



"[…] formare l'architettura ha come premessa che si formino gli uomini."
Ernesto N. Rogers 1961"Nessuna opera di architettura può essere riferita con parole, né le fotografie ridanno appena l'esperienza cha ha provato chi abbia partecipato degli spazi, fisicamente vivendoli"
Ernesto N. Rogers 1955
Due citazioni di E.N Rogers tra loro complementari fanno da sfondo all'editoriale che introduce questo numero: Architec-Tour. Memoria e invenzione nella costruzione del paesaggio europeo vuole aprire la riflessione, anche ma non solo, sull'importanza del viaggio come atto formativo a livello generale personale e livello particolare architettonico.
In conclusione della prima edizione dei Seminari di Valserena, un simposio tenutosi a Parma nell'ottobre del 2024 asserivo che la nostra formazione di architetti, anche teorica, rispecchia le nostre esperienze e le nostre occasioni di incontro. E cosa non è il viaggio se non una sequenza continua di incontri con i luoghi, le culture e le tradizioni ancor prima che le persone e le loro opinioni? Possiamo affermare, quindi, che siamo (anche) ciò che abbiamo incontrato e diventeremo (anche) ciò che incontreremo.
In tempo di imperversante virtualità recriminare la necessità del viaggio come atto formativo dell'architettura può apparire anacronistico. Ancor più perché in passato come FAM ci siamo impegnati a sollecitare forme alternative e sperimentali di didattica.
Ma il tema corrente è il Viaggio ed in particolare il viaggio di formazione. Il passo è breve nel rievocare specifiche esperienze culturali, i Grand Tour, nate nell'Inghilterra del seicento come viaggi educativi riservati ai giovani aristocratici britannici con l'idea di completare la loro formazione attraverso l'esperienza diretta dell'arte, della storia e della cultura europea, principalmente italiana.
Sul modello del Grand Tour, nasce e si sviluppa il Prix de Rome, un premio che le accademie europee attribuivano agli studenti architetti più meritevoli con l'obiettivo di analizzare e studiare l'architettura italiana. Questa tradizione, più o meno istituzionalizzata, è rimasta insita nella formazione dell'architetto ed ha toccato molti autori, che hanno visto deviare, quando non cambiare totalmente (sicuramente arricchire), la loro poetica al ritorno da un viaggio. E' successo per F.L. Wright dopo l'infatuazione per il Giappone (che visitò ripetutamente dal 1905 al 1922), a Corbu dopo il suo "Voyage d'Orient" nei Balcani, in Turchia e Grecia (1910-11) oppure ancora a Louis Kahn dopo il suo viaggio nel Mediterraneo ed in particolare in Italia ospite dell'American Academy a Roma (1950-51). E' in questa occasione che Kahn omaggia l'architettura italiana riferendo al suo studio: «Mi sto rendendo definitivamente conto che l'architettura dell'Italia resterà la fonte d'ispirazione per i lavori futuri, chi non la vede in questo modo dovrebbe osservarla un'altra volta. Le nostre cose sembrano piccole a confronto: qui tutte le forme pure sono state sperimentate in tutte le varianti dell'architettura. Bisogna comprendere come l'architettura dell'Italia si rapporta a quanto sappiamo del costruire e dei bisogni» (Kahn 1950).
Dal viaggio derivano suggestioni da teorizzare come i Cromatismi architettonici di Bottoni che sperimenta nel Centro civico di Sesto San Giovanni interpretando le caratteristiche dell'arte musiva scoperta anni prima nel viaggio del 1926 a Pompei, oppure l'idea (impraticabile) di Aymonino dell'«architettura interamente scolpita in un blocco di marmo» derivata dal viaggio a Petra in Giordania del 1988.
Chi ha incontrato maestri, visitato edifici, o vissuto culture diverse porta questo patrimonio – in parte o in tutto – nel proprio modo di pensare e progettare lo spazio. Alla stessa stregua, però, è importante il modo in cui si elaborano, filtrano e reinterpretano questi incontri attraverso la sensibilità (e l'esperienza) individuale.
Entrano quindi in gioco i temi della "memoria" e dell'"invenzione" due termini che irrompono nel titolo ibridandolo e specificandolo. Operativamente parlando nell'architetto questi due aspetti si fondono nell'unico momento del progetto. Ma andiamo con ordine.
