Fig.
1 - Saint-Etienne, progetto “Saint-Roch
s’éveille”, azioni di cittadinanza
attiva (foto Silvana Segapeli)
Spazi urbani
collaborativi
«È un miracolo», annuncia senza ambagi
Hartmut Rosa, poi continua:
«(…) tutte le prove di una crisi climatica, spesso
risentite fisicamente in molte parti della terra negli ultimi anni,
tutte le nostre intenzioni politiche, non hanno potuto fare nulla per
fermare o almeno rallentare questi ingranaggi. Nemmeno duecento anni di
potenti critiche rivolte contro il capitalismo e i suoi motori di
accumulazione del capitale. Ma ora, sono fermi. E siamo ancora vivi!
Possiamo farlo! Lo abbiamo fatto!»1.
Sì, durante questa pandemia si è verificato un
miracolo. Al di là dei suoi aspetti più tragici e
amari, questa enorme, terribile, piaga planetaria ha avuto un potere
trasformativo straordinario.
Nella vita quotidiana delle città, l’irruzione
della crisi sanitaria ha portato cambiamenti inattesi, alterando
profondamente scenari urbani che si credevano consolidati.
In questo rallentamento generale, le pratiche urbane sono state rimesse
in causa e molte delle mutazioni osservate non sono da inscrivere nella
sfera della perdita, tutt’altro: la riscoperta della vita di
quartiere, il potenziamento delle reti di prossimità e delle
diverse forme di solidarietà, la riattivazione di circuiti
pedonali e ciclabili, la rinnovata percezione dei sistemi ambientali e
degli ecotoni, etc.; tutti elementi emersi dall’esperienza
del confinamento e che rappresentano preziose risorse per una
rigenerazione urbana post-crisi, in termini di costituzione di prassi
di innovazione sociale e in termini di innervazione di culture e
politiche urbane, mirate ad una maggiore cura della moltitudine di
soggettività da cui è composta la civitas.
(Hardt, Negri, 2009)
Le figure, i significati e i ruoli dello spazio urbano erano
già mutati nel tempo, negli ultimi decenni
l’apertura di un orizzonte post-capitalista, la costituzione
dei beni comuni come forme di resistenza alla privatizzazione
esasperata del capitalismo e la strutturazione sociale secondo una
forma eterarchica (Citton, 2018) – quindi dotata di una
pluralità di sistemi di valore –, avevano
già cominciato a configurare nuovi scenari.
A lockdown
concluso, una diversa coscienza dello spazio urbano si va
via via sedimentando; spazi pubblici e spazi comuni sono concepiti dai
più avvertiti come luoghi di esplorazione dei diversi modi
di co-costruire e vivere insieme, come campi di esperienza
dell’azione civica e piattaforme di diffusione per le nuove
maieutiche della cittadinanza attiva.
L’esperienza del confinamento ha insegnato che la
città è un luogo ricco di “especes
d’espaces”2, ovvero di una varietà di
spazi di relazione: dalla terrazza condominiale alla hall
d’ingresso, dal parterre
collettivo al giardino semi-privato,
dal cortile comune al patio condiviso. Le eterotopie3 scoperte in
seguito al distanziamento fisico, sono spazi di resistenza che
potrebbero permanere, magari secondo nuove modalità, nel
progetto di una città post-crisi.
Quello che si è compreso, in modo chiaro e inequivocabile,
è che l’organizzazione dello spazio urbano deve
essere opportunamente correlata al telaio dei rapporti sociali ed al
sistema dei beni comuni – inappropriabili, materiali o
immateriali. Questo nodo non può e non deve più
essere dissociato, né considerato parametro marginale nella
concezione del progetto urbano, «(…) usare non
significa semplicemente utilizzare qualcosa, bensì tenersi
in relazione con un inappropriabile» (Agamben, 2017).
Spazio/lavoro/gente4,
per una topologia della cura
«È la gente che deve iniziare ora, subito, questo
processo di mutamento, analizzando le cause della situazione attuale e
proponendo nuovi modi di costruire luoghi piu umani in cui
vivere.» (Goodman 1973)
All’analisi attenta delle mutazioni in corso, tra le
questioni che si profilano di maggior rilievo, emerge il tema della
cura, metafora geddesiana (Tyrwhitt 1947) che ben si attaglia al quadro
esperienziale dei fenomeni urbani in tempi di crisi sanitaria.
