La
comunicazione è un atto primario, e
come tale non può che esistere ed essere assunto come
elemento invariante nei
processi di relazione. È soprattutto
la
figura della comunicazione intesa come racconto di una storia a scopo
persuasivo ad essersi consolidata nella percezione collettiva. Sembrano
lontane
e ormai inoffensive le inchieste di Vance Packard che raccoglieva le
storie
elaborate nell’America degli anni ’50
all’interno dei settori produttivi del
consumo, che svelavano la straordinaria capacità di queste
storie di transitare
da un settore disciplinare all’altro.[1]
Oggi Packard scoprirebbe che le cose non sono cambiate poi molto: a
meno di
un’accresciuta consapevolezza nei contenuti della sua
inchiesta, non solo la
comunicazione a scopo persuasivo continua a influire su qualsiasi
ambito
disciplinare ma si è sviluppata diventando strumento
d’uso quotidiano. E questo
grazie alla concitata sperimentazione sul mezzo di comunicazione.
Non
si può di certo negare il fascino di
una investigazione centrata sul medium, ancor più nel campo
dell’architettura:
come questo si sia evoluto per servire al meglio il racconto di un
progetto,
quale influenza abbia avuto l’apporto di una tecnologia
più o meno avanzata nel
racconto della storia, in quale misura il mezzo di rappresentazione
debba
aderire alla realtà, sono solo alcuni degli interrogativi
che animano il
dibattito attuale sul rapporto tra narrativa e progetto. Il ricorso
agli
strumenti di rappresentazione che ripropongono l’elemento
figurativo e quasi
pittorico nel racconto del progetto di architettura, senza
però rinunciare al
supporto della tecnologia per realizzarlo, ha sancito
l’inizio della cosiddetta
era Post-Digitale. Almeno questo è il nome del movimento al
quale uno degli
esperti di architettura digitale confessa di appartenere oggi, svelando
la sua
nuova tecnica: «They are not really watercolors...Photoshop.
I am post-digital
now». L’interlocutore è Mario Carpo,
storico di architettura e noto esperto
della stessa materia, il quale sceglie di raccontare in un recente
articolo l’episodio
che lo ha visto coinvolto ed evidentemente colpito. [2]
L’argomentazione di Carpo si focalizza esattamente sul modo
in cui l’architettura
viene raccontata, denunciando l’arrendevolezza nei confronti
della tecnologia a
favore di una forma di comunicazione apparentemente a basso contenuto
tecnologico. Apparentemente, perché la tesi sostenuta
nell’articolo è che
esista una forte differenza tra il racconto di un progetto di
architettura
proposto negli anni ’70 e quello
proposto
oggi con lo stesso mezzo: mentre l’avversione del
Postmodernismo si spiegava,
parafrasando le parole di Carpo, sulla base di una tecnologia moderna
che aveva
fallito in maniera eclatante su tutti i fronti, non vi è
ragione che spieghi
un’avversione nei confronti dell’avanzamento
tecnologico straordinario al quale
abbiamo assistito in epoca recente. E infatti, proprio
dall’ammissione sull’uso
dei software di grafica e fotoritocco per la realizzazione dei collage
di epoca
Post-Digitale, non emerge alcuna avversione nei confronti della
tecnologia, ma solo
la strumentalizzazione della stessa per riproporre una narrativa
precisa fatta
di «watercolor, collage e sfumato». Al di la
dell’esito più o meno catastrofico
che ciò potrebbe provocare secondo Carpo,
l’interesse ricade su un aspetto più
generale.
Quale
differenza c’è tra il plastico della
Broadacre City e le simulazioni
vista
drone usate per promuovere le città sostenibili del futuro?
Tra un interno di
Tessenow e uno sguardo attraverso gli occhiali 3d?
Forse
non tanta, tutti raccontano la
stessa storia: il wonderland.
La
questione alla base del saggio non è
quella di investigare il contributo tecno-logico dello story-telling al
progetto di architettura, ma il suo contributo ideo-logico. Se
è vero che il
mezzo della narrazione si evolve e si adatta ma la storia che racconta
è solo
una, l’interrogativo sorge da un punto di vista differente.
Quale progetto di
architettura merita un racconto o una narrazione? Solo il progetto in
cui tutte
le contraddizioni sono risolte positivamente come in un wonderland,
o esiste lo spazio anche per le contro-storie?
