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Quodlibet, editore di testi sceltissimi e spesso
dispersi, prosegue la sua opera di ricognizione dell’opera e
del pensiero di Luigi Ghirri con la pubblicazione di Niente di antico sotto il sole.
Scritti e interviste 1973-1991. Strumento
indispensabile per accedere a uno dei capitoli più
importanti della riflessione sulle immagini del secondo Novecento ad
opera di Luigi Ghirri, fotografo, ma fotografo che ha ricollocato
quella figura particolare di operatore delle immagini in una funzione
estremamente complessa, tra la stagione della ricerca concettuale e gli
esiti del postmoderno. Il libro riprende integralmente i
testi scritti da Ghirri che l’amico e compagno di viaggio
Giovanni Chiaramonte, con lo studioso della fotografia Paolo
Costantini, raccolse a partire dall’indomani della sua
scomparsa nel 1992, e pubblicarono per le edizioni SEI di Torino nel
1997. Il titolo della raccolta era tratto da quello che
Ghirri utilizzò nel 1988 per un denso articolo sul paesaggio
pubblicato su “Gran Bazaar”. Fondamentale, in
quegli anni, la collaborazione con Giulio Bizzarri, allora Art Director
di quel periodico: con lui erano state progettate e realizzate
l’impresa di Esplorazioni
sulla Via Emilia (1986), e, poco prima, Fatto a Parma
(1984).
Il primo testo, 1973, è Paesaggi
di cartone: breve dichiarazione di poetica che in una
cartella da 2000 battute chiarisce intenzioni e prospettive di una
ricerca consapevolissima. Paesaggi
di cartone era una serie di fotografie, a colori, sul
paesaggio contemporaneo fatto di finzioni ed artifici: “
(…) mi interessa soprattutto il paesaggio urbano, la
periferia, perché è la realtà che devo
vivere quotidianamente, che conosco meglio e che quindi meglio posso
riproporre come -nuovo paesaggio- per un’analisi critica e
sistematica”. Da quella serie trasse poi un portfolio,
rilegatura fatta in casa, in faesite, copertina con le scritte
tracciate con i caratteri trasferibili Letraset, quelli che usavano i
geometri -questo era il suo mestiere- per le iscrizioni sui disegni a
china sulla carta lucida. Sulla copertina, una composizione di finte
diapositive, in realtà i telaietti in cartone delle
Ektachrome con dentro minuscole stampe di immagini, sia foto scattate
da lui stesso che riproduzioni da riviste illustrate, cartoline
eccetera. Composizione forse ispirata dalla copertina di Andy Warhol
per Academy in peril
di John Cale: la musica è sempre stata in qualche modo
dentro la sua opera. Quel portfolio Ghirri lo donò poi,
nella seconda metà dei Settanta, al CSAC
dell’Università di Parma, fondato e allora diretto
da Arturo Carlo Quintavalle. Ghirri portava assiduamente a Parma
aggiornamenti del suo lavoro: altri portfolio-opera di costruzione
povera, faesite, carta gommata, etichette da cartoleria scolastica, e
bellissimi: Km 0,250,
Colazione
sull’erba, la serie Atlante, altre
raffinate sequenze di quella fotografia inedita, di spazi qualunque a
pochi chilometri da casa fino a che, nel 1979, alla Sala delle Scuderie
della Pilotta il CSAC realizzò la sua grande antologica, Vera Fotografia,
mostra e catalogo curati da Massimo Mussini. E’ in
quel periodo, oltre a quanto Ghirri scrive nel 1978 per il
volume Kodachrome,
agli esordi che quasi coincisero con la fine delle edizioni Punto e
Virgola da Ghirri stesso fondate con Chiaramonte, Paola Borgonzoni e
pochi altri, e soprattutto con i testi che stende per il catalogo della
mostra di Parma, che inizia la sua pratica sistematica di scrittura.
I testi che troviamo ora in Niente
di antico… da pag. 33 a pag.63 sono schede e
minimi saggi sulle serie che aveva allineato per
quell’occasione, e nel catalogo erano pubblicate a fianco
delle schede di inquadramento storico artistico scritte da Mussini,
l’introduzione era di Quintavalle. Quelle serie
sistematizzavano provvisoriamente una ricerca, un flusso di fotografie
che nel primo decennio della sua opera magari si intrecciavano con il
lavoro di artisti come Franco Guerzoni (da non perdere la narrazione
che questi ne fa in Nessun
luogo da nessuna parte. Viaggi randagi con Luigi Ghirri, a
cura di Giulio Bizzarri, Skira 2014) costruendo un percorso compatto e
di infinite possibilità combinatorie come, per citare
un’altra sua opera, e anche una delle sue predilette forme
della combinatoria, in una Slot-machine.
