Le borgate ETFAS: architetture rurali in Sardegna nei disegni d’archivio

Lino Cabras



Gli studi fino ad oggi pubblicati sul tema dei borghi e dei centri di servizio dell’ETFAS sono limitati a un numero esiguo di contributi riguardanti principalmente gli aspetti urbanistici e di pianificazione territoriale[1]; manca invece un apporto critico relativo ai progetti architettonici, in particolare agli spazi per l’educazione e per la vita sociale, che costituiscono un’importante testimonianza di singole sperimentazioni nell’ambito di un’iniziativa programmatica attuata in Sardegna nel secondo dopoguerra.

L’analisi del patrimonio archivistico dell’ente[2] ha permesso di rilevare attraverso i disegni di progetto delle inattese qualità spaziali e tipologiche che il presente contributo intende approfondire.

L’ETFAS[3] nasce con la finalità di attuare opere di bonifica e realizzare infrastrutture, case coloniche, borgate e centri di servizio per l’insediamento degli agricoltori assegnatari, ma principalmente mira a riformare l’attività agricola nella regione mediante una vera e propria opera di «trasformazione umana» (ETFAS 1958, p. 6).

I progetti per i centri pubblici sono caratterizzati da una dotazione comune di infrastrutture e di servizi diversamente declinati in base alla «peculiare situazione geografica ed ambientale della Sardegna, ricca di diversità zonali assai marcate, con dissimiglianze profonde tra zone anche contigue, createsi per motivi geologici storici ed economici» (ETFAS 1962, p. 2).

In un frammentato mosaico di circa 92 ettari di territorio (fig.1) si realizzano cinque aziende autonome e ventuno centri di colonizzazione[4], per i quali era stato predisposto un piano generale dei servizi che contemplava la realizzazione di sette borghi residenziali, trentatré centri di servizio[5], cinquanta scuole rurali isolate e quindici cappelle. I borghi residenziali costituivano tuttavia un’eccezione rispetto agli insediamenti rurali previsti dall’ente, che di norma erano del tipo “a case sparse”; si rese quindi necessario dotare il territorio di centri di servizio per gli abitanti dell’agro, da dislocare in posizione baricentrica rispetto alle aziende. L’approccio al contesto, inteso come un insieme di fattori complessi legati alla natura del territorio e alle interazioni di tipo sociale ed economico, è il fondamento sul quale i progetti per i nuovi insediamenti vengono sviluppati, a partire dai primi studi condotti dall’organizzazione delle Nazioni Unite dell’UNRRA CASAS per l’area della Nurra, nell’attuazione del piano di ripopolamento della Sardegna in cui opera il gruppo interdisciplinare a cui appartengono l’architetto Fernando Clemente[6] e Oreste Noto, ingegnere dell’UNRRA.

Nonostante i presupposti progettuali fossero informati da alti standard, in particolar modo riscontrabili nelle architetture scolastiche ispirate alle contemporanee esperienze internazionali (Roth 1950), il sistema delle borgate andò incontro a un progressivo abbandono generalizzato da parte degli assegnatari, come nota Di Felice (2005): «già durante gli anni Cinquanta, prima che si facesse sentire il richiamo delle grandi fabbriche del Nord, numerose famiglie coloniche preferirono abbandonare le terre della riforma, mentre altre furono disdettate dallo stesso ente».

Nel dibattito architettonico dell’epoca, le criticità dei nuovi nuclei rurali sardi emergono chiare nelle parole di Giuseppina Marcialis[7] (1957):

I centri abitati sorgono a distanze notevoli, separati da immense distese di terreni deserti e incolti che non offrono per ora possibilità dirette di collegamento; inoltre i contadini sardi vivono per tradizione in centri alla cui vita di comunità partecipano attivamente […]. I centri sociali sono situati nel baricentro geometrico di un insediamento, ma spesso a eccessiva distanza dalle case […].

Per contro, le ricerche d’archivio hanno portato alla luce dei casi studio che mostrano tutto il loro potenziale espressivo nell’eccedenza di significato degli elaborati redatti come documenti tecnici nelle forme istituzionali della rappresentazione architettonica (piante, prospetti e sezioni).