Era il 1946 quando Lewis Mumford, nell’introduzione alla
raccolta dei rapporti di Patrick Geddes dall’India5,
come in
una sorta di premonizione, descriveva il carattere eminentemente
pioneristico dell’approccio presentato in quegli scritti,
insistendo sulla capacità dello studioso di prefigurare
ambiti d’indagine che sarebbero divenuti in futuro soggetti
cardine della riflessione collettiva sui temi urbani:
solidarietà, azione collaborativa, cooperazione,
riconciliazione uomo-natura, comunità, spazio comune. Sono
le stesse istanze manifestatesi – spesso sotto forma di
urgenza – durante i mesi di crisi, quale inatteso humus,
prezioso sostrato propizio alla fioritura di quell’universo
dei possibili (Rancière, 2009) di cui la città,
con il suo telaio di spazi comuni e pubblici irrisolti, ha oggi
necessità stringente.
I media e i social
network, durante il lockdown,
non hanno cessato di
raccontare di usi alternativi, di spazi urbani riguadagnati al traffico
veicolare, di riconversioni d’uso cosi come di spazi comuni
d’incontro, nati da nuovi modi di vivere, soprattutto tra
vicini (nel rispetto delle norme di distanziamento fisico). In altri
termini, è emerso che la capacità di
trasformazione dell’azione collettiva (Harvey, 2012), il
potere della comunità (Sennett, 2020) e la praxis
costituente dei beni comuni (Dardot, Laval, 2014), considerati come
forze sinergiche, consentono di ripensare le trame della
città, ripartendo dagli spazi comuni di relazione, nella
dimensione “micro” del rione e alla scala degli
spazi di contatto (Choay, 2003) del quartiere.
Inquadrato in questo framework,
il tema della cura rappresenta una
sfida importante per una nuova epistemologia della crisi, sulla quale
innestare politiche sperimentali di amministrazione condivisa, nuove
capacità visionarie e pratiche comuni rinnovate.
Quali forme d’intervento progettuale incentivare per favorire
la creazione di comunità di cura degli spazi urbani? Tavoli
di co-progettazione, think
tank di orientamento e riflessione,
assemblee, communities
of inquiry etc. sembrano da piu parti
configurarsi come scenari collaborativi all’interno dei quali
concepire le trasformazioni necessarie degli spazi di
prossimità. È proprio in questi spazi che la
metafora di Geddes s’incarna e ridiviene attuale: osservare,
prendere cura, guarire i nodi di vulnerabilità della
città, sono le fasi di un processo collettivo che serve a
rigenerare spazi urbani trascurati o abbandonati (Tyrwhitt 1947).
Occorre a questo punto contrapporre dialetticamente le due prospettive:
da un lato quella dettata da un bisogno di Gemeinschaft
(Tönnies, 1887), di un senso della comunità, che
è fatto di relazioni sociali calorose, di contatto, ed
è legato agli scenari dell’accoglienza (Sennet,
2000). Dall’altro quella orientata dall’esigenza di
una revisione dei termini dell’interazione sociale, secondo
le norme della pandemia, i cui dettami normativi impongono una
ridefinizione delle nozioni di accessibilità e di distanza.
Concretamente, sarebbe difficile tentare di risolvere le antinomie
costitutive della matassa che intesse la crisi sanitaria senza
ripensare il modo in cui si progetta e si governa lo spazio e i tipi e
i tempi d’interrelazione che questo determinerà.
Seguendo le tracce della legacy
di Geddes, si puo analizzare la
questione di cosa sia la cura, in questo momento, ponendola nei termini
di un diritto/dovere di configurare lineamenti progettuali efficaci: Cura
è dotarsi degli strumenti teorici e pratici necessari
per costruire un ambiente adeguato, eco-responsabile e sostenibile, di
là dalle logiche oppressive della societa
dell’abbondanza: l’«eutopia»
concreta di Geddes, in altri termini. Cura
è perseguire una “frugalità
intelligente e responsabile” (Magnago Lampugnani, 2020) negli
interventi progettuali, una sobrietà che si apparenta alla
conservative surgery6,
secondo modalità house-to-house,
caso
per caso. Rientrano in qualche modo in questo stesso alveo tutte le
azioni progettuali tese a scardinare le logiche della
standardizzazione, come l’urbanistica tattica o
l’agopuntura urbana. Cura
è attivare e innervare i “regimi
d’attenzione” (Boullier, 2014), attraverso
l’inchiesta preliminare, l’esplorazione fisica e il
camminare come pratica conoscitiva – in termini geddesiani il
survey before planning7.