Poi si apre una differente stagione: il primo testo è Introduzione, 1981,
pubblicato in una sezione del catalogo della mostra alla Galleria
d’Arte Moderna di Bologna Paesaggio immagine e
realtà, a cui era stato invitato da Vittorio
Savi. L’architetto e teorico dell’architettura
aveva visto la mostra parmigiana, lo invitò a realizzare la
parte iconografica della ricerca sui paesaggi rivieraschi del Po.
Ghirri per quell’occasione riprende immagini del suo
archivio, usa riproduzioni di foto di altri, anche anonime (cartoline,
poi la prima foto ad illustrare il suo intervento è la
riproduzione di una celebre foto di Paul Strand a Luzzara) e foto
eseguite espressamente per l’occasione: sono da considerare,
queste fatte per Savi, le sue prime fotografe del paesaggio su
commissione, a cui seguirono quelle per Aldo Rossi su istigazione
sempre di Savi, e tante altre.
Ci si chiede continuamente se tra il Ghirri degli anni Settanta e
quello del decennio successivo ci sia più
continuità o discontinuità. Il testo Dopo dieci anni di fotografia
(a pag. 67, in origine in “Progresso fotografico”,
1982) sembra rispondere, come spesso faceva Luigi di fronte a domande
in fondo oziose e soprattutto di interesse puramente accademico, in
modo elusivo quanto chiaro. E’ un collage di
citazioni da Hoffmanstahl, Canetti, Novalis, Fieding, Kraus,
Lichtenberg, Hobbes -come erano diramate ma in fondo compatte attorno
ad una poetica ben definita le sue letture !- che ci dice che
l’opera è fatta di tante voci, che
l’autore e la sua soggettività autarchica sono un
mito risibile, proprio nel momento in cui gli viene chiesto conto della
sua supposta importanza. Trovo commovente quanto questa
postura somigli a quella del discorso di accettazione del premio Nobel
da parte di quel Bob Dylan così amato e continuamente citato
dal grande fotografo, quanto il testo di una delle sue più
recenti canzoni, I
contain multitude, potrebbe essere stato scritto assieme a
Ghirri. Peccato che Luigi se lo sia perso, ma
chissà…
Gli anni Ottanta per Ghirri saranno anni in cui scrive assiduamente,
anche per precisare sue intenzioni, in particolare per rintuzzare
l’idea che molti si facevano di quel fotografo non famoso ma
influentissimo che aveva ripreso le villette geometrili -dal bel
neologismo coniato dall’amico Gianni Celati- con i nanetti di
gesso come di un fustigatore e derisore del Kitsch dilagante. Scrive di
Aldo Rossi, e poi di musica, di spazi, di altri fotografi, dei suoi
modelli: Atget, Lartigue, Evans, Adams, Gossage, fino a William
Eggleston su istigazione di Christine Frisinghelli che lo invita a Graz
a Forum Stadtpark, lo pubblica su Camera Austria. Eggleston, i Nuovi
Topografi statunitensi sembravano costituire un parallelo evidente
delle ricerche che Ghirri e, presto, i suoi compagni di strada
Barbieri, Castella, Chiaramonte, Cresci, Basilico, Leone, Jodice,
Guidi, Ventura, avevano intrapreso sul paesaggio italiano; e anche
questo era un tema su cui Ghirri definiva percorsi mai appiattiti sulla
ripetizione acritica di modelli. Lo troviamo nei suoi
scritti, lo ripeteva nelle lezioni che tenne
all’Università di Parma e poi
all’Università del Progetto di Reggio Emilia dove
l’ideatore di quella strana istituzione, ancora Giulio
Bizzarri, ne dispose la registrazione, e dalla trascrizione uscirono le
Lezioni di fotografia pubblicate sempre da Quodlibet nel 2010. Quelle
conversazioni con gli studenti proponevano con disarmante chiarezza un
modo estremamente semplice di confronto con l’esterno per
rivelarne aspetti inediti perché troppo usurati, il come
fotografare ricondotto al perché fotografare: stabilire una
relazione con il mondo. I testi pubblicati ora, tornati alla luce
-l’edizione SEI di Niente
di antico… esaurita e praticamente scomparsa,
per anni per leggerli è stato necessario tradurre la scelta
pubblicata in inglese dalle edizioni Mack- restituiscono il mosaico di
una riflessione purtroppo breve, poco più di dieci anni, che
ha cambiato tanti campi del vedere. La nozione stessa di paesaggio e
non solo in fotografia, la fotografia di architettura che non
è più immagine di oggetti ma di relazioni, il
senso di luogo e di città, senza gerarchie tra storico e
contemporaneo, tra naturale e artificiale: appunto, tutto visto come
per la prima volta, niente è antico sotto il sole.
Paolo Barbaro
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