Introduzione: il contesto in cifre
Nell’estate del 1933, Pietro Maria Bardi, co-direttore di Quadrante[1], partecipò al IV CIAM con la delegazione italiana e dedicò un lungo reportage al viaggio in Grecia. Bardi fu colpito dall’estensione caotica di Atene e dall’incontro con un ingegnere della diga di Maratona[2] che, dieci anni prima, aveva accolto sedici profughi, tra cui una partoriente.
Ci descrivono i momenti di angoscia e di confusione di quelle giornate. Atene diventò compressa come una balla di cotone. Un milione duecentomila ospiti nuovi, sprovveduti, senza un attrezzo di mestiere […] Il caso demografico della Grecia è unico: 2.800.000 abitanti nel 1907, 5.600.000 nel 1921; poi l’arrivo dei profughi all’indomani di una guerra estenuante. Gli stessi sforzi della Società delle Nazioni, dell’“Office autonome” e del “Near East Relief” americano furono insufficienti alla disciplina e alla sistemazione di una valanga umana così fantastica. […] ci pare di aver capito che la super-popolazione si è messa a posto da sé, costruendo su territori larghissimi casupole e baracche all’insegna della più estrosa anarchia edilizia. Ogni famiglia si è messa sotto un tetto provvisorio, con una rapidità formicolante. (Bardi 1933, p. 16)
All’epoca dei fatti, un corrispondente de L’Illustration (Ercole 1922, p. 437) sorvolò i porti Redestos e Dedeagatch[3] gremiti di gente e vide le colonne di fumo innalzarsi dagli accampamenti improvvisati. Anche il noto fotografo Melville Chater (1925) documentò quell’esodo: 1.221.849 persone, quasi un quarto della popolazione totale della Grecia (Kritikos 2005, p. 332). [Fig. 01, 02, 03] Atene e l’intero paese erano sotto pressione, ma la maggior parte dei profughi si fermò al nord, dove il loro insediamento avrebbe accelerato l'ellenizzazione dei confini[4].
Nel 1922 il governo istituì il Refugee Relief Fund, varò un programma per la costruzione di nuovi alloggi e, nel 1923, fece appello alla Società delle Nazioni[5] che istituì un organismo sovranazionale ad hoc. La Commissione per l’Insediamento dei Profughi (Refugee Settlement Commission, di seguito RSC) operò autonomamente dal 1923 al 1930[6] per gestire il primo prestito di 10 milioni di sterline accordato nel 1924 e la seconda tranche di 9 milioni erogata nel 1927.
Dal 1922 al 1924, prima che diventasse operativa la RSC, il governo finanziò la costruzione di 13.487 abitazioni, distribuendo ai profughi i materiali da costruzione e una piccola somma - 5.000/6.000 dracme - in cambio della loro manodopera. In alcuni casi la scarsa qualità dei materiali determinò la rapida obsolescenza degli edifici (RSC, Twenty-Seventh Quarterly Report, 25.8.1930, p. 11).
Mentre il Ministero dell'Assistenza Sociale (Ministry of Social Welfare) si occupava dei profughi urbani, la RSC aveva in carico i profughi rurali, per i quali, già nel 1928, furono realizzati 2.085 nuovi insediamenti[7]. In Macedonia, molte famiglie occuparono le case abbandonate dei turchi e dei bulgari[8], poi furono costruite 1.088 colonie agricole: 646 nuovi nuclei e 442 quartieri vicino a villaggi preesistenti[9].
La RSC censiva le famiglie per luogo di provenienza: destinando allo stesso villaggio quelle originarie dalla stessa zona si sarebbero preservati i legami di solidarietà e la coesione sociale. I gruppi così formati eleggevano i propri rappresentanti che, assistiti dai tecnici della colonizzazione, avrebbero deciso dove mettere nuove radici, magari contendendosi i siti migliori. I toponimi turchi o bulgari venivano sostituiti da quelli greci[10] e i nuovi villaggi prendevano nome dal luogo di origine dei profughi, preceduto dal suffisso “neo” / “nea” (nuovo / nuova). [Fig. 4] Uno dei compiti della RSC era la distribuzione dei terreni messi a disposizione dal governo, la cui estensione e qualità determinavano il numero di abitanti di ogni nucleo[11]. La Commissione aveva sede ad Atene, ma la Direzione Generale della Colonizzazione della Macedonia (di seguito GDCM) operava a Salonicco sotto la guida di Ioannis Karamanos, un agronomo che aveva studiato alla Scuola Superiore di Agricoltura di Portici. L’esito della colonizzazione non dipendeva solo dal lavoro dei topografi e degli ingegneri idraulici, ma anche dal fatto che medici, ingegneri e progettisti affiancassero direttamente i coloni (RSC, Twenty-seventh Quarterly Report, 25.8.1930, pp. 16,17; Ancel 1930, pp. 152, 194-195)[12]. La Macedonia e la Tracia erano state organizzate in diciassette distretti con i rispettivi Uffici di Colonizzazione dove gli agronomi gestivano una stazione sperimentale e i medici il dispensario antimalarico e antitubercolare (Metallinos 1931). Furono istituite anche quindici fattorie e scuderie modello (Hope Simpson 1929, p. 588; RSC, Twenty-second Quarterly Report, 27.5.1929). Tra 1922 il 1929 si costruirono un totale di 130.934 case rurali in tutta la Grecia[13]: quasi tutte – 116.905 per 128.912 famiglie – in Macedonia e in Tracia (Twenty-Seventh Quarterly Report, 25.8.1930)[14].
