Recensioni



Rogers




La conoscenza necessaria di Ernesto Nathan Rogers





Spesso, in particolare nel contesto universitario del nord Italia ma non solo, quando ancora oggi si parla delle radici di una nostra cultura della progettazione architettonica nel Novecento, si evocano le figure di Giuseppe Samonà e di Ernesto Nathan Rogers. Il primo per aver fondato una scuola innovativa ed antiaccademica, lo IUAV, di respiro internazionale ma capace di investire in chiave laboratoriale sia sul palinsesto espressivo e materiale di Venezia e del suo territorio sia sulle ricerche della modernità più poetica, nella fattispecie quella lecorbusieriana, non del tutto distante dalla classicità mediterranea. Il secondo per aver rifondato culturalmente una rivista come «Casabella», cosa che nel dopoguerra poteva dirsi fondamentale per peso culturale al pari di una scuola, e aver coltivato il rapporto con la modernità nord-europea dei CIAM attraverso una revisione critica operata sulle ragioni del contesto, della città, della storia, paradossalmente l’unico modo di preservare un’idea di modernità che non fosse quella del manierismo internazionalista del Movimento Moderno.

Parrebbe quindi difficile affidarsi al testo breve, al riassunto biografico ma soprattutto dell’esegesi culturale, teorica, professionale in grado di restituire personalità così complesse e portatrici di straordinari contenuti come nelle intenzioni della collana degli Architetti e Urbanisti del Novecento edita da Carocci editore. In realtà questo libro di piccolo formato da 130 pagine dedicato a Rogers, di cui è autore Maurizio Sabini, un architetto docente la cui formazione critica deriva non a caso proprio dallo IUAV e dalla sua partecipazione al primo Dottorato italiano di Composizione architettonica (1983), sembra fugare ogni dubbio per come sviluppa un efficace percorso critico-narrativo secondo un interessante ma non facile doppio registro di interlocuzione: quello rivolto al giovane studente, quindi di primo approccio, e quello per chi già possiede una maggiore esperienza conoscitiva ma ama confrontarla con nuove chiavi di interpretazione. Infatti, se adottassimo il riferimento del doppio movimento storico secondo Marc Bloch per cui il presente è illuminato dal passato quanto il passato può esserlo dal presente, il lavoro di Sabini va ben oltre una rinnovata ricognizione della figura di Rogers attraverso i suoi scritti, i progetti, le opere e in generale la sua ricca ed articolata esperienza di portato culturale ed etico, in quanto tenta di suscitarne il potenziale teorico – mai del tutto realizzato da quel maestro attraverso un esito unitario di cui si spiegano le ragioni nell’introduzione – secondo un ipotetico quadro di prima sistematicità scientifica, quella che si potrebbe titolare L’Architettura secondo Ernesto N. Rogers. Con una certa dose di coraggio che gli viene dalla confidenza conoscitiva di questa fase dell’architettura italiana (per altro Sabini è alla sua seconda pubblicazione dedicata all’architetto triestino), ma anche dalla libertà e dalla distanza critica che a volte l’esilio accademico consente, nella fattispecie attraverso l’insegnamento presso diverse università del contesto americano, oggi alla Drury University, Sabini prefigura la struttura di un trattato rogersiano impossibile che evidentemente non deve seguire, a suo detto, «un filo cronologico, ma logico». Insomma più da architetto che da storico, e quindi con tutta quella intenzionalità interpretativa «che vuole contribuire a meglio definire il messaggio di Rogers per un’architettura come pratica artistica critica, sintesi di utilità e bellezza, tanto più necessaria nel suo valore sociale quanto più fondata su principi etici».

L’indice del volume, come è giusto che sia in ogni lavoro a cui è sotteso un serio progetto editoriale, dice già molte cose riguardo a questa intenzione di ordinare il vasto ed eterogeneo materiale disponibile secondo una sistematica critica non meno che meta-teorica. In successione: partendo da una concezione di modernità novecentista, per chi come Rogers l’ha vissuta in termini di evoluzione ed articolata realtà storica; per poi attraversare la dimensione di un umanesimo che investe la questione del soggetto uomo quale reazione alla fase dell’alienazione produttivistica e dei drammi della guerra e dell’olocausto; quindi a seguire la partita di una strumentazione interpretativa che riesce a coniugare le peculiarità geografiche, culturali, storiche con i principi più evoluti della modellistica modernista, in particolare quella dei Maestri del Movimento Moderno; non di meno si affronta il difficile percorso di un contestualismo che prova a definire il suo portato epistemologico all’interno del progetto di architettura; ecco un ulteriore capitolo dove si affronta la revisione del rapporto tra utilità e bellezza finalizzata a far decantare l’ideologia funzionalista; sino infine alla dimensione di una reciprocità tra dimensione etica ed estetica quale indispensabile presupposto ad un’architettura di significato oltre che di funzione civile.

