Fig.
2 - Yona Friedman, Mobile Architecture. Schizzo.
Il periodo
di isolamento sociale che ha costretto ogni persona, in maniera
differente, al persistente distanziamento sociale e ad abitare un unico
spazio – delimitato, circoscritto, misurato – ha
indotto puntuali considerazioni sulla relazione tra uomo, spazio e
ambiente in cui vivere e sul senso della morte. Cosa accadrebbe se
l’uomo contemporaneo abitante nomade del mondo, abituato a
considerare la propria dimora un luogo in cui essenzialmente
rifugiarsi, fosse costretto ad abitare esclusivamente nella contrazione
del proprio spazio domestico? La tesi è quella per cui i
mesi di isolamento sociale siano stati la messa in scena di una
realtà che, manchevole di relazioni fisiche, sociali,
ludiche, ricreative, abbia indotto l’uomo alla rinuncia della
propria corporeità e ad abitare un luogo fatto di
connessioni e relazioni esclusivamente virtuali. Un mondo fatto di
spazio non reale, simulato, di cyberspazio
che per architetti come
Marcos Novak potrebbe essere l’occasione di forme poetiche
nuove e di leggi e regole altre, non gravitazionali, non prospettiche,
non euclidee. Egli scrive di una architettura liquida che pulsa e
respira e di cyberspace
come la restituzione di informazioni, di input,
di simulazioni, di metadati, programmati ed elaborati per generare gli
output del e nel virtuale. Il cyberspace
diviene per Novak un
‘habitat per e dell’immaginazione’ (Novak
1991). Quali conseguenze per l’architettura? Capsule,
micro-architetture, caverne tecnologiche che inglobano, fossilizzano,
immobilizzano il corpo dell’uomo annunciandone la sua
inevitabile fine? Architetture contenitrici di meta-dati? Si
ritornerà a un uomo (seppur tecnologicamente) primitivo?
Novak (2001) scrive di ‘trans-architettura’, di
‘abitazione interattiva’, di
‘telepresenza’. Quale il destino
dell’uomo. Si dis-incarnerà, si perderà
nella rete? Una rete fatta di like,
di levigatezza direbbe Byung-Chul
Han (2015). Di fronte a siffatte premesse, sono due le riflessioni
conseguite. L’una, sul senso dell’abitare
contemporaneo, che sembra indurre a volgere lo sguardo verso il
passato, l’altra, sul senso dell’arte e
dell’architettura di fronte al sembrerebbe inevitabile
dominio della tecno-scienza. Guardare il passato per dimorare la casa
del profeta direbbe Kahlil Gibran (1923) o dell’avvenire
(Bachelard 1957). Per desiderare una casa guscio come quella descritta
da Walter Benjamin (1982), per pensare una casa dell’anonimo
(Rogers 1958) o per intenderla come diritto sociale (Ponti 1957).
Immaginare una casa torre, come quella a Bollingen di Carl Gustav Jung
(1961) o una casa corpo (Augè 1994). Una dimora della vita
quotidiana (Rossi 1981) o degli eventi (Tschumi 1994). Ovvero, una casa
per ‘far abitare’ scriveva Heidegger
(D’Urso 2009). Per Baudrillard (1988) si vive
nell’epoca della sparizione dell’arte e
dell’estetica e nell’era di una società
perduta nell’effimero della merce e di ciò che
offre prontamente il mercato. Paul Virilio (2002) in Discorso
sull’orrore dell’arte riconosce una
progressiva e
precisa volontà di eliminazione delle tecniche
dell’arte e dei mezzi di espressione del passato, a favore di
un’arte definita dallo stesso autore ‘arte del
motore’. Tale teorizzazione è la trasposizione
dello scontro tra l’uomo e la generale e disarmante fiducia
nei confronti della tecnologia, delle macchine, dei dis-valori derivati
da velocità e iper-tecnica. Perché la
velocità? Se il tempo è denaro, allora la
velocità è il potere di fare denaro. Si procede
verso una sorta di divinizzazione della tecno-scienza presupponendo la
sua necessità e inevitabilità. Le conseguenze?
Una sparizione graduale di percezione, di fisicità e di
corporeità a favore dell’automa. Ma, nel
cyberspazio non tutte le percezioni umane sono contemplate. E la
questione diviene più complessa quando la progettazione
avviene tramite algoritmi stocastici ovvero quando il processo
algoritmico è reiterato sulla base di parametri casuali. Greg Lynn
Form in occasione della Biennale
Interieur del 2012 svoltasi in Belgio
proponendo la RV
prototype house mostra un prototipo in scala, leggero
e roteante, trasposizione di una abitazione spazialmente mutevole ma
priva di alcuna relazione con le specificità di un contesto.
Lo studio FOA progetta la Virtual
House nel 1997. Un nastro avvolto
più volte su sé stesso. Per quale luogo?