Nel viaggio il primo aspetto da considerare è quello della registrazione (di un luogo, di una architettura, di una sensazione, ecc.) che può avvenire attraverso diverse tecniche (dal disegno alla fotografia, al video, fino al diario scritto, solo per citarne alcuni). A monte di questi, che presuppongono uno sforzo manuale, ne abbiamo uno, il principale, che si attiva automaticamente attraverso i sensi; la memoria. Essa, come una scatola nera, registra senza che ce ne accorgiamo in un processo articolato e tendenzialmente non fedele. Si perché ciò che memorizziamo è una interpretazione indotta dall'esperienza vissuta (attuale e passata). Memoria è invenzione, intesa quest'ultima come rielaborazione di ciò che a distanza di tempo si ricorda. Siccome la memoria è sempre tendenziosa (ricordiamo ciò che abbiamo percepito anche se ciò non è esattamente il reale) possiamo parlare di invenzione in quanto pieghiamo il ricordo alla nostra capacità inventiva che di volta in volta si arricchisce di esperienza.
A sottolineatura di questo concetto potremmo, qui ed ora in maniera estemporanea, provare a disegnare un'opera di Le Corbusier, la Chapelle di Ronchamp per esempio, e vedere realizzato qualcosa che assomiglia all'originale "non più di quanto la figlia assomiglia alla madre" (la citazione è una parafrasi di un concetto di Luciano Semerani 2000).
Potremmo insinuare che tra la realtà e il suo ricordo si innesta la memoria che si trasforma in invenzione architettonica. Questa è una delle poche forme di invenzione architettonica per buona pace di chi è convinto che in architettura esista l'invenzione assoluta[1].
L'architetto contemporaneo, necessariamente armato di una spiccata capacità critica (il cui sviluppo è ancora, oggi più che mai, compito prioritario delle Scuole di architettura) ha bisogno di studiare e comprendere l'architettura decifrandola nella complessità socio-culturale e contestuale attuale. Operazione difficile da fare a distanza perché l'architettura la si comprende appieno solo vivendola, percependola con tutti i sensi, odorato compreso (Dewey docet). Un'esperienza corporea che mal si presta alla smaterializzazione e virtualizzazione contemporanea. Camminare attraverso gli spazi, percepire le proporzioni, osservare come la luce interagisce con i materiali e sentire l'acustica di un ambiente sono caratteristiche che possono essere comprese solo attraverso la presenza fisica.
Allo stesso modo la presenza garantisce una maggior comprensione del contesto e delle relazioni che si instaurano in quanto come sappiamo una buona opera architettonica è sempre in dialogo con il suo contesto culturale, storico, geografico e sociale. Viaggiare, quindi, permette di comprendere meglio come un edificio si relazioni con il tessuto urbano circostante, con il paesaggio e con le tradizioni locali.
Il viaggio è un'esperienza (dell'architettura direbbe Rogers) di studio, di analisi, di approfondimento compiuto personalmente con le più disparate tecniche, compreso il ridisegno: esso può indurre anche ad una preparazione preliminare, come faceva Carlo Aymonino quando in vista dei suoi numerosi viaggi, a partire dall'essenzialità delle Guide del Touring (anche il libro è un incontro), riempiva taccuini di disegni annotando i tratti distintivi della struttura urbana di una città e i caratteri distintivi dei suoi monumenti (anche solo progettati e non realizzati). L'aspetto ancor più interessante di questo processo è la fusione sul filo dell'analogia con riflessioni attuali sui problemi di progettazione. Così che a fianco del ridisegno del prospetto del Tempietto centrale per il santuario di Caravaggio di Pellegrino Pellegrini, Aymonino scrive «La città ha bisogno di diverse piazze», mentre sotto lo schizzo della pianta dell'Asklepeion di Pergamo «la forma compiuta è la sovrapposizione di continue aggiunte che seguono o hanno presente un disegno generale», scrive «Un'architettura urbana come al solito» (Aymonino 2000).
Tanto è che uno dei capitoli della raccolta dei disegni si intitola emblematicamente "Viaggiare come studiare".
