Poter vedere l'architettura (dal tinello).

Città, storia e progetto nei palinsesti RAI 1954-1978

Michela Morgante


Fig. 1
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Fig. 8

Agli albori della TV i temi del progetto spaziale vengono proposti ai telespettatori più giovani. L'associazione stupisce, tenuto conto che l'architettura non rientra ancora nel filone scolastico che è anima portante della neo-nata televisione di Stato, ma è forzata da una programmazione limitata a poche fasce orarie. Le «facili e divertenti nozioni di architettura», una storia dell'abitare in forma di intrattenimento, sono la formula prescelta da Carlo Mollino (Dalla palafitta al grattacielo, 1958). Mollino sarà il progettista dell'auditorium RAI torinese, e curatore per un pubblico adulto di un ciclo radiofonico sull'arredamento (La nostra casa si trasforma, 1959). Con la consueta raffinata ironia: la serie è conclusa da un'esilarante requisitoria di Carlo Emilio Gadda contro le falle dell'edilizia moderna, divenuta poi un classico letterario.1

La matrice tematica delle origini coincide dunque con la sfera abitativa e la progettazione d'interni, guardate come forma di avvicinamento ai temi spaziali. Siamo per inciso in una fase in cui i palinsesti televisivi vengono realizzati per lo più a Milano,2 principalmente nel lussuoso centro di corso Sempione disegnato da Giò Ponti per l'EIAR. Risulta inevitabile l'influenza delle due principali riviste specialistiche italiane sugli esperti coinvolti. Già all'avvio delle trasmissioni sperimentali Ernesto Nathan Rogers aveva scritto una puntata pilota de La casa dell'uomo (1953), dedicata all'Unité d'habitation (Romere 2014, 82). Dal 1954 ne erano seguite altre, affidate a Paolo Chessa e Carlo De Carli, su una miscellanea variegata di temi.3

Di minori pretese, ma d'impronta sempre prettamente milanese, la rubrica Il piacere della casa (1956-1963), a cura di Paolo Tilche e Mario Tedeschi. Quindici minuti in cui si alternavano dialoghi didattici e servizi in esterna su soluzioni d'ambiente. Il duo amplierà via via lo spettro, dovendo onorare nel 1959 la figura di Wright appena scomparso, o illustrare contenuti e allestimento della XII Triennale, 1960 – scelta, quest'ultima, che il Corriere della sera bollerà come troppo specialistica per il servizio pubblico nazionale (B. 1960, 6).

Da metà anni Cinquanta, prima ancora che l'architettura fosse promossa al blocco dell'ora di cena, si era affacciata sul video anche la città moderna. Tema di attualità a forte rilevanza sociale per l'impatto dell'urbanesimo, che risulta ineludibile dal palinsesto, ma programmata comunque in tarda serata. È un ingresso importante: la metropoli rimane, da qui in poi, un nucleo forte di attenzione televisiva, grazie cui matura – attraverso il formato inchiesta e documentario – il lento distacco dal paternalismo conciliante della RAI governativa (Guglielmi 1968).

Dei problemi delle città italiane in forte crescita si occupano dapprima conduttori «generalisti» e programmi focalizzati su curiosità di sicuro effetto visivo, come il «fenomeno grattacielo», icona televisiva della prima ora. L'urbanistica disciplinare è ancora materia oscura ai più, nella cultura media italiana. Per la RAI appartiene di fatto alle Cronache del futuro (1956),4 da veicolare tramite esemplificazioni, domande-guida retoriche, forme di drammatizzazione. Il compito è intrapreso dal più austero tra i pianificatori nostrani, l'olivettiano Giovanni Astengo, chiamato a illustrare l'importanza di questo «nuovo» campo d'azione – esattamente come sulla stampa per gli elettori del movimento Comunità.5

Se le Cronache di Astengo erano un prodotto innovativo anche per la presenza della prima regista operante in RAI, Alda Grimaldi, in materia di contenuti bisognerà aspettare il 1961 per vedere in TV una esperta interpellata su questioni di architettura. Siamo in una fase transitoria dell'ente, a gestione non ancora accentrata nella capitale.6 E il primato femminile appartiene di diritto alla milanese Giulia Veronesi, critica d'arte che per prima nel dopoguerra aveva fatto conoscere in Italia la figura di Tony Garnier, interpretato come precorritore del razionalismo (Veronesi 1948). L'occasione è la mostra dell'InArch a lui dedicata nel 1961 e il lancio in RAI presenta l'allieva di Persico, ormai in età matura, in un contesto informale (Arti e scienze, 1961):7 Veronesi cammina nella campagna romana, teatro della formazione di Garnier, sulle tracce di un improbabile imprinting italico.

Tra militanza e celebrazione

Poche specialiste frequenteranno il video, e comunque dopo la svolta della contestazione giovanile, in uno spirito di apertura dei palinsesti alla società totalmente mutato. Il risveglio popolare sui destini del territorio sta a cuore a Ludovico Quaroni, che già nel 1962, al dibattito dell'Associazione dei radio-teleabbonati, gli dedicava un intervento. Il maestro romano praticava la radio da un decennio ma qui insiste sulla particolare valenza comunicativa del nuovo medium per un confronto democratico sulle scelte tecniche: con i decisori chiamati ad argomentare pubblicamente, davanti a diagrammi, plastici e immagini (Quaroni 1963).

La fiducia nella diffusione catodica per formare un'opinione nazionale da Paese civile differenziava Quaroni, uno dei più «televisivi» tra gli architetti italiani, dal suo partito di riferimento. La sinistra guarda infatti per lungo tempo con sospetto al piccolo schermo, fonte di consumi e assopimento delle coscienze, secondo la nota polarizzazione irrisa da Umberto Eco nel 1964 in Apocalittici e integrati. Di diverso orientamento, anche un altro paladino dell'alfabetizzazione visiva degli italiani, pure presente al convegno dei Tele-abbonati (circa tre milioni di famiglie). Nell'occasione Bruno Zevi ironizzava ferocemente sulla noia da «fotografie Alinari in movimento» dei documentari TV dedicati ai monumenti (Zevi 1963) – convergendo con le posizioni infine di Carlo Ludovico Ragghianti, altro importante teorico della mediatizzazione dei fenomeni artistici (La Salvia 2010).

Pur favorevole a ogni nuovo mezzo in grado di cogliere la temporalità dell'esperienza spaziale, Zevi privilegia in un primo momento – come tutta la sua generazione – la radio, per la connaturata dimensione di approfondimento culturale connessa ad un pubblico più maturo (Architettura e urbanistica 1956, L'architettura di Biagio Rossetti 1960). Era fatale però che da provocatore colto e al contempo pop venisse fagocitato nell'universo televisivo. Una delle prime e più clamorose uscite in video di Zevi coincide con la scialba mostra sul Bauhaus alla Galleria nazionale, dove il critico liquida il metodo di insegnamento praticato nella scuola tedesca come inattuale e «formalista» (Arti e scienze 1961). L'intervista romana a Gropius verrà assegnata ad altro, più malleabile, conduttore RAI.8

Zevi viene nondimeno consultato in TV ad ampio spettro, sulla fase americana di Richard Neutra (Arti e scienze, 1961), o sui bambini e il verde urbano (Il cerchio magico, 1962), o sul destino del centro storico di Roma (Libro bianco, 1962). Quest'ultima intervista rientrava in un'ampia inchiesta sull'urbanesimo nella Capitale, all'epoca del nuovo piano regolatore – trasmissione che includeva un lungo excursus storico ad opera di un emergente Italo Insolera.9 Membro di Italia Nostra sin dalla sua istituzione, l'architetto inquadrava criticamente le speculazioni postunitarie, gli sventramenti di Regime e lo sviluppo caotico del dopoguerra. Contenuti ripresi, ovviamente, dal suo Roma moderna, allora fresco di stampa, più volte utilizzato in RAI (Roma capitale, 1970).

Inaspettatamente ritroviamo Insolera nelle vesti di consulente storico per L'età del cemento armato (1964), documentario in prima serata, sul secondo canale di recente istituzione. È il debutto di un consolidato filone di programmi in cui la ricerca ingegneristica italiana viene banalizzata calcando su toni di spettacolarizzazione. Arditezza e virtuosismo strutturale sono facilmente incarnati dalle opere di Nervi, sin dalle olimpiadi romane. L'ingegnere, più di ogni altro, si presta alla canonizzazione televisiva, avendo acquisito fama internazionale e una speciale visibilità popolare legata ai luoghi dei grandi eventi sportivi.10 Il tema del genio creativo genera d'altronde un'intera galleria di ritratti televisivi, dove la triade del Moderno – Gropius, Le Corbusier e Wright – primeggia per ricorrenza, nei decenni considerati.

L'architettura nella televisione educativa e scolastica

Secondo i sondaggi del 1967 l'architettura non godeva delle preferenze dei più giovani (G.L. 1967). Eppure, è l'anno in cui la pratica e la storia compositiva entrano per la prima volta come elemento integrante in uno sforzo didattico nazionale giocato sul canale audiovisivo. Il soggetto viene programmato alla voce «Storia dell'arte per la scuola superiore», la mattina, per una visione collettiva in classe. A impartirne i fondamenti, ritroviamo da un lato Quaroni, con le sue lezioni televisive sulla funzione storica dell'architetto (Architettura e città, 1967) e sui maestri del moderno fra le due guerre (Architettura Moderna, 1968); dall'altro Benevolo, a rispiegare – questa volta agli studenti – Che cos'è l'urbanistica (1968). Lo studioso è l'esperto più ricercato in tema di governo del territorio, in panel e da protagonista, per i suoi pacati toni argomentativi – si veda il faccia a faccia con Portoghesi arbitrato da Arbasino (Match 1978) sugli inquietanti sviluppi urbanistici di Roma.

La nuova offerta pedagogica comprendeva poi una serie di documentari sull'evoluzione di quindici città, italiane e straniere: serie cospicua, mandata in onda tra il 1968 e il 1969, che ci parla tra l'altro delle coeve fortune della storia urbana in Italia (Benevolo 1968, 49; Calabi 2003, 8-11). Gli autori di questi documentari corrispondono ad un nucleo interconnesso di accademici-professionisti d'avanguardia, l'anima dello Iuav in quella stagione.11

Alla medesima temperie engagé romano-veneziana si devono tre inchieste sulle problematiche metropolitane, curate questa volta collettivamente da Tafuri, Stefano Ray e Giorgio Piccinato nel 1967.12 Una proposta il cui registro problematizzante doveva suscitare aspettative e timori nella dirigenza RAI: la prima puntata su Londra viene sottoposta a sondaggio d'opinione, sia in rapporto alla comprensibilità, sia rispetto all'impatto sul telespettatore. Dopo la visione del servizio il campione risultava allineato alle tesi degli autori, contro lo sprawl a bassa densità e in favore delle periferie compatte (C. G. 1974).

Sempre nel 1967, la televisione di Stato varava la cosiddetta educazione permanente per gli adulti, plasmata su precedenti stranieri.13 La conoscenza dell'architettura veniva così ufficialmente riconosciuta anche come argomento di cultura generale. La rubrica – Sapere – era programmata in orario pre-serale, e constava di una decina di puntate da mezz'ora su ciascuna disciplina, dalla geofisica al diritto. Vi si intrecciavano contributi di esperti, filmati in esterna e simulazioni pratiche. Ovvero, «situazioni d'apprendimento» (Priulla 1977, 45) costruite sulla base di una sceneggiatura. Viene così riformulato anche il vecchio tema RAI degli interni (La casa, 1967), da un decennio saldamente nelle mani di Mario Tedeschi.14 Coadiuvato da attori, scenografie mobili e grafici animati, il designer promuoveva la trasformabilità degli ambienti domestici, lo sfruttamento completo dello spazio utile, la flessibilità degli usi. Obiettivo non dichiarato è dunque lo svecchiamento del gusto della piccola borghesia e la diffusione di stili di vita razionali provenienti dal nord Europa.

Nella tematica urbana i palinsesti didattici si aprono a contenuti di alto valore metodologico e pari livello di approfondimento. Per l'educazione degli adulti la RAI programma L'uomo e la città (1967), a cura di Vittorio Gregotti, riflessione in dieci puntate con un accento particolare sull'assetto regionale e la ricerca compositiva alla scala geografica, alla base del suo coevo Il territorio dell'architettura (1966). Poco oltre, Carlo Aymonino (L'insediamento urbano, 1974) impartirà il precipitato del suo metodo di analisi morfo-tipologica fondativa del progetto, agli studenti superiori (Aymonino 1969). Le puntate concepite dal neo-direttore Iuav si strutturano sistematicamente – casa, «unità di abitazione», servizi scolastici, localizzazioni industriali, rete dei trasporti, area vasta, utopie dell'espansione continua, «unità di insediamento» – facendo emergere criticità e innovazioni direttamente da casi reali.15

I contenuti politici più espliciti nella programmazione educativa RAI provenivano invece dal mondo della rifondazione storiografica post-zeviana, nuovamente di marca Iuav. Della cerchia di Tafuri, largamente coinvolta nella televisione didattica, Stefano Ray è il più fedele prosecutore della linea quaroniana. L'importanza di una conoscenza architettonica diffusa viene costantemente ribadito da Sapere – Architettura, 1970, con il messaggio agli spettatori di corresponsabilizzarsi e rifiutare ogni delega tecnocratica. Obiettivi analoghi, si pone il collega Manieri Elia guidando momenti di rilettura dell'urbano tramite gruppi di discussione tra giovani in studio (Leggere la città, 1972). In un altro ciclo (Dentro l'architettura, 1970-77), Manieri traccia una panoramica del costruito universale, con una selezione di opere paradigmatiche analizzate in sequenza non-cronologica.16 È una storia dell'architettura decostruita, in clima di strutturalismo, che intende scardinare le genealogie evolutive tradizionali, per mostrare le questioni progettuali e di potere sottostanti agli interventi.

L'attualità tecno-ecologica

Su tale disegno educativo fortemente politico convergeva, dal comparto attualità, un autore televisivo innovativo e prolifico come Giulio Macchi. Macchi abbraccia appassionatamente la divulgazione tecnico-scientifica, è intellettuale impegnato, di norma scevro da toni di denuncia. Con lui giunge all'apice, nei palinsesti del decennio Settanta, lo spazio riservato all'architettura, assunta a specchio della realtà sociale del Paese e dello spirito dei tempi. L'autore catalizza anche diverse critiche: troppo cauto sulla speculazione edilizia per L'Unità, scarso appeal comunicativo per Casabella, approccio lontano dalla vita reale per il Radiocorriere.17

Dall'opera di Safdie per l'Expo 67 deriva plausibilmente il titolo della sua trasmissione di maggior successo, Habitat18 – dove i temi del progetto venivano declinati all'interno di un continuo ambientale «olistico». I frutti della migliore ricerca compositiva in chiave tecno-ecologica costituiscono una possibile linea di resistenza contro le visibili derive del progresso (Agostini 1974). Stante la prospettiva dichiarata, la trasmissione si pone giocoforza come internazionale (documentati tra gli altri Kahn, Scharoun, Otto Frey, Paul Rudolph, Archigram) e incline all'utopia (il tema della casa mobile, della instant city, la nuova Parigi, la progettazione partecipata). Macchi bilancia i fermenti nelle università italiane con la voce dei maestri (Quaroni, Zevi, Astengo, Benevolo, De Carlo). E nell'ultimo ciclo finalmente a colori si affida all'astro nascente Renzo Piano per una storia costruttiva veicolata dalla costruzione di modellini «in diretta» (rubrica Cantiere aperto, 1978) (Ciccarelli 2018), inno ai materiali poveri e alle strutture elementari.

Dopo un ciclo di sperimentazione spinta, il regista chiudeva il bilancio a inizio anni Ottanta con un giudizio desolato su modi e mezzi correnti della rappresentazione televisiva del progetto. Macchi rinvia però speranzoso alle potenzialità del digitale, per la futura divulgazione del disegno dello spazio fisico (Zevi 1982). Finivano così, un po' ingloriosamente, due decenni di riflessione appassionata sull'architettura come codice immersivo, nel contesto di una presunta coscienza semiologica collettiva (Eco 1967). I migliori esperti di comunicazione dichiaravano l'anno zero, in fatto di video-comunicazione dell'architettura. Eravamo in effetti agli albori di una nuova stagione, quella di Milano2 e delle emittenti private. La fulminante carriera comica del designer Marenco, raramente davanti al pubblico nelle sue vesti di progettista (L'uovo e il cubo, 1977), può essere presa a simbolo della nuova stagione di disimpegno.


Note

1 Puntata Il punto di vista di un inquilino. Gadda C.E. (1959).

2 Nel 1954 sono in funzione 2 studi televisivi a Roma, 5 a Milano, 2 a Torino. Gagliardi C. (1984), Grasso A. (2000).

3 Altre due puntate sono curate da Rogers (pubblicistica d'architettura e «preesistenze ambientali»), due da Paolo Chessa (razionalismo vs organico e i grattacieli nel contesto italiano), una da Carlo De Carli (design) e una da Tito Varisco (architettura sovietica).