Forse
esiste, perlomeno in qualche
progetto del passato. Alcuni progetti di città sono stati
accompagnati da una
forte componente narrativa, anche se non promuovevano
un’ideale compiuto. Il
saggio indaga la questione ideo-logica dello story-telling applicato al
progetto, individuando alcuni analogie tra i casi in cui ciò
che viene
raccontato è il wonderland,
passando
ad altri in cui una forte componente narrativa è stata
dedicata alla
contro-storia. Ai primi è associato il paradigma della
colonizzazione del
territorio, rispetto al quale sono ben più alti i
presupposti di una componente
narrativa che comunque si mostra inscindibile da altri strumenti di
persuasione;
la seconda stagione di progetti interpreta la crisi del processo di
colonizzazione, ma sorprendentemente non si assiste alla rinuncia della
componente narrativa bensì ad un suo rafforzamento.
Il
territorio che affronta un processo di
intensa e programmata modernizzazione, intesa come avanzamento nei
processi di
produzione, vede spesso instaurarsi un nuovo ordinamento generale: una
comunità
produttiva regolata secondo un sistema di valori morali elevati, che
sarà
chiamata a identificarsi - o perlomeno rapportarsi - con la dimensione
fisica,
geografica o urbana di quello stesso territorio. È comune
l’uso del termine colonizzazione
per descrivere tale
processo; è ancor più comune che a questo
processo sia spesso associato una
forte componente narrativa. L’opera di Wright e Hilberseimer
tra gli anni
’30-’50 è profondamente focalizzata
sull’idea di colonizzazione della campagna
americana attraverso l’introduzione di un nuovo ordinamento:
il plastico di Broadacre City e i
disegni del New Regional Pattern di
Hiberseimer
erano indispensabili per descrivere tutte le componenti che
articolavano
l’insediamento territoriale, e soprattutto comunicare
l’idea che in un solo
sguardo si potesse cogliere la risoluzione di tutte le contraddizioni.
L’atto
della colonizzazione si estendeva fino al controllo della dimensione
domestica
tradotta per Wright nel dispositivo della Usonian
House e per Hilberseimer nella settlement
unit. Molto più recenti, le teche specchiate in
cui Branzi espone il
modello di Agronica e lo studio del
dispositivo architettonico della Casa Madre,
dimostrano che l’atto della colonizzazione continua a
supportare l’idea
propositiva di wonderland,
realizzato
attraverso una potente sperimentazione sulle componenti spaziali e
architettoniche dalla grande scala allo spazio domestico. Tuttavia, il
terzo
aspetto che completa l’analogia di questi tre casi
è il ricorso alla narrativa,
strumento indispensabile e inscindibile dai precedenti per la realizzazione di un
modello di insediamento. The Living City
è il testo in cui Wright
raccoglie tutte le argomentazioni sulla necessità di
abbandonare il modello
urbano, ormai tossico e compromesso anche nei suoi valori morali oltre
che
luogo della decadenza economica, e costruisce il racconto di un
insediamento
rurale estendibile a tutto il continente americano. La narrativa,
accompagnata
dal ben noto apparato iconografico, è fondamentale
perché sarà proprio
attraverso lo stile di vita della comunità di Broadacre
City – basata in buona parte su
un’economia di
autosostentamento – che l’America vivrà
il riscatto e conoscerà il suo wonderland.