Nell'era digitale, caratterizzata dall'accesso immediato a immagini e informazioni da tutto il mondo, potrebbe sembrare che il viaggio fisico abbia perso importanza. Tuttavia, l'esperienza diretta rimane insostituibile proprio per la sua dimensione multisensoriale e personale come ha bene sottolineato Juhani Pallasmaa 2007. Il viaggio continua a essere un momento di scoperta e trasformazione, in cui l'architetto può sviluppare una comprensione più profonda non solo dell'architettura, ma soprattutto di sé stesso in rapporto all'architettura e del proprio approccio al progetto.
Come sottolineavo all'inizio di questo saggio se è vero che siamo ciò che incontriamo è anche vero che non siamo solo ciò che abbiamo incontrato. Direi quindi che siamo il risultato dell'interazione tra ciò che incontriamo e la nostra capacità di metabolizzarlo creativamente. Gli incontri forniscono la materia prima, ma l'architetto – come ogni persona – è anche il processo attivo che trasforma questi input in qualcosa di nuovo e personale.
Alcuni anni or sono studiando la figura di Luigi Vietti (Dell'Aira, Prandi 2022) mi sono imbattuto in una esperienza profondamente legata al viaggio di formazione in epoca razionalista.
Luigi Vietti fresco di laurea partì nel 1932 dalla stazione di Chiasso fermandosi a Zurigo, Stoccarda, Francoforte, Hannover, Amburgo, Copenhagen, Stoccolma, Oslo. Visitò architetture, dialogò con i relativi autori, si confrontò con Giedion maturando la convinzione che l'architettura moderna traeva origine dall'architettura mediterranea.
Una particolarità che caratterizza l'architettura di Vietti razionalista (a differenza di altri razionalisti a lui vicini e coevi, come per esempio di Terragni) è il suo voler vivere da vicino la nuova architettura che permeava dalle riviste.
Successivamente al viaggio al nord, Vietti intraprese un viaggio nel Sud Italia alla scoperta delle vere radici della nuova architettura. Raccogliendo prove, sostenne con determinazione che la vera origine dell'architettura moderna fosse l'architettura mediterranea (l'architettura tradizionale, con o senza architetti, parafrasando Rudofsky) che tanto affascinò i grandi Maestri del Novecento e che continua ad essere una grande lezione di architettura.
[1] Su questo aspetto si veda anche il mio: Morfologia della Composizione architettonica e reinterpretazione come percorso dell'invenzione (Prandi 2004).
AYMONINO C. (2000) – Carlo Aymonino disegni 1972-1997, Federico Motta, Milano. ↩
DELL'AIRA P. V., PRANDI E. (2022) – Luigi Vietti. Scritti di architettura e di urbanistica (1932-1935), Altralinea edizioni, Firenze. ↩
DE MAIO F., TOSON C. (2022) – Il viaggio dell'architetto. Editoriale di Engramma n. 196 "La Rivista di Engramma" n. 196, novembre, pp. 7-14.
PALLASMAA J. (2007) – The eyes of a Skin. Architecture and the senses, John Wiley and Son, London. ↩
BONAITI M. (a cura di) (2002) – Architettura è. Louis I. Kahn, gli scritti, Milano, Electa. ↩
PRANDI E. (2004) – Morfologia della Composizione architettonica e reinterpretazione come percorso dell'invenzione, in Ibidem (a cura di), ETEROARCHITETTURA, Quaderni del Festival n. 1, MUP Editore, Parma. ↩
ROGERS E.N. (1955) – Il metodo di Le Corbusier e la forma della Chapelle de Ronchamp, in Casabella-Continuità N° 207 1955. Ora in Esperienza dell'architettura, Einaudi, 1958, p. 170. ↩
ROGERS E.N. (1961) – Gli elementi del fenomeno architettonico, Laterza, Bari 1961, (Guida, Napoli 1990, p. 22). ↩
ROGERS E.N. (1963) – Elogio dell'architettura, (Discorso tenuto al Politecnico di Milano, 4 aprile 1963), ora in AA.VV., Montuori M. (a cura di), 10 maestri dell'architettura italiana. Lezioni di progettazione, Electa, Milano 1988, pp. 221-224.
SEMERANI L. (2000) – La città futura, in Cittàemilia. Sperimentazioni architettoniche per un'idea di città, a cura di Carlo Quintelli, Abitare Segesta Cataloghi, Milano, p. 122. ↩