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«La prigione è un luogo dell’abitare, della riabilitazione e della socializzazione»1:
da questo assunto muove la proposta di Francesca Giofrè e Pisana
Posocco, raccolta in “Donne in carcere. Ricerche e progetti per
Rebibbia”, edito da LetteraVentidue nella collana
“Alleli”, dedicata ai libri di ricerca.
La pubblicazione si occupa degli spazi dedicati alle donne detenute, una minoranza nella minoranza2,
sottorappresentata e spesso ignorata poiché, come la maggior
parte dei luoghi, il carcere è storicamente pensato e progettato
per gli uomini. Per comprendere le donne in carcere è
strettamente necessario accedere fisicamente ai loro spazi, così
come per progettare questi ultimi bisogna comprenderne il mondo
invisibile di ritmi e modi di vita. Le due autrici sono entrate in
carcere con il rispetto che l’ingresso in casa d’altri
richiede e con questo volume ci guidano al suo interno.
La pubblicazione è frutto di una ricerca finanziata
dall’università Sapienza nel 2018 e la sua struttura ne
riflette la chiara impostazione metodologica, improntata alla verifica
delle possibilità di intervento sugli spazi esistenti. Non si
propone ulteriore modellistica tipologica: il tema architettonico del
carcere è affrontato con originalità come progetto di
analisi e recupero del patrimonio in uso, con la concretezza derivante
dall’azione sul campo all’interno della casa circondariale
femminile del carcere di Rebibbia, e dalla costante collaborazione con
il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Nella prima parte del volume i contributi delle autrici e di Letizia
Gorgo, dottoressa di ricerca e membro del gruppo di lavoro, affrontano
il rapporto tra istituzione, spazi carcerari e vita delle detenute su
tre fronti: mediante una ricognizione storico critica di modelli
spaziali, attraverso l’elaborazione analitica di dati ufficiali e
con lo studio degli esiti delle interviste.
Tali premesse permettono di strutturare gli indirizzi operativi delle
sperimentazioni progettuali svolte a Rebibbia, illustrate nella seconda
parte del libro. La riflessione attraverso il fare concreto occupa, non
a caso, metà della pubblicazione: dalla sistemazione,
realizzata, dell’ala detentiva Orchidea per le detenute
lavoranti, alle proposte dei laboratori di tesi di laurea, che spaziano
dalla riqualificazione architettonica al design del prodotto, fino alla
costruzione del Modulo per l’affettività e la
maternità M.A.MA., un piccolo fabbricato per i colloqui tra
madri e famiglie realizzato all’interno di un’area verde
del carcere nell’ambito dell’ programma G124 promosso da
Renzo Piano3.
Il libro testimonia che la ricerca accademica può avere ricadute
pratiche importanti: è possibile entrando in punta di piedi in
un cosmo racchiuso e complesso, intervenendo sul costruito con
umiltà e una soppesata leggerezza, di calviniana memoria. Un
approccio che emerge sin dalla bella copertina rosa pastello, una
scelta grafica non casuale, che rimanda a temi emersi nelle interviste
alle detenute, richiamando la possibilità di dare corpo fisico a
necessità immateriali, come quella di riconoscere uno spazio
come proprio. La ricerca sembra così lavorare sulla relazione
tra due corpi, quello del carcere esistente e quello delle detenute,
improntandola alla cura reciproca.
Il coinvolgimento diretto delle utenti, tanto nel processo di indagine,
quanto in quello di intervento è parte sostanziale dello
spostamento del punto di vista sulla cella da spazio punitivo a spazio
di vita. Se la depersonalizzazione è una delle violenze
più forti sentite dalle detenute e la privazione della
libertà è la sola, vera, pena da scontare, a tal
riguardo, nelle carceri italiane, è ancora molto il lavoro da
fare. Tuttavia, il volume dichiara un’ottimistica fiducia che i
cambiamenti possano avvenire anche attraverso la cura delle piccole
cose. Non si tratta di trovare metri quadrati in più, ma di
rendere ‘tridimensionali’ le superfici esistenti,
rispondendo a esigenze che potrebbero sembrare banali ma molto spesso
restano insoddisfatte. La traduzione materiale di tali necessità
richiede una specifica e allenata sensibilità
dell’interprete-architetto, che risponde con luce, aria, suoni,
colori, ambiti, visuali. Un dispiegarsi dello spazio che permette alle
detenute-abitanti di «addomesticare i luoghi e di riconoscere a
questi un valore»4, trovandovi così una dimora
Irene Romano
Note
1 F. Giofrè e P. Posocco, Donne in carcere. Ricerche e progetti per Rebibbia, LetteraVentidue, Siracusa 2020, p. 13.
2 Le donne costituiscono il 4% del totale di detenuti italiani. Dato che,
peraltro, non tiene conto dell’identità di genere: la divisione delle
detenute e dei detenuti in istituti maschili o femminili dipende
infatti dal sesso riportato sui documenti. Ad esempio, donne
transessuali con organi riproduttivi maschili sono recluse all’interno
di istituti di detenzione maschili.
3 Hanno lavorato al progetto Pisana Posocco e i tre architetti Tommaso
Marenaci, Attilio Mazzetto e Martina Passeri, selezionati con bando
pubblico nell’edizione del 2019 del progetto G124. Gli esiti di questa
esperienza sono raccolti nel volume “Diario delle periferie 2019. G124,
Renzo Piano al Senato” (2020) a cura di S. Pellizzari, edito da
LetteraVentidue.
4 P. Posocco, Abitare in carcere. La cella e lo spazio tra le celle, in F. Giofrè e P. Posocco, cit. p. 94.
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