Solo attraverso un’osservazione
approfondita dei luoghi e delle comunità che li abitano
potranno definirsi nuove modalità di
accessibilità e di distanza. Cura
è costruire inventari, attraverso il community mapping
(di cui Geddes accenna i prodromi8), per leggere e interpretare la
città attraverso una mappatura delle infrastrutture sociali,
dei luoghi che configurano un sistema di relazioni, che coordinano le
reti di collaborazione e di solidarietà9.
Attraverso questi principi, enucleati dal concetto di cura, non si
cerca d’impostare i lineamenti di un nuovo localismo, che
sarebbe gravato dai rischi d’incongrue conseguenze
– come l’esasperazione dei meccanismi di esclusione
e il proliferare di micro-interventi scoordinati. Politiche di coesione
e innovazione sociale devono restare soggiacenti alle logiche
d’intervento da impostare. A questi fini, nuove forme di
governance
restano da affinare, articolando la sperimentazione alle
diverse scale, per tendere sempre piu ad una gestione orizzontale e
partecipata dei luoghi del vivere comune urbano.
Note 1 Hartmut Rosa, “Le
miracle et le monstre – un
regard sociologique sur le Coronavirus”, in AOC media -
Analyse Opinion Critique, aprile 2020. «C’est un
miracle (…) toutes les preuves d’une crise
climatique, souvent ressenties physiquement dans de nombreux endroits
de la terre ces dernières années, toutes nos
intentions politiques n’ont rien pu faire pour
arrêter ou même ralentir ces roues. Pas plus que
deux cents ans de puissantes critiques du capitalisme face aux moteurs
d’accumulation du capital. Mais là, ils sont
à l’arrêt. Et nous sommes encore en vie
! Nous pouvons le faire! Nous l’avons fait »
(Traduzione in italiano nel testo, a cura dell’autrice). 2 Georges Perec, Especes d’espaces,
Galilée, Paris
1974. «Le problème n’est pas
d’inventer l’espace, encore moins de le
réinventer (trop de gens bien intentionnés sont
là aujourd’hui pour penser notre
environnement…), mais de l’interroger, ou, plus
simplement encore, de le lire.» 3 Cfr. Michel Foucault,
“Des espaces autres”,
Conferenza al Cercle d’études architecturales, 14
marzo 1967, in Architecture, Mouvement, Continuité, no 5,
ottobre 1984 4 Sulla triade geddesiana
“Place, Work and Folk”
Cfr. Patrick Geddes, “Civics: as Applied
Sociology”, conferenza tenuta alla School of Economics and
Political Science, University of London, 18 juin 1904, disponibile su
https://www.gutenberg.org 5 Cfr. J. Tyrwhitt, op.cit.
«he life and work of Patrick
Geddes prefigure the age in which we now live. The tasks that he
undertook as a solitary thinker and planner have become the collective
task of our generation», p.7 6 Cfr. J. Tyrwhitt, op.cit.
“«The best way in which
congestion can actually be reduced is by the creation of open spaces.
Whereas the new street will only too readily destroy any remains social
character within an area, the new open space will do much towards
renewing the values of village social life.», p. 85 7 Cfr. J. Tyrwhitt, op.cit.
«The conservative method,
however, has its difficulties, it requires long and patient study. The
work cannot be done in the office with ruler and parallels, for the
plan must be sketched out on the spot, after wearying hours of
perambulation (…)», p. 44 8 «One of the parts of a
city survey that can easily be
undertaken by any interested and intelligent person of active habits is
to mark on a map those vacant plots of land that are used for
cultivation.», p. 89 9 Cfr. J. Tyrwhitt, op.cit.
«How very different from the
present state of affairs would be a city in which such active
co-operation could arise spontaneously between the citizen and their
town council!», p. 65
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