Riabitare i borghi abbandonati. Nuove strategie abitative
contro la crisi pandemica
Enrico Bascherini
Fig.
1 - Colletta di Castelbianco (Savona), gli essiccatori.
Fig.
2 - Colletta di Castelbianco (Savona), le scale rampanti delle
unità abitative.
Fig.
3-4 - Colletta di Castelbianco (Savona).
Oggi la
scienza ci ha imposto
quello che è stato definito distanziamento sociale che
sostanzialmente si è tradotto nell’annullamento di
rapporti umani, nel vivere in condizioni di isolamento
fisico,
limitare gli spostamenti da un luogo all’altro. Tali
restrizioni
non possono che aver avuto riflessi sullo spazio
dell’abitare,
sui luoghi che abitiamo comunemente, sulle città, sulle
metropoli.
Anche se oggi l’allentamento di tali restrizioni sembra,
almeno
nel panorama Italia, far dimenticare i problemi appena trascorsi, le
riflessioni che sono sorte intorno al tema dell’abitare nel
combattere l’emergenza, non possono non trovare un
appagamento
scientifico.
Tra le innumerevoli ipotesi nell’affrontare la cura ed il
contrasto alla propagarsi del coronavirus e da qui l’ipotesi
di
un nuovo sistema di abitare, il tema dei borghi abbandonati sembra aver
fatto presa non solo sugli addetti ai lavori, architetti ed urbanisti,
ma anche tra sociologi, antropologi, economisti e gente comune:
«Come il terremoto, anche il coronavirus è un
fattore di
accelerazione, nel senso che fa emergere situazioni critiche che
preesistevano» (Properzi 2020). Un recente articolo di un
noto
paesologo, ci fa riflettere sul tema del riabitare i borghi ed i
paesaggi, «…rigenerare la strategia per le aree
interne
perché la pandemia ha, oggettivamente, aperto degli spazi
per un
importante intervento pubblico. Prendersi cura dei piccoli paesi
[…] non è un regalo ma un servizio che si offre
all’Italia» (Arminio 2020).
La domanda da porsi riguarda il sistema insediativo del borgo o centro
minore ovvero se questa tipologia urbana può divenire un
modello
di vita in condizioni di protezione o solo un ripiegamento sperimentale
od addirittura una rivincita bucolica di chi da sempre combatte la
metropoli ed il suo stile di vita.
Firme note del panorama architettonico propongono alle grandi
città di adottare borghi, vere e proprie succursali per la
fuga
dalle città; un atteggiamento superficiale che ha scaturito
un
intenso dibattito determinando una ritrazione dei risultati di molte
ricerche sullo stato reale delle politiche SNAI (Strategia Nazionale
per le Aree Interne) o associazioni come l’UNCEM (Unione
Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) o l’ANCSA
(Associazione Nazionale Centri Storico Artistici).
Il sistema dei borghi abbandonati ha alle spalle sperimentazioni e
risultati già consolidati «microprogetti di
welfare di
comunità» (Carrosio 2020) da cui potremmo
ripartire per
valutare una effettiva e concreta riappropriazione di tali luoghi.
Non solo il tema del riabitare ma soprattutto lo sforzo maggiore in
questi contesti è quello della restanza:
«Restare non ha che fare con la conservazione, ma richiede la
capacità di mettere in relazione passato e presente, di
riscattare vie smarrite e abitabili, scartate dalla
modernità,
rendendole di nuovo vive e attuali. Quello che ieri era arretratezza
oggi potrebbe non esserlo più. La montagna improduttiva e
abbandonata oggi offre nuove risorse, nuove possibilità di
vita» (Teti 2020).
Oggi, il dibattito sembra declinare su aspetti epidemiologici ma il
tema dell’abitare in un borgo appare a molti come banalizzato
e
poco conosciuto:
«Al di là del diffuso wishful thinking
che attraversa
questi interventi – che raramente si pongono il tema del
come,
con quali risorse, con quali politiche, con quali strumenti
[…]
o ancora le realtà metropolitane che
“aiutano” le
aree interne, come se queste fossero gusci vuoti, privi di
comunità, progettualità, desideri, dotati
solamente di
patrimoni naturali e storici» ( De Rossi 2020).
Va da se che la dimensione insediativa, la concentrazione sociale, lo
spazio di relazione, il rapporto tra le città fanno
scaturire da
più parti più dubbi che risposte:
« davvero è la densità residenziale in
sé a
essere un problema o forse lo è la densità
fisico-relazionale (intesa come densità di contatti fisici
ravvicinati tra le persone) e i modi con cui questa viene vissuta? Se
fosse la densità fisico-relazionale a essere problematica,
non
si vedrebbe alcun bisogno di favorire la dispersione residenziale (che
non diminuirebbe necessariamente la densità
fisico-relazionale» (Chiodelli 2020).
