieno di una nuova rivoluzione informatica, l'intervista con Orazio Carpenzano e Fabio Balducci (i fondatori) riflette sulla trasmissibilità virtuale della disciplina architettonica. Le considerazioni finali sul futuro di ArchiDiAP riportano al centro del dialogo il tratto fondamentale della sua natura: l'essere uno strumento di comunicazione della scuola oltre la scuola. Secondo questo assunto l'intelligenza artificiale non è dunque una minaccia ma una risorsa per il portale il cui dominio intellettuale appartiene esclusivamente alla comunità scientifica.
La condivisione e l'accesso libero al sapere sono dunque i caratteri fondanti della piattaforma la quale non ha alcuna intenzione di cadere nei tratti persuasivi della grafica contemporanea del web. L'obiettivo finale di ArchiDiAP è quello di diffondere e difendere la dimensione poetica dell'architettura comunicando la sua essenza profonda attraverso contenuti ragionati oltre gli slogan e le immagini della cultura mediatica attuale. L'azione democratica di diffusione della cultura del progetto da parte di ArchiDiAP8 è una maniera laconica di comunicare la conoscenza che, come afferma Gramsci a proposito dell'impegno dell'intellettuale nei confronti della formazione di una società, non punta su «scoperte originali, […] – ma insiste – criticamente […] –su– verità già scoperte –per– socializzarle […] e farle diventare base di azioni vitali» (Gramsci 1977, Quad. 11, 1377-1378). Nella società dello spettacolo e della distrazione, ArchiDiAP appare come un riferimento certo per la cultura del progetto, un canale web orientato a diffondere opere e temi di qualità attraverso una grafica essenziale, senza tempo, ma che ci invita a riflettere sul rapporto forma-contenuto della comunicazione attuale della disciplina.
1 Cfr. L'arte contemporanea: da Cézanne alle ultime tendenze, pp. 16-20. ↩
2 Il libro citato è Editoriali di Architettura. ↩
3 L'iniziativa Roma 500 Architetture, aperta a tutti gli studenti della facoltà di architettura di Sapienza Università di Roma, prevedeva l'assegnazione di 1 CFU a fronte dell'inserimento di una scheda descrittiva di un'opera tra quelle proposte nell'elenco pubblicato sul sito di ArchiDiAP. ↩
4 Si veda la sezione "Chi Siamo" all'interno del sito del portale ArchiDiAP https://archidiap.com/benvenuto-in-archidiap/ ↩
5 Cfr. "Parte 3 Come agisce l'Esterno oggi. Una indagine sui processi di apprendimento esterni alla scuola". In: Riccardo Rapparini, Per una Scuola fuori dalla scuola. Fenomeni, strumenti e prospettive della trasmissibilità extra-accademica, Dottorato di ricerca in "Ingegneria civile e Architettura" ciclo XXXVI, Università degli studi di Parma, tutor: Enrico Prandi. ↩
6 Si veda la sezione "Chi Siamo" all'interno del sito del portale ArchiDiAP https://archidiap.com/benvenuto-in-archidiap/ ↩
7 Il portale è classificato con ISSN 2283-9747. ↩
8 Per approfondire il tema della comunicazione di ArchiDiAP si veda anche Comunicare l'architettura nel web 2.0, tesi di laurea di Verdiana Ciampricotti, Facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione – Corso di laurea in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, Sapienza Università di Roma, relatore: Giovanni Ciofalo, a.a. 2016/2017. ↩
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ECO U. (1974) – Il costume di casa: evidenze e misteri dell'ideologia italiana negli anni sessanta. Bompiani, Milano 2011. ↩
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ZEVI B. (1983) – Saper vedere l'architettura. Einaudi, Torino.
ZEVI B. (1979) – Editoriali di Architettura. Einaudi, Torino.
Fig. 1 – Homepage di ArchiDiAP.
Fig. 2 – Scheda di un'opera catalogata in ArchiDiAP.