Emergenza e innovazione
Nel 1924, la Società delle Nazioni bandì una gara d’appalto internazionale per la realizzazione di 10.000 case rurali prefabbricate, poi aggiudicata alla Danziger Hoch und Tiefbaugesellschaft mbH (Società di costruzione e ingegneria civile di Danzica DHTG). La ditta era stata fondata per l’occasione da Adolf Sommerfeld, un costruttore berlinese specializzato in strutture lignee prefabbricate. Il “metodo Sommerfeld”[15] era stato collaudato con lo chalet di Berlino Dahlem costruito da Walter Gropius e Adolf Meyer utilizzando il tek ricavato disarmando una nave; gli interni invece erano stati prodotti nelle officine del Bauhaus[16]. L’inaugurazione dell’edificio nel 1921 fu celebrata come un evento pubblico, mentre Gropius e Meyer stavano completando anche la sede amministrativa delle imprese Sommerfeld presso l’Orto Botanico di Berlino. Prefigurando l’industrializzazione del settore, i due bauhauser avevano messo a punto il “grande kit di costruzione” e il “sistema a nido d'ape” (Wabenbau)[17] con Fred Forbát, un giovane ungherese con il quale collaboravano dal 1920 (Colonas 2003, Tournikiotis 2019) [Fig. 5].
Nel 1924 Sommerfeld assunse Forbát[18] per coordinare da Salonicco i cantieri in Macedonia. La DHTG era registrata nello Stato Libero di Danzica[19] ma aveva sede a Belgrado (Forbát 2019, 86), dove si trovavano gli impianti produttivi e venivano gestite le consegne e l’assistenza tecnica. Il corredo dei pezzi per le singole abitazioni sarebbe stato prodotto in Polonia in diverse fabbriche specializzate – a Schneidemühl/Piła, Dragemuhl, Stettino e Kolmar – poi spedito a Salonicco via Stettino. [Fig. 6, 7, 8] Erano state messe a punto tre tipologie di abitazioni: la più piccola (35 mq) consisteva in un’unica stanza con un cucinotto e un magazzino; quella intermedia (45 mq) comprendeva due stanze, un portico d’ingresso, un magazzino e un fienile; quella più grande (52 mq) offriva una soluzione distributiva migliore che determinava una simmetria di facciata incentrata sull’arretramento dell’ingresso. [Fig. 9]
In base al contratto con la RSC, la DHTG avrebbe assemblato in situ i telai in legno seguendo precisi piani studiati per la massima rapidità di montaggio (Seelow 2018); anche le fondazioni e i rivestimenti in piastrelle erano a carico della DHTG. Per i tamponamenti, sarebbe stato impiegato il sistema “Rabitz”, posando la malta su un reticolo metallico e poi procedendo all’intonacatura, in modo che i pannelli potessero essere prodotti in cantiere. I servizi di colonizzazione avrebbero dovuto provvedere al riempimento delle pareti, all'intonacatura interna e all’installazione dei soffitti e dei pavimenti in legno. [Fig. 10] A gennaio del 1925 i lavori di intonacatura furono assegnati a imprese locali[20]; si utilizzava ogni materiale disponibile: pannelli di cemento armato, mattoni di cemento o anche semplici tavole (To Fos, 21.5.1925). Le 10.000 case prefabbricate dovevano essere pronte a maggio.
