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Visconti




Ancora su Architettura e Città





Contro la città usa e getta è il titolo del recente libro di Vittorio Magnago Lampugnani pubblicato in Italiano per i tipi Bollati Boringhieri quale traduzione dal tedesco di Gegen Wegwerfarchitektur. Differisce, nelle due edizioni, il sottotitolo: Dichter, Dauerhafter, Weniger Bauen – più denso, più durevole, meno costruito – che diventa Per una cultura del costruire sostenibile. La medesima cosa è affermata in due modi differenti o, meglio forse dire, complementari: secondo l’autore ‘costruire sostenibile’ oggi deve significare innanzitutto costruire meno, consumando meno suolo e quindi lavorando sulla densità, e avendo tra gli obiettivi quello che gli edifici possano passare alla prova del tempo perché ‘costruiti bene’. Il titolo icastico del libro di Magnago Lampugnani sembra voler stabilire un dialogo, a distanza di più di quindici anni, con il libro del 2008 di Vittorio Gregotti Contro la fine dell’architettura. Se in quel piccolo libro, Vittorio Gregotti s’interrogava sulla necessità di un ripensamento dello statuto disciplinare della nostra disciplina nell’epoca dell’immagine, pena la sua liquefazione, qui Vittorio Lampugnani lo fa su L’Architettura della città – per dirla con Aldo Rossi – o, in altri termini, su L’Arte di costruire le città – con Camillo Sitte – contro il consumismo imperante, diventato anche ‘architettonico’. Moltissimi sono gli spunti di riflessione che questo libro propone. Mi concentrerò qui, per brevità, su due questioni che ritengo assolutamente fondamentali: quella dell’atteggiamento non constatativo che riguarda lo stato della nostra disciplina e del nostro lavoro e quella del ruolo, possibile e necessario, oggi, del progetto urbano.

Sul primo punto, Lampugnani si posiziona con fermezza contro il consumismo aggressivo che, dall’ambito del mercato, è arrivato a proiettare la sua ombra e la sua nefasta influenza anche sulla architettura e sulla città che, come punto di accumulazione, nello spazio fisico, del tempo lungo della storia, per duemila anni e più, aveva invece risposto a leggi del tutto differenti, a partire da quella della longue durée. Distante da una diffusa, estetica della constatazione – per dirla ancora con Gregotti – tutto il libro si preoccupa di definire le ‘contromisure’ a questa condizione. In questo si riafferma che l’Architettura non può che essere una disciplina ottimista nel suo pro-jacere, modificare la realtà guardando alla costruzione del futuro. Di più: il libro è coraggioso nell’invadere un campo che, in epoca di specialismi, sembra essere diventato appannaggio esclusivo della tecnologia e lo fa con profondità, sfatando alcuni ricorrenti equivoci. Lo strumentario messo in campo da Lampugnani è interessante nella sua duplice natura. Da un lato ci sono i dati che vengono dalla realtà e da tutti i campi del sapere che la osservano. Questi dati, correttamente analizzati, dimostrano quanto il settore dell’edilizia consumi risorse ed energia, quanto le città producano rifiuti ma ci rivelano anche quanto banale – e ingannevole – sia raccontare di soluzioni ‘semplici’ come, ad esempio, quella della sostituzione pervasiva della costruzione in cemento armato o in acciaio con quella in legno. L’analisi dei dati rivela come dietro operazioni aggettivate come ‘sostenibili’, ci sia in realtà un’idea di architettura, contro la sua storia millenaria, come mero prodotto del mercato – uno tra gli altri – da vendere attraverso ciniche azioni di marketing. Ma, d’altro canto, ancor più interessante è come Lampugnani, ricorrendo stavolta alla sua profonda conoscenza della storia dell’architettura, dimostri che l’aura di novità con cui vorrebbero qualificarsi certe posture non rappresenta affatto una reale innovazione se è vero che il termine sostenibilità è stato coniato più di trecento anni orsono da Hans Carl von Carlowitz e che regole ‘di buon senso’, su come gli edifici si debbano disporre al suolo o le città si debbano orientare, erano note – e ampiamente praticate – già almeno ai tempi di Vitruvio e del suo De Architectura. In sostanza cioè, prima che la tecnica prendesse il predominio sul pensiero e gli specialismi si chiudessero in quei confini angusti citati nel libro: che dividono anziché ‘comporre’ discipline ormai spesso dimentiche di una capacità di pensiero sintetico che è invece quello di cui l’architettura e la città hanno bisogno.

Una seconda questione che non posso non affrontare è quella che riguarda la necessità del Progetto Urbano, anche qui mettendo in discussione un ‘luogo comune’. Certamente c’è stata una stagione in cui il progetto urbano si muoveva a una scala intermedia tra l’architettura e l’urbanistica, fissando alcuni elementi formali della costruzione della città o di sue parti a livello tipo-morfologico. Non è questa la sede per discutere di questa interpretazione e di cosa abbia prodotto, anche in questo caso, nei rapporti di forza tra le discipline. Ma oggi credo che una buona definizione di Progetto Urbano sia quella che viene tratteggiata dal libro di Vittorio Magnago Lampugnani. Il progetto urbano è nella città – non bisogna costruire più nulla – ed è per la città nel senso che della città si deve prender cura: come il filosofo Nicola Emery ci ha ricordato nel suo Progettare, costruire, curare. Per una deontologia dell’architettura citando il Platone de La Repubblica. Ma dalla teoria alla pratica, Lampugnani, della ‘cultura del costruire sostenibile’ annunciata nel sottotitolo del suo libro, delinea i pilastri fondamentali. Conversione, Adattamento, Ampliamento, Densificazione sono le possibili nuove categorie della Modificazione che non può però rinunciare, come pre-requisito indispensabile, a esprimere un giudizio critico sulla realtà: e quindi Conoscere, Rispettare, Riscoprire, Apprezzare sono le indispensabili categorie della Conoscenza, perché, come Lampugnani argomenta, non tutto è ri-utilizzabile se non si passa attraverso un riconoscimento di valore.

Chiudo riprendendo quanto Vittorio Magnago Lampugnani afferma per chiudere il suo testo. Si tratta di un appello alla bellezza perché, dice «se è vero che oggi non possiamo più realizzare edifici che siano solo belli […] senza bellezza, anche architettonica, non possiamo vivere».


Federica Visconti



Scheda libro

Autore: Vittorio Magnago Lampugnani
Titolo: Contro la città usa e getta
Sottotitolo: Per una cultura del costruire sostenibile
Lingua del testo: Italiano
Editore: Bollati Boringhieri
Caratteristiche: 173 pagine, bianco e nero
ISBN: 9788833943534
Anno: 2024