Il progetto – non realizzato[8] – per il borgo di Porto Conte a firma di Luigi Figini e Gino Pollini è redatto per conto dell’ETFAS nei primi anni della sua attività. Gli elaborati grafici esecutivi degli edifici pubblici denotano l’estrema cura per i dettagli, sia grafici che testuali. La natura del luogo e le ragioni del progetto sono così descritte nella relazione illustrativa[9] del progetto:

Tra il mare e i dossi collinosi di bonifica si è cercato di inserire le linee e i volumi del piano entro le linee ondulate del paesaggio nel modo più naturale, così che ne venisse quasi a far parte, in tutta unità e senza sopraffarlo; a completarlo quasi, se possibile […].

Il masterplan[10]del borgo, datato dicembre 1952 (fig.2), rappresenta in scala 1:500 il centro abitato con gli edifici collettivi localizzati nel fulcro del villaggio, le cui gerarchie sono dettate dall’orografia del sito. Alla quota più bassa, è collocata la piazza su cui si attesta un edificio porticato per le attività commerciali e il fabbricato per l’assistenza agricola, sociale e culturale; un asse viario centrale si sviluppa a salire per incontrare la chiesa, posizionata sul punto più alto. Sul livello intermedio si trovano l’asilo, il nido d’infanzia e la scuola elementare. I progetti per gli edifici educativi sono accomunati da impianti planimetrici che integrano spazi interni e paesaggio, declinando il tema dell’aula all’aperto secondo modalità differenti: nell’asilo un unico spazio in testata, delimitato da una copertura e setti murari, eredita la medesima soluzione adottata nell’asilo Olivetti di Ivrea[11], mentre nella scuola elementare le cellule minime per l’apprendimento sono concepite come l’aggregazione di singoli corpi sfalsati costituiti da uno spazio interno e un patio, prospicienti un portico longitudinale a segnare il limite dell’edificio sul fronte nord-ovest (fig. 3).

Elemento comune alle architetture pubbliche è l’impiego delle murature in pietra ad opera incerta alternate a pareti finite ad intonaco rustico (fig. 4), così come le coperture a falda che articolano i volumi architettonici. Dai disegni di dettaglio si evince come le variazioni dovute alle inclinazioni differenti delle falde divengano occasione per gestire l’ingresso della luce naturale e il ricircolo dell’aria dall’alto, attraverso diversi sistemi di apertura degli infissi ed elementi frangisole (fig. 5). Ancora dagli elaborati esecutivi sono fornite alcune preziose indicazioni sulla realizzazione di «vani irregolari lasciati nel muro per le piantine pendule» e «finestre sul paesaggio»[12] (fig. 6) per ibridare architettura e natura[13].

Le stesse indagini archivistiche hanno fatto emergere gli elaborati di un altro progetto[14] – realizzato – per il centro di servizio di Monte Cadelanu[15] nel centro di colonizzazione del Cixerri (fig. 7), a firma di Marco Zanuso e Pietro Crescini[16]. Nel fondo ETFAS si trova il fascicolo del progetto esecutivo contenente le copie eliografiche degli elaborati relazionali e grafici, realizzati tra il gennaio e il dicembre del 1959, mentre nel fondo Zanuso[17], depositato presso l’Archivio del Moderno dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, sono contenuti nove elaborati grafici riversati su microfilm[18] con passe-partout in cartoncino, datati tra il settembre del 1958 e il maggio 1959. Il progetto, completato dopo il 1962, appartiene all’ultima fase di attività dei cantieri dell’ETFAS e viene realizzato su un’area pianeggiante delimitata da filari di alberi frangivento in direzione del Maestrale. Il centro di servizio comprende una piccola scuola a sezione unica con biblioteca e alloggio per l’insegnante, lo spaccio alimentare e la chiesa. La scuola[19] (fig. 8) si contraddistingue per la sua dimensione domestica e anche in questo caso, come si è riscontrato nella quasi totalità delle scuole ETFAS, privilegia la continuità con il contesto circostante:

[…] Nelle due testate sono state ricavate a sud-est l’aula di insegnamento prospiciente su di un ampio piazzale sopraelevato per l’insegnamento all’aperto, a nord ovest la biblioteca e la sala riunioni con ingresso separato […] attorno alla costruzione un ampio spazio di forma trapezoidale a disposizione di giochi ed esercitazioni pratiche di giardinaggio[20].