Diario di un architetto condotto
Nel 2019 il Bauhaus-Archiv ha pubblicato le memorie che Forbát scrisse e illustrò nel 1962 alternando il giornale di lavoro alle riflessioni personali suscitate da incontri ed esperienze di viaggio (Forbát 2019). Una parte delle memorie di un architetto di quattro paesi riguarda la Grecia, dove Forbát lavorò dall’inizio di novembre 1924 al maggio 1925, per tornarvi come delegato del CIAM nella primavera del 1933.
I primi di novembre del 1924 i coniugi Forbát arrivarono a Belgrado, dove presero un altro treno per Salonicco (così pieno che Fred pagò il controllore per l’uso esclusivo di uno scompartimento). Alla stazione di Nish gli straccioni e gli sfaccendati non si contavano. Il treno imboccò l’ampia valle della Morava; procedendo, la valle diventava sempre più stretta e rocciosa, e i ponti distrutti mostravano i segni della guerra. Vranje era un grumo di case bianche dai tetti piani, a Skopje una splendida moschea si stagliava contro una grande fortezza rosso sangue. Il treno si infilò tra le ripidissime pareti della valle del Vardar. La notte era stellata e al mattino i Forbát arrivarono a Salonicco: «una città bruciata dove tutto viene ricostruito secondo un piano regolatore francese»[21]. Solo la città alta con i quartieri turchi era rimasta intatta. Il brulicante quartiere del commercio e della finanza, i quartieri ebraici, greci e musulmani della città bassa erano stati distrutti. Salonicco era una selva di bianchi minareti e pilastri di cemento intervallati da lastre orizzontali, con poche case abitabili. Le chiese, gli edifici in rovina, i cortili e le cantine traboccavano di profughi e gli spazi aperti erano stipati di baracche. Nonostante tutto, la vista del golfo con le barche a vela e i piroscafi da carico sullo sfondo dell’Olimpo innevato era di una bellezza struggente (Forbát 2019, pp. 80-82).
A Salonicco Ioannis Karamanos coordinava la Direzione Generale della Colonizzazione della Macedonia affiancato da una squadra di ingegneri, da un responsabile dei trasporti (un russo bianco) e da un “funzionario superiore” dal ruolo non ben definito[22]. Il 5 novembre Forbát attraversò in auto la vasta pianura a ovest di Salonicco e risalì le montagne.
Siamo saliti sempre più in alto fino a raggiungere un villaggio dove stanno costruendo 130 case. […] Le strade erano piene di asinelli con due sacchi che pendevano dalla schiena e un vecchio in trono, in una calma orientale. Uno di loro aveva ceste piene di polli di tutti i colori. […] scene come questa si vedono ovunque anche in città. (Forbát 2019, p. 82)
Adolf Sommerfeld arrivò quel giorno e l’indomani andarono insieme in cantiere, dove Forbát fu invitato a sostituire “i pezzi grossi di Berlino”. Quattro giorni dopo partirono per Narés[23], uno dei villaggi più grandi lungo il fiume Gallikos, ma la macchina si fermò nel guadare un corso d’acqua e furono recuperati da un autobus-ambulanza della Croce Rossa.
Tutti i giorni Forbát incontrava Sommerfeld, che gli affidò la gestione dell’intero progetto. Quando restava a Salonicco, aveva tempo per progettare: nuove tipologie abitative, una piccola scuola, una casa urbana che sarebbe andata bene anche per Berlino (Forbat 2019, 82-83).
Nel novembre del 1924 la DHTG aveva 60-70 cantieri aperti, alcuni su terreni vergini, altri vicino ai villaggi. Le case prefabbricate avrebbero dato vita a 80 villaggi dislocati tra Giannitsa (ovest), Goumenissa (nord), Drama (nord-est) e la penisola Calcidica (sud). La zona era ripartita in sei distretti di cui erano responsabili altrettanti supervisori tedeschi. Anche i singoli cantieri erano diretti dai tecnici tedeschi della DHTG che, oltre ai profughi, impiegava 5-800 carpentieri provenienti da ogni angolo dei Balcani: macedoni dalla Jugoslavia e dalla Bulgaria, albanesi, turchi, ungheresi, una colonna mobile di italiani[24].
In base agli accordi la DHTG avrebbe lasciato ai profughi il compito di riempire i muri con mattoni o blocchi di fango essiccato. Poiché molti di loro non avevano la forza di lavorare, le strutture lignee venivano temporaneamente coperte con una tenda. Fu necessario prendere provvedimenti per proteggere gli scheletri strutturali con rivestimenti provvisori in rafia-cemento o tavole di legno.