I presupposti di
Hilberseimer sono simili, e l’impegno nel costruire una
narrativa sul proprio
modello di colonizzazione è altrettanto proficuo. The New Regional Pattern racconta di un
mondo libero e indipendente
dai condizionamenti della città attraverso
l’integrazione del sistema
produttivo agricolo e industriale. Rispetto alla casa
usoniana, Hilberseimer applica un carattere non figurativo ai
suoi edifici, investendo quindi estrema fiducia sulla componente
narrativa. Il
testo-manifesto che accompagna le idee di Branzi per una colonizzazione
del
territorio rurale contemporaneo, è intitolato New
Athen’s Charter e raccoglie modesti
suggerimenti per una interpretazione delle attuali condizioni
di vita e
lavoro, temporanee e prive di un radicamento nello spazio. Per quanto
diversa
da una città ideale, la componente narrativa è
presente e molto persuasiva nel
racconto di una infrastruttura di equipaggiamento per
l’abitare/lavorare che
sostituirà lo spazio urbano e l’ambiente domestico
tradizionale. [3]
Se
è vero che l’idea dell’introduzione di
un nuovo ordinamento nei territori colonizzati trova nota
corrispondenza in un
preciso apparato di forme e configurazioni spaziali e una forte
componente
narrativa, la decolonizzazione
è
spesso interpretata come processo geopolitico complesso del quale
raramente
sono indagate le implicazioni spaziali e architettoniche. Se inteso
invece come
processo in cui l’ordinamento generale viene messo in crisi
dalle condizioni
reali – riduzione di risorse produttive nelle company-towns,
obsolescenza delle
infrastrutture di collegamento, invecchiamento della popolazione
– un progetto
di decolonizzazione potrebbe essere
indagato sulla base degli stessi aspetti che hanno generato il wonderland. Investigare le
trasformazioni alla scala del piano generale per scoprire se esistono
delle
forme che possono interpretare i caratteri di questo processo inverso;
analizzare
il nuovo ruolo delle componenti architettoniche che mostrano
un’adattabilità al
processo in atto; verificare se è proprio il dispositivo
architettonico
progettato inizialmente come prototipo dell’infrastruttura di
colonizzazione ad
adattarsi, o se ne generano di nuovi. [4]
Resta
l’interrogativo sul ruolo svolto
dalla componente narrativa in questi casi. Sopravvive come uno dei tre
strumenti inscindibili che costruiscono il wonderland?
Oppure la contro-storia non viene raccontata?
Come
anticipato, alcuni progetti del
recente passato ben lontani dal promuovere un’ideale
compiuto, sono stati
accompagnati da una forte componente narrativa. In qualche caso, il
racconto di
una storia si costruivano volutamente sull’estremo opposto di
una condizione
ideale. Tra i progetti che negli anni ’60-70 hanno indagato
in maniera radicale
la crisi dell’insediamento, la Potteries
Thinkbelt di Price e la Berlino di Ungers rappresentano casi
paradigmatici.
Il primo racconta l’adattamento dell’infrastruttura
produttiva di una fabbrica
di ceramiche nello Staffordshire ad un campus universitario per 20.000
studenti.
Progetto non realizzato ovviamente, la cui componente narrativa assume
un ruolo
centrale per una critica di Price ai modelli educativi anglosassoni, la
cui
ambizione verso una classe dirigente formatasi dentro i chiostri
medioevali,
rappresentava il distacco totale dalla realtà sociale del
tempo. La
flessibilità, sarebbe diventata per Price, lo strumento
attraverso il quale
interpretare la realtà, e sono le pagine di Architectural
Design (Ottobre 1966) ad ospitare il suo contributo
narrativo. Ungers, circa
dieci anni dopo, condurrà alla Cornell University tre Summer
School incentrate
sulla possibilità di rendere autonome alcune componenti
architettoniche della
città.[5]
L’analisi prodotta sui dispositivi architettonici
confluirà nella sua visione
generale che, unita a quella di Rem Koolhaas, racconta
l’imminente spopolamento
di Berlino dovuto alla condizione postbellica. Pensare alla
ricostruzione
inseguendo l’ideale diffuso in tutta Europa, era ritenuto
ancor più utopico che
immaginare una configurazione di isole autonome come pezzi di
città circondate
dalla foresta: A Green Archipelago,
raccontata nella forma di un manifesto con una straordinaria carica
narrativa.
Il terzo caso sul quale riflettere nell’ottica di una
narrativa applicata alla
contro-storia, è forse ancor più eclatante. Lucio
Costa nel 1957 vince il
concorso per il Plano Piloto di
Brasilia presentando pochi schizzi, tra cui il disegno del prototipo
della superquadra, ma soprattutto
un testo
scritto da cui emerge l’assunto di non poter definire una
forma complessiva
della città di Brasilia, ideale e compiuta; fornire un
orientamento, descrivere
il rapporto tra lo spazio pubblico e privato, proporre un dispositivo
in grado
di governare questa
relazione di volta
in volta adattabile alle condizioni reali come la topografia, e si
rispettino i
principi generali di altezza massima e distinzione tra percorso
pedonale e
carrabile, questo era in suo potere. La città viene
costruita adattando il
modello della superquadra in decine
di varianti. Un
concorso vinto con un
testo scritto,[6]
e
un progetto realizzato: la narrazione al servizio della condizione
reale senza
la volontà persuasiva di promuovere un wonderland
ideale e compiuto in ogni sua parte.