Qualsiasi. Una casa virtuale che alterna «costantemente una
condizione di rivestimento e una condizione di avvolgimento»,
ovvero che possiede la «parzialità, ironia,
intimità e perversità del cyborg»
scrive Alejandro Zaera (1998, p. 40). Lo studio Asymptote diretto da
Hani Rashid e Lise Anne Couture programma nel 2004 il Virtual
Guggenheim Museum dimostrando che
l’immaginazione potrebbe
anche trascendere la fisicità. Le pareti immateriali del
museo modificano la propria forma in funzione dei
‘movimenti’ simulati del
‘visitatore’. Uno spazio virtuale piuttosto
stimolante per la mente umana. Quali le costanti di siffatte
architetture? Oggetti virtuali o reali privi di alcun coinvolgimento
sensoriale fisico dell’uomo. Sperimentazioni suggerite dalla
sola matrice matematica generative di uno spazio non euclideo,
costituiscono il luogo in cui abita un organismo di cui se ne dimentica
la fisicità. Rappresentano difatti il risultato di metadati
contenuti e gestiti da algoritmi e funzioni matematiche, modelli
surrogati e astratti di un mondo privo di diversità e
imperfezione, quale è quello del reale. Una natura artefatta
che genera una realtà e quindi un’estetica
contraffatta. Eppure, Donna Haraway scrive che il cyborg, ibrido tra
macchina e organismo, tra realtà sociale e finzione, rende
l’uomo libero da ‘ogni forma di
dipendenza’. Il cyborg
rompe i dualismi: macchina-organismo,
natura-artificio, corpo-anima, forma-informe. Tale processo di
de-naturalizzazione verso cui l’uomo sembra essere destinato
è contrapposto tuttavia a quanto ricercato da Gillo Dorfles
(1968) quando scrive che l’artificio potrebbe divenire
oggetto naturale. Al telos
apocalittico dell’individualismo
astratto (Haraway 1995) è contrapposto un telos estetico e
sociologico necessario a mantenere ‘la capacità
creativa ed esperienziale dell’umanità’.
L’una teoria ricerca la capacità creativa nel
processo di de-naturalizzazione, nell’automa,
l’altra, nell’organismo, nell’essere
umano e nella propria capacità di naturalizzazione.
Perché, ricorda Heidegger, se vi è un
dispositivo, una macchina, in grado di ricordare, di creare, di
elaborare, l’uomo probabilmente perderà
gradualmente la capacità di farlo e di ragionare, ossia di
svolgere tutte quelle attività per cui un sistema meccanico
funzionerebbe meglio. E, se è vero che nella
corporeità intervengono fattori sociali, storici, culturali,
ambientali e quindi anche tecnologici rendendo il corpo un sistema
organico complesso maggiore della somma delle proprie componenti ci si
chiede se, analogamente nel cyborg,
organismo cibernetico somma dei
termini cyber
e organism,
è ancora contemplata la
corporeità dell’essere umano. In questo scenario
di generale anestetizzazione del sentire dell’uomo,
è probabile che si teorizzi non il fine ma una fine per
l’uomo, per l’arte, per l’architettura.
Paul Virilio (1980) scriveva di estetica della sparizione. Ancora una
volta una cancellazione. Analogamente a quanto accade
nell’arte per cui le avanguardie sembrano voler annullare le
tecniche artistiche precedenti, come volessero eliminare la
storicità, lo spazio virtuale sembra voler eliminare quello
reale. Per Allan Kaprow si dovrebbe persino cancellare la parola arte
dal dizionario. Si pone in una posizione intermedia Martin Heidegger
(1976) affermando che l’azione del disvelamento della
verità, Wahrheit,
passa anche attraverso la tecnica.
Tuttavia, se l’accadimento avviene tramite
l’esserci, dove risiede il luogo della particella
‘ci’ nel cyberspazio?
Per la cyborg-architettura
la
tecnologia è il fine e lo spazio fisico
dell’architettura è destinato a ridursi a quello
virtuale della rete fino a scomparire. Il Coronavirus sembrerebbe ci
abbia costretto a farlo. Eppure, i mesi di lockdown, mesi di
connessione virtuale, hanno dimostrato che la comunicazione non
può ridursi esclusivamente a quella verbale o visiva.
Ciò che è mancata è stata la
percezione del proprio corpo in relazione al corpo
dell’altro. Il filosofo Massimo Cacciari (2004) scrive che se
il corpo, la realtà fisica, physis,
è difatti il
luogo primo, come potrebbe l’essere umano non ricercare altri
luoghi? E che benché l’anima possa non avere una
dimora fissa, un a-oikos,
nomade, essendo dynamis,
ovvero energia
intellettuale, è necessario comunque possedere luoghi in cui
dimorare. Luoghi da abitare, mutevoli, instabili, ma fisici. Essenziali
per non perdere la capacità umana di immaginare, di
progettare, di emozionarsi, di creare. Per Paul Virilio (2002)
bisognerebbe ridare valore al corpo e quindi
all’architettura. Non vi è architettura senza
uomo. Non vi è Cristianesimo senza incarnazione, non vi
è arte senza corpo. Quale l’antidoto? Virilio
scorge nell’incidente una via d’uscita. Ogni volta
che un nuovo prodotto tecnologico o una nuova tecnica è
inventata, è inventato anche l’incidente
corrispettivo. L’invenzione della nave è coincisa
con il suo naufragio. L’incidente dell’arte con la
sua rappresentazione. Per Virilio, l’incidente permette di
rintracciare il valore. Il Covid-19 potrebbe essere quindi
l’incidente della virtualizzazione?
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