Appare anomalo rispetto al resto dei fabbricati in progetto l’edificio della chiesa, per la quale era stata precedentemente elaborata una variante impostata su più corpi a pianta circolare[21] (fig. 9) a evocare probabilmente un archetipo del villaggio nuragico[22]. Quattro volumi troncoconici secanti tra loro ad altezza variabile sono composti a coppie: lo spazio per i fedeli è connesso in asse all’area dell’altare, mentre il secondo raggruppamento, ruotato rispetto primo sul lato sud est, ospita rispettivamente la sacrestia e l’alloggio del prete, dotato di accesso indipendente dall’esterno. Un ampio portale, decentrato rispetto alla facciata del corpo principale, segna l’ingresso alla chiesa, a cercare una relazione con il lato del sagrato prospiciente gli altri edifici per la comunità. L’elaborato grafico più rappresentativo di questa versione della chiesa è la vista in elevato realizzata a grafite (fig. 10), in cui la forza evocativa del disegno lascia immaginare scorci di vita impersonati dalle due figure – presumibilmente femminili – che si dirigono verso l’ingresso segnato da un arco acuto innestato con un rosone circolare. Nell’ambientazione metafisica del disegno è tuttavia possibile contestualizzare l’opera nel territorio sardo, seppure in una dimensione astratta, attraverso quelle che paiono essere due piante di fico d’india.

I progetti per Porto Conte e Monte Cadelanu testimoniano le diverse espressioni del Moderno del secondo dopoguerra che ha inglobato nel suo linguaggio elementi tipologici rurali, alla ricerca di un dialogo con il contesto regionale: significative le suggestioni narrative comunicate dagli autori attraverso i segni grafici che si aprono a una lettura parallela rispetto alla necessità di rispondere alla pratica costruttiva per la quale essi erano stati prodotti; un vasto immaginario di visioni per le comunità che di lì a poco avrebbero abitato quei luoghi.

Note

[1]Per un approfondimento sulle vicende urbanistiche dell’ETFAS si veda Casu 2001a, e Casu 2001b. Per un quadro storico più ampio della riforma agraria in Sardegna si veda Di Felice 2005.

[2] Il fondo ETFAS, depositato presso l’Agenzia LAORE di Cagliari, è attualmente disponibile per la consultazione. Il fondo non presenta un ordine cronologico; unico strumento di corredo prodotto in fase di censimento è un elenco di consistenza dell’archivio generale in cui sono indicati estremi cronologici e titolo relativi all’unità di conservazione originaria. Non è stata effettuata una digitalizzazione del materiale documentario, a eccezione di alcune tavole di architetture religiose pubblicate nell’ambito del censimento Architetture del secondo 900 del Ministero della Cultura sulla piattaforma <http://architetturecontemporanee.beniculturali.it/architetture/> [Ultimo accesso 21 agosto 2022].
L’archivio non è inserito nella banca dati del SIUSA.

[3] Istituito con il DPR n. 265 del 27.04.1951, nel quadro della riforma fondiaria nazionale approvata dal parlamento italiano con la L. 21.10.1950 n. 841, nota come Legge Stralcio o Legge Segni.

[4] Nella mappa redatta dall’ente si evince la distribuzione disomogenea dei terreni acquisiti – campiti in nero – in cui ricadono i centri di colonizzazione, contraddistinti da numeri progressivi richiamati in legenda e da perimetri geometrici che ne indicano l’area di influenza. Le aziende autonome sono invece contrassegnate da lettere dell’alfabeto.

[5] Per le borgate e i centri di servizio effettivamente realizzati si veda ETFAS 1962, p. 41.

[6] Clemente (1917-1998), allievo di G. Michelucci, riprende nei progetti realizzati per l’ETFAS i principi delle “unità di vicinato” di Lewis Mumford e le istanze del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti. Assieme a Oreste Noto Clemente realizza la borgata di Tottubella (1953-56) nel centro di colonizzazione di Sassari. Cfr. Casu 2001a, p. 65.

[7] Giuseppina Marcialis (1933-2018) si laurea in architettura lo stesso anno al Politecnico di Milano. All’attività di architetto e urbanista affianca quella dell’insegnamento, dapprima a Roma come assistente di Piccinato e Benevolo, poi a Firenze come docente esterna e dal 1976 presso lo IUAV di Venezia, dove entra a far parte nel 1975 ricoprendo la carica di vicerettore.

[8] Il progetto, redatto per conto dell’UNRRA CASAS, avrebbe dovuto soddisfare le necessità di insediamento dei profughi giuliani nell’isola, lasciando all’ETFAS la realizzazione degli edifici pubblici, come si apprende dalla Deliberazione n°208 21.09.1952, (Archivio LAORE, fondo ETFAS, rip. E, fald. n°27). Sul progetto di Porto Conte di Figini e Pollini cfr. Blasi 1963. Circa le motivazioni della mancata realizzazione del borgo si veda Casu 2001a.