4 Puntata del 18 ottobre.

5 Astengo spiega la professione per la sua candidatura al Senato. «Galleria elettorale» (1958).

6 Nel 1961 sono in funzione 11 studi televisivi a Roma, 7 a Milano, 2 a Torino e 2 a Roma. Gagliardi C. (1984).

7 Puntata Tony Garnier: precursore dell'urbanistica, 2 novembre 1961.

8 Si tratta di Emilio Garroni, professore di estetica all'epoca molto attivo nella programmazione culturale televisiva.

9 Libro bianco, puntata Roma oggi e domani, 4 giugno 1962.

10 G. C. (1957). G. C. (1960), trasmissione Ritratti contemporanei, 1960, v. Romere R. (2014), 210; trasmissione Incontri 1961, ivi, 239; trasmissione Orizzonti della scienza e della tecnica, v. «Modelli e strutture» (1966); trasmissione Incontri 1969, v. Del Bosco M. (1969), 27.

11 Tommaso Giura Longo (Amsterdam), Benevolo (Firenze, Mantova, Ferrara), Insolera (Parigi), Manieri Elia (Edimburgo, Palermo), De Carlo (Urbino), Aymonino (Verona, Bologna), Massimo Teodori (New York), Sergio Bracco (Brasilia), Enzo Carli (Pienza), Egle Trincanato (Venezia) e Luisa Ferretti (Stoccolma, Amburgo). Cfr. Educazione e scuola in TV (1978), 135-36.

12 Si tratta dei servizi: Londra Problemi di una metropoli, Venezia Storia di una città, Rotterdam Immagini di una città contemporanea, ognuno da 30 minuti, sul canale nazionale.

13 «Non è mai troppo tardi neppure per chi ha studiato» (1967) e Richeri G. (1977).

14 Si vedano la trasmissione TV La casa dell'uomo e il radiofonico Viaggio tra quattro pareti, entrambi del 1966.

15 Si analizzano: il Tuscolano, il Gallaratese, Firminy Vert, Spinaceto, il centro di Bologna, le scuole di Ivrea, il campus di Pesaro, gli insediamenti produttivi di Terni e Taranto, i centri direzionali di Torino, Milano e Parigi, l'hinterland di Napoli e Metaponto, Halle-Neustadt, il Barbican, il Brunswick centre.

16 Il ciclo affronta, puntata per puntata: le piramidi di Giza, il ponte di Brooklyn, il Guggenheim di New York, S. Sophia a Costantinopoli, Versailles, la Karl Marx Hof, il colonnato berniniano, la Rotonda di Palladio, il World Trade center, la cupola di Brunelleschi.

17 Critiche rispettivamente da: Vice (1971), Il Lonfo (1972), Fratini G. (1978).

18 Habitat va in onda sul secondo canale nel 1970, 1972 e 1978. Nel 1974 assume il titolo Paese mio. L'uomo il territorio l'habitat.


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Didascalie

Fig. 1 – Interni di S. Asti e S. Favre, citati nella trasmissione «La nostra casa si trasforma» (Radiocorriere 10, 1959).

Fig. 2 – Carlo Mollino, programma «Dalla palafitta al grattacielo» (Radiocorriere 19, 1958).

Fig. 3 – La sede romana RAI di viale Mazzini (F. Berarducci, A. Fioroni 1962-65), in un disegno umoristico di G. Brandolini (Radiocorriere 48, 1977).

Fig. 4 – Ludovico Quaroni con il regista di una trasmissione sul Ponte sullo stretto di Messina (Radiocorriere 40, 1970).

Fig. 5 – Illustrazione riferita al sondaggio condotto sui telespettatori dell'inchiesta «Londra. Problemi di una metropoli», 1967 (Radiocorriere 45, 1974).

Fig. 6 – Mario Manieri Elia conduce il dibattito tra giovani in «Leggere la città» (Radiocorriere 7, 1972).

Fig. 7 – Scene da «Paese mio»: Piano, Vitale davanti al plastico di Créteil, la sede del PCF di Niemeyer, Giulio Macchi tra progetti e ospiti (Radiocorriere 10, 1974).

Fig. 8 – Interazione di giovani con il plastico di un quartiere romano, durante una puntata di «Paese mio» (Radiocorriere 17, 1974).