Un percorso costellato di deus ex machina narrativi, con molta architettura pensata, descritta, progettata e realizzata, possiamo dire in chiave integralmente disciplinare, ma nello sfondo di un interesse critico e filosofico più generale che, proprio rispetto alla nozione di ambiente coltivata da Rogers, coinvolge il valore dell’esperienza nel dato estetico secondo Dewey e non di meno con Focillon sino a quella nozione di ambiente di natura fenomenologica che fa riferimento a Husserl e, in un rapporto assai più ravvicinato, alla scuola milanese di Antonio Banfi ed Enzo Paci. D’altra parte lo sviluppo dei nuclei tematici del libro non rinuncia certo a coinvolgere numerosissime altre personalità del contesto culturale attraversato e per molti versi condizionato dalla figura di Rogers, con i tanti riferimenti da una parte agli architetti del Movimento Moderno e dall’altra alla peculiarità critica dell’architettura italiana attraverso gli apporti di Pagano, di Persico, e per altri versi nel dopoguerra di Olivetti, tutte però accomunate da un interrogarsi sul senso etico dell’architettura. Non solo, l’autore inserisce tra le pagine alcune affinità di pensiero della contemporaneità che in qualche modo mettono alla prova analogica il lettore sul pensiero rogersiano, come nel caso del Papa Francesco della Laudato si’, sulla cura della nostra casa comune in relazione al tema ambientale, così centrale nel pensiero rogersiano, rispetto al quale Sabini chiosa con un «Rogers avrebbe sottoscritto».

A questo montaggio argomentativo che, pur nel rigore dei riferimenti e delle fonti, potrebbe non piacere allo storico dell’ortodossia ricostruttiva ma sicuramente avvince il lettore architetto e ne stimola il confronto sull’attualità, manca però un solo un ambito tematico che forse meriterebbe un ulteriore capitolo. Quello del Rogers insegnante, cioè di un ruolo certamente sempre di fatto interpretato attraverso l’esemplarità delle opere, degli scritti, delle riviste, ma negli ultimi anni di vita anche direttamente vissuto all’interno dell’università, in quel Politecnico di Milano dove i giovani del laboratorio di «Casabella», tra i quali Rossi, Canella, Gregotti, Semerani, Tentori ed altri, realizzavano una loro prima maturità e forse anche emancipazione culturale nei confronti del Maestro. Non a caso Francesco Tentori, primo coordinatore del Dottorato di composizione allo IUAV, raccomandava che «il punto di partenza per un dottorato debba essere la conoscenza [...] di chi ha insegnato la composizione in Italia dal 1930 al 1960», come poi si fece attraverso il lungo seminario della primavera del 1984 dedicato a dieci maestri dell’architettura italiana diventato sottotitolo del volume Lezioni di progettazione che ne raccoglie gli atti (Electa 1988). Un insegnamento dove Rogers riprese ed applicò molti aspetti del suo pensiero critico e dialettico senza i quali, per altro, non avrebbe mai potuto distinguersi per una rinomata capacità maieutica come ricorda Guido Canella, tra i suoi assistenti più vicini negli anni Sessanta, che lo giudicava “tra i pochi insegnanti che non abbia mai scoraggiato l’ambizione degli allievi”.

Ma tra le tante riflessioni che il libro suscita anche in relazione al nostro futuro, quella che le potrebbe tutte contenere, sta’ forse nella citazione di Rogers estratta dal suo Esperienza dell’architettura (1958) che opportunamente Sabini mette ad incipit dell’introduzione: “Non sono un filosofo, non sono un letterato, sono un architetto che legge i testi (ed i poeti), scrive ma essenzialmente progetta e si verifica nel cantiere”. Quindi, in conclusione, ad uno studente che mi chiedesse a cosa può servire oggi questo libro, risponderei che in tempi prossimi venturi in cui la tecnologia dell’intelligenza artificiale risulterà pervasiva quanto portatrice di imprevedibili rischi anche nel campo della progettazione architettonica e urbana, la ricerca di un rinnovato umanesimo per la figura dell’architetto che contraddistingue la ricerca di Rogers costituisce un modello alternativo di irrinunciabile attualità. Di più, un antidoto per lo meno necessario, se non sufficiente, contro la sparizione dell’architettura (e dell’architetto).



Carlo Quintelli



Scheda libro

Autore: Maurizio Sabini
Titolo: Ernesto N. Rogers
Lingua del testo: Italiano
Editore: Carocci Editore
Caratteristiche: 152 pagine
ISBN: 9788829027248
Anno: 2024