La gestione dei trasporti poneva ulteriori problemi: il legname arrivava dalle segherie di Schneidemühl, Kolmar e Stettino numerato in base alla tipologia di abitazione. Dopo essere stato scaricato dal piroscafo, veniva portato nei magazzini della DGCM a ovest del porto per essere impacchettato (Makedonia, 28.4.1924). La consegna in cantiere spettava alla DGCM, ma in molti casi il materiale non arrivava a destinazione. Impugnando una clausola del contratto, la DHTG si accollò le operazioni di trasporto con cinque camion dall’esercito americano[25] e allestì un laboratorio di falegnameria presso il deposito, in modo da far fronte a eventuali imprevisti. I componenti strutturali prefabbricati erano più di 50, diversi per ogni tipologia di casa. Poiché il progetto DHTG era stato concepito anche in vista di altre emergenze (Kress 2008, pp. 96-98; 2011, pp. 129-191) Forbát si impegnò per affinare il livello standardizzazione introducendo elementi intercambiabili, con un evidente vantaggio anche per le operazioni di trasporto. [Fig. 11]
Stephanos Deltas, membro della RSC, si congratulò con la DHTG, nonostante le continue richieste di sostituire i tedeschi con piccole imprese locali. Nella primavera del 1925 le pressioni aumentarono a tal punto da indurre alcuni membri della Commissione a trasferire tutti i contratti alle imprese greche. All’inizio di maggio Sommerfeld e Forbát rientrarono a Berlino, lasciando solo una parte del personale tecnico a Salonicco. Nell’estate del 1925 erano state costruite 9.673 case: 9.228 in Macedonia e 445 in Tracia[26]. Secondo la versione ufficiale, l’attuazione del progetto DHTG era risultata più costosa delle tecniche costruttive tradizionali e meno adattabile alle condizioni in loco (Notaras 1934, pp. 81-81). La RSC decise di affidare altre 42.045 abitazioni rurali a piccole imprese locali sotto la supervisione dei tecnici della colonizzazione (RSC, Eighth Quarterly Report, 5.12.1925). [Fig. 12, 13, 14]
Paesaggi della standardizzazione
La RSC costruì altre abitazioni rurali con metodi tradizionali: 21.015 in Macedonia, 10.982 in Tracia, 10.048 nel resto della Grecia. Anche queste case, adatte a famiglie più numerose, declinavano un numero limitato di tipologie realizzabili con diverse tecniche costruttive, con le fondazioni e le pareti in muratura e il tetto rivestito da tegole (Ancel 1930, pp. 154-157; RSC, Twenty-seventh Quarterly Report, 25.8.1930). La casa minima aveva una superficie di 49 mq, quella a due stanze misurava 56 mq e la più grande arrivava a 70 mq. Tutte le case (spesso abbinate in unità bifamiliari[27]) insistevano su un lotto che comprendeva l’orto. Con i metodi di costruzione tradizionali era più facile andare incontro all’occupazione dei coloni: il coltivatore di cereali chiedeva un soppalco per immagazzinare il raccolto e una stalla per il bue o il cavallo; il pescatore aveva bisogno di un capanno; l'allevatore di bachi da seta necessitava una stanza dedicata, il coltivatore di tabacco voleva un essiccatoio al riparo dalla pioggia e dal sole.
La velocità di costruzione dipendeva dalla disponibilità di manodopera, che la RSC reperiva tra i profughi senza fissa occupazione ai quali veniva fornito legname, tegole e chiodi da trasportare in cantiere, nonché una piccola somma di denaro per pagare i falegnami e i muratori. La RSC provvedeva anche all’invio di un direttore dei lavori; si costruiva prevalentemente in pietra e con blocchi di fango essiccato. Dopo il 1930, con la disponibilità di mattoni e il miglioramento delle condizioni economiche generali, aumentarono la qualità e le dimensioni delle case, sempre conformi a soluzioni standard. L’omologazione dell’ambiente costruito relegava al passato una grande varietà di stili regionali, trasformando radicalmente i paesaggi e la struttura insediativa della Grecia del nord [Fig. 15, 16]. Prima dell’arrivo dei profughi, la piana di Salonicco era trapuntata da pochi villaggi: le capanne di pescatori del lago di Giannitsa e i nuclei sul bordo della valle dell’Axios. La loro configurazione non aveva niente a che fare con l’impianto ortogonale delle nuove colonie rurali che sorgevano in pianura, sulle colline sotto i 200 metri e lungo l’antica Via Egnatia,[28] oppure intorno ai laghi e alle paludi che presto sarebbero state bonificate. [Fig. 17]
Il geografo francese Jacques Ancel, profondo conoscitore dei Balcani, fu diretto testimone di questa metamorfosi. A Giannitsa, ai piedi del monte Paiko, non c’era più traccia del vecchio nucleo ottomano con il bazaar e il grande caravanserraglio; tra le rovine, era rimasto in piedi solo un minareto. [Fig 18, 19] Nel 1923 la città era diventata il centro di un Distretto di Colonizzazione; turchi e bulgari erano stati sostituiti da profughi traci, riconoscibili dai calzettoni marroni stretti alle caviglie, la tipica cintura rossa, il gilet e la giacchetta. Erano robusti piantatori di tabacco, mais e viti. Il loro quartiere di case bianche era situato a nord, mentre un nuovo quartiere di case operaie grigie stava sorgendo a sud-ovest. Su 9.128 abitanti, 5.383 erano profughi, di cui 4.501 agricoltori (Ancel, 1930, 193-194). [Fig 20]
Forbát ad Atene nel 1933
Rientrato a Berlino nel maggio del 1925, Forbát continuò a lavorare per Sommerfeld fino al 1928, partecipò alla realizzazione del quartiere Siemensstadt (1929-1932), realizzò il Mommsenstadion (1930) e progettò il quartiere Spandau-Haselhorst (1930-1932). Nel febbraio del 1932 partì per Mosca per raggiungere Ernst May presso il Dipartimento Statale di Pianificazione Urbana[29]. Nel luglio dello stesso anno firmò con altri 25 architetti stranieri che lavoravano in Unione Sovietica, la lettera che si opponeva ai negoziati con il CIRPAC di Barcellona, avviati a fronte delle tensioni con Mosca a causa dell’esito del concorso per il Palazzo dei Soviet[30] (Tassopoulou 2020, p. 28). A fine febbraio del 1933 Forbát partì per Atene, dove avrebbe sondato le reali possibilità di trasferire il Congresso (Athanassiou, Dima, Karali, Tournikiotis 2019). Le sue memorie ripercorrono le tappe di quegli undici giorni di viaggio.
Raggiunta Odessa il 1 marzo, i Forbát si imbarcarono su un piccolo cargo diretto a Istanbul; la notizia dell’incendio del Reichstag[31] li raggiunse durante la navigazione. Ad attenderli c’era la moglie di un collaboratore di Ernst Egli[32] che li accompagnò a Santa Sofia, alla Moschea Blu, al mercato coperto e al cimitero di Eyüp; contemplarono il tramonto dalla torre di Pera e si imbarcarono per Salonicco in tarda serata.
La nostra amata torre bianca era ancora lì, ma i bianchi minareti appuntiti erano scomparsi dal paesaggio urbano. Abbiamo fatto una passeggiata nella città turca fino al castello, dove abbiamo scoperto una piccola chiesa bizantina. […] Poi abbiamo visitato la rotonda di San Giorgio, un alto edificio romano su cui otto anni prima mi ero spesso arrampicato. Da allora, i magnifici mosaici della cupola del V secolo sono stati completamente restaurati. Anche nella Basilica di San Demetrio era in corso il restauro dei mosaici distrutti dall'incendio, sotto un tetto provvisorio. (Forbát 2019, p. 139)
A Salonicco i Forbát si imbarcarono per Smirne, dove sbarcarono solo il tempo necessario per visitare il bazar e il grande cimitero: dopo l’incendio del 1922, anche Smirne era in cantiere[33]. I Forbát ripartirono per Atene e attraversarono l’Egeo nel pieno di una tempesta che si placò quando ormai si avvistava Capo Sunio. Ad Atene furono accolti da un architetto di Monaco impegnato nella costruzione di un grande ospedale. Fred cercò di riallacciare i vecchi rapporti, a cominciare da Vassilis Karamanos, fratello del Direttore Generale della Colonizzazione della Macedonia. Ioannis Despotopoulos, che aveva frequentato il Bauhaus di Weimar laureandosi al Politecnico di Hannover, lo accompagnò nella salita all’Acropoli, chiedendogli di indicargli un esperto straniero disponibile a fare da consulente per il piano generale di Atene.
Per farsi un’idea più concreta del gruppo greco, Forbát incontrò Stamos Papadakis (1906-1992), che Giedion stesso aveva preallertato, Emmanouil Kriesis (1880-1967) che aveva realizzato un grande complesso universitario, e Dimitris Pikionis (1887-1968) «umanamente particolarmente gradevole, con