[9] L’estratto della relazione illustrativa è tratto da Gregotti e Marzari 1996, pp. 364-365.

[10] (Archivio LAORE, fondo ETFAS, rip. E, fald. n°27, dis. 394). La versione del masterplan è quella presentata al IX CIAM del 1953 nella sessione dedicata all’area del Mediterraneo.

[11] Realizzato tra il 1939 e il 1942. Cfr. Savi 1980.

[12] (Archivio LAORE, fondo ETFAS, rip. E, fald. n°27, dis. 51).

[13] Cfr. Figini 1950.

[14] Inserito nel regesto delle opere di Zanuso in De Giorgi 1999.

[15] Dimensionato per una comunità di centocinquanta abitanti, suddivisi in diciassette famiglie assegnatarie.

[16] L’architetto Pietro Crescini (1921-2007), collaboratore stabile di Marco Zanuso dal 1956 e suo socio dal 1977 al 1999, nel 1957 redige per conto dell’ETFAS il progetto per il centro di servizio di Baratz nel centro di colonizzazione di Sassari, attuale frazione di Villassunta. Per una nota biografica di Crescini si veda Triunveri 2020.

[17]<https://www.archiviodelmoderno.org/fondi-archivistici/schede-dei-fondi/fondo-marco-zanuso-1960-1998> [Ultimo accesso 21 agosto 2022].

[18] Secondo la classificazione attribuita dallo studio Zanuso che aveva operato negli anni un trasferimento su quel tipo di supporto dei progetti meno recenti, sostituendo gli elaborati cartacei originali.

[19] Nella versione del progetto esecutivo (Archivio LAORE, fondo ETFAS, rip. A, fald. n°48, tav. 7).

[20] Estratto dalla relazione generale del progetto esecutivo (Archivio LAORE, fondo ETFAS, rip. A, fald. n°48).

[21] La versione della chiesa con i volumi a pianta circolare è rappresentata nel masterplan di progetto (Archivio del Moderno, fondo Zanuso, coll. MZ Arch Micr 25). Nei disegni esecutivi, compare invece la versione della chiesa realizzata su pianta a L e copertura a falde (Archivio LAORE, fondo ETFAS, rip. A, fald. n°48, tav. 11).

[22] Il progetto mostra diversi punti in comune con quello che Zanuso e Crescini elaborano nel gennaio dello stesso anno nell’ambito del concorso a inviti – vinto da Mario Salvadè – bandito per la chiesa e il complesso parrocchiale a Campione d’Italia (Archivio del Moderno, fondo Zanuso, coll. MZ Arch Micr 22).

Bibliografia

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CASU A. (2001a) – “Le campagne e la riforma agraria: piani per nuove comunità”. In: A. Casu, A. Lino e A. Sanna (a cura di), La città ricostruita: le vicende urbanistiche in Sardegna del secondo dopoguerra
CUEC, Cagliari.

CASU A. (2001b) – “Le campagne tra continuità ed elementi di rottura”. Parametro, 235, 45-50.

DE GIORGI M. (a cura di) (1999) – Marco Zanuso Architetto. Skira, Milano.

DI FELICE M. L. (2005) – Terra e Lavoro: uomini e istituzioni nell’esperienza della riforma agraria in Sardegna (1950-1962). Carocci, Roma.

ETFAS (1958) – Servizio sociale. Electa, Milano.

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FIGINI L. (1950) – L’elemento verde e l’abitazione. Editoriale Domus, Milano.

GREGOTTI V. e MARZARI G. (a cura di) (1996) – Luigi Figini e Gino Pollini. Opera completa. Electa, Milano.

MARCIALIS G. (1957) – “Considerazioni sulle nuove borgate rurali in Sardegna”. Casabella Continuità, 216, 87-90.

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SAVI V. (1980) – Figini e Pollini. Architetture 1927-1989. Electa, Milano.

TRIUNVERI E. (2020) – “Il mestiere di architetto secondo Marco Zanuso: viaggio attraverso le carte del suo archivio”. In: L. Crespi, L. Tedeschi e A. Viati Navone (a cura di), Marco Zanuso. Architettura e Design. Officina libraria, Milano.