Non è un caso se esistono borghi come Orticoli, Attigliano,
Sillano di Garfagnana, dove il Covid 19 non ha attecchito; piccoli
paesi, borghi isolati, comunità autosufficienti che sono
riuscite a combattere il distanziamento sociale non a livello di
individuo ma di comunità. La dicotomia isolamento e
protezione,
isolamento e abbandono suscita dubbi etici e scientifici; da un lato il
termine isolamento può essere benissimo inteso come
protezione
ma isolamento può anche offrire il fianco
all’abbandono.
Il dibattito riguarda quindi un rinnovato interesse ad insediamenti
umani che da sempre hanno rappresentato un modello di vivere lo spazio
ed il suo territorio ovvero i borghi, gli insediamenti minori, le aree
interne viste oggi «…come una nuova
frontiera.»
(Tantillo 2020).
Siamo di fronte ad un momento storico, in cui la ricerca sulle
filosofie del recupero delle aree interne può cavalcare
l’onda dell’interesse. «Non avremo
ricette, non
avremo best practices,
non avremo strade tracciate da seguire. Nei
piccoli borghi disporremo solo di tre cose: la creatività,
l’agilità che contraddistingue le
realtà di piccole
dimensioni e la voglia di farcela» (Dall’Ara 2020)
e
possiamo anche sostenere che «è proprio la
montagna [...]
il principale serbatoio delle politiche di sviluppo sostenibile, la
cosiddetta green economy.»
(Tarpino 2019)
Isolarsi sembra voler dire proteggersi; ecco quindi che le nuove
tecnologie ci permettono di restare di a casa, di lavorare a distanza,
appunto di isolarsi dagli altri. Ma questo modello di vita non
può certo sostituirsi (in termini industriali, commerciali e
relazionali) integralmente ed istantaneamente ai modelli attuali. Di
fatto se guardiamo ad esperienze anche italiane di abitare in
solitudine, il gap esistenziale è ben evidente.
Tra le prime esperienze di riappropriazione di borghi abbondonati,
Colletta di Castelbianco presso Albenga, rappresenta il miglior ed il
peggiore risultato che si potesse raggiungere. Colletta di
Castelbianco, è un borgo medievale le cui origini sono
rintracciabili nel basso medioevo con strutture databili tra il XIII e
XIV secolo poste al centro dell’insediamento. Lo sviluppo nel
corso del quattrocento si attesta lungo le vie di collegamento, ovvero
su percorso principale; i volumi delle abitazioni di questo periodo
sono riconducibili a pochi piani, due forse tre nelle eccezioni
più frequenti. Dopo il terremoto del 1887 il borgo inizia a
spopolarsi generando un continuo declino quindi nel novecento un
abbandono definitivo degli abitanti. Tra i pochi villaggi liguri
rimasti intatti, il borgo di Colletta rappresenta un documento a cielo
aperto di impianto urbano ed architettonico di grande pregio.
L’intervento a Colletta dei primi anni ’80, ha
permesso a
De Carlo di ricucire uno strappo col passato; si riappropria di una
dimensione urbana con aggiunte edilizie di basso impatto progettuale.
Il progetto che è stato elaborato ha lo scopo di recuperare
il
villaggio per renderlo di nuovo abitabile. De Carlo anticipa di molti
anni l’idea di lavorare e vivere in estremo isolamento. La
domanda da porsi in questo progetto è una domanda che De
Carlo
si è fatto da sempre, ovvero per quali abitanti la
ricostruzione
del borgo è rivolta?
«Tutto nasce da un’idea imprenditoriale
[…] si
è dunque lavorato per cablare il borgo e far arrivare fin
qui la
fibra ottica, puntando sull’idea del telelavoro. Ha
funzionato,
anche se alla fine gli stranieri si sono innamorati di più
delle
pietre e della storia che della possibilità
virtuali.»
(Ricotta 2016).
L’idea è di abitare in luoghi remoti a contatto
con la
natura con tempi lenti e luoghi in cui ritrovare il rapporto da spazio
urbano e spazio umano. Ancora una volta De Carlo ha visto lontano; oggi
a distanza di 30 anni sono moltissime le persone o nuclei familiari che
desiderano ritrovare un modo di abitare semplice e confortevole per
lunghi periodi di vacanza non necessariamente legati alla stagioni ma
potrebbe rispondere oggi anche a domande sanitarie.
L’attuale modo di abitare, non solo dal punto di vista
normativo
ma anche spaziale, ha condotto De Carlo alla progettazione di vani
più ampi e diversamente connessi. La parte impiantisca
è
stata realizzata col minor impatto possibile; sono state realizzate
riscaldamento a pavimento e contro-pareti tecniche.