A
meno di alcuni esempi del recente
passato, la riflessione dovrebbe essere sul contributo ideo-logico
della
narrazione nell’ambito del progetto contemporaneo. Le
contro-storie vengono
raccontate anche oggi? E i medium della narrazione, la cui evoluzione o
involuzione abbiamo visto essere dibattuta animatamente, a quali storie
si
applicano?
Sembra che la narrazione sia ancora uno strumento riservato maggiormente alla prima storia, quella di un modello ideale, quella di un wonderland contemporaneo. Come fece Lewis Carroll a distanza di soli sette anni dalla pubblicazione del suo capolavoro, dovremmo avere il coraggio di applicare la narrazione ad una contro-storia: through the looking glass fa comprendere l’importanza della narrazione nel progetto, forse scontata nei casi in cui la narrativa è opera di persuasione proiettata verso un mondo ideale, come nel paradigma della colonizzazione. Meno scontata, e per questo straordinariamente importante, nei casi in cui non c’è un wonderland da raccontare, ma una situazione dettata da contraddizioni e limiti reali. Rassicurando anche Packard, che forse potrà scoprire che il ruolo della narrazione dopo di lui non ha avuto il solo scopo persuasivo, ma quello di strumento fondamentale per l’interpretazione della realtà.
[1]
In Vance Packard, The hidden persuaders,
David McKay
Company, INC, New York, 1957
il
sociologo americano indaga la forte propaganda che identificava il buon cittadino
come buon
consumatore nell’ambito dello sviluppo
dell’industria pubblicitaria che
adottava metodi occulti.
[2]
Mario Carpo, Post-Digital
“Quitters”: Why the Shift Toward Collage Is Worrying,
in Metropolis
Magazine, Marzo 2018.
[2]
Oltre alla New Athen’s Charter
esposta da Branzi nella Biennale di Venezia del
2010, gran parte delle sue argomentazioni sono contenute in Andrea
Branzi, Modernità debole e
diffusa. Il mondo del
progetto all’inizio del XXI secolo, Skira, Milano,
2006.
[4]
Per un approfondimento sul tema
della decolonizzazione e le implicazioni architettoniche e spaziali che
hanno
caratterizzato questo processo si veda Alessandro Petti, Arcipelaghi
e enclave. Architettura dell’ordinamento spaziale
contemporaneo, Paravia
Bruno
Mondadori Editori, Milano, 2007 con prefazione di Bernardo Secchi.
[5]
Ungers propone tre Summer School
consecutive alla Cornell University rispettivamente dal titolo
“The Urban
Block” (1976); “The Urban Villa” (1977);
“The Urban garden” (1798) che
confluiranno nell’idea di Cities
whitin
the city della Berlino postbellica e nell’idea di Green Archipelago.
[6]
Lucio Costa, La Memória descritiva
del Plano piloto di Brasilia,1957 è
approfondito nell’articolo di Martino
Tattara, Brasilia’s Superquadra: Prototypical Design and the
Project of the
City, in AD “Typological Urbanism: Projective
Cities”, Wiley, March 2011.
ACKERMAN J. (1986) –
“The villa as paradigm”, MIT Press
BRANZI A. (2006) – Modernità
debole e diffusa. Il mondo del progetto all’inizio del XXI
secolo, Skira, Milano
CORBOZ A. (1983) – “Il territorio come
palinsesto”. Diogenè, 121.
GREGOTTI V. (1966) – Il
territorio del’architettura, Feltrinelli, Milano
HILBERSEIMER L. (1949) – The
New Regional Pattern. Industry and gardens, workshops and farms.
Pool Brothers Incorporated, Chicago
PACKARD V. (1957) – The hidden persuaders,
David McKay Company, INC, New York
PETTI A. (2007) – Arcipelaghi e enclave.
Architettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo,
Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano
SECCHI B. (1986) – “Progetto di
suolo”. Casabella, 520-521
WALDHEIM C. (2004) – Lafayette
Park Detroit, Harvard Design School Prestel, New York
UNGERS O.M. (1982) – Architettura
come tema, Electa, Milano
HARDIGHAM S, RATTENBURY K. (2007) – Potteries Thinkbelt,
Routledge, London
ZEVI B. (1991) – “La città territorio
wrightiana” in WRIGHT F. Ll, La città vivente,
Edizioni di Comunità, Torino