Nel caso di Colletta ci ritroviamo di fronte ad una ricostruzione quasi
filologica dell’intero borgo; Giancarlo de Carlo riesce a
rileggere le concrezioni topografiche, gli aspetti tipologici, le
vibrazioni lessicali ed il vocabolario architettonico degli elementi
minori. Il risultato ottenuto è realizzato da un unico
attore
progettista e si fonda su una norma ben trascritta; ancora oggi
all’interno del borgo è nominato un
“architetto” a cui è delegato qualsiasi
intervento.
Difatti questo ruolo inizialmente ricoperto da De Carlo, oggi
è
ricoperto da Ole Wig; una guida generale relativa all’impatto
estetico di qualsiasi intervento nel borgo e verificare la coerenza dei
lavori necessari.
Tutti gli interventi portano una firma chiara ed univoca
cioè
quella della ricerca di un linguaggio il cui fine è un
restauro
linguistico; la rinascita del borgo è una ricostruzione che
non
lascia spazio a nuovi inserimenti il cui risultato fotografa un tempo
ideale, quello di massimo splendore del borgo. In definitiva potrebbe
definirsi ancora un paese morto, proprio perché le
interazione
tra uomo e spazio sono controllate è quindi son
può dirsi
un risultato ottenuto quel risultato antropologico che si va cercando.
Inizialmente l’intero borgo era stato pensato come un modello
di
vivere la contemporaneità lontana dalla città, ma
col
tempo questo sistema di vivere in solitudine, purché in
estrema
globalizzazione, ha avuto un cedimento ed oggi siamo di fronte al
solito albergo diffuso.
Colletta è allo stesso tempo un esempio positivo e negativo
che
potrebbe veicolare una provvisoria e non esaustiva conclusione.
Oggi viviamo nuove ed inaspettate riflessioni collettive;
l’attuale società scossa da eventi eccezionali si
pone il
problema dello spazio del quotidiano ma anche del collettivo e se
questo veramente corrisponde ad un modello che ci soddisfa. Il tema del
riabitare i borghi abbandonati ed i luoghi di estrema rarefazione
urbana non può essere una risposta finale a problematiche
sanitarie. Casomai oggi bisogna cogliere in questa crisi valori
aggiuntivi che forse avevamo perso a livello di individuo.
In questa riscoperta collettiva di essere comunità,
può e
deve nascere un sentimento in cui il sistema borgo può
essere
una scelta di vita sia sociale che economica ma non certo sostitutivo
alla città.
Proprio l’esempio citato, ci ha dimostrato che la
monofunzionalità o la specializzazione fine a se stessa non
può essere motivo soddisfacente per reclamare un risultato
totalmente positivo. Caso eclatante è Civita di Bagnoregio
«Un borgo medievale miracolosamente scampato al trascorrere
del
tempo […] si tratta di un passaggio epocale in cui il borgo
si
trasforma radicalmente […] con processi di estetizazzione e
spettacolarizzazione del borgo […] ad uso e consumo di un
industria turistica.» (Attili 2018)
Gli stessi abitanti di Colletta sono lontani dal vivere una completezza
dell’esistenza sociale e familiare; la presenza di famiglie
adulte, la mancanza di nuclei familiari con bambini,
l’assenza di
un abitare continuativo, di per se ci fanno comprendere che riabitare
un borgo è diverso dal viverlo. Oggi Colletta di
Castelbianco
cerca in ogni maniera di tenere alta la tensione sociale (riscoperta
del ruolo della coltivazione dell’olivo, della castagna) ma
non
è completo in termini di servizi, di sviluppo di
un’economia di base.
Il sistema dei borghi può parzialmente rispondere
all’emergenza ed al cambiamento come lo fa la
città ad
alta densità l’importante è
«imparare a vivere con l’incertezza e il
cambiamento: i
cambiamenti e le crisi sono parte dei processi evolutivi dei sistemi
complessi; una delle strategie chiave per mantenere e incrementare i
meccanismi di resilienza è proprio quella di convivere con i
fenomeni di cambiamento» (Colucci 2015).
Una provvisoria conclusione non può che mettere in evidenza
solo
parziali risultati positivi di queste «utopie
realizzate»
(Anele 2020); i borghi abbandonati ed i piccoli centri storici, possono
veramente essere un’alternativa valida alla metropoli ed una
risposta certa all’emergenza attuale ma non si può
cadere
nella trappola linguistica ed oggi urbanistica tra vivere in solitudine
e vivere in isolamento per non confondere un borgo da un edificio
industriale riconvertito in ricovero per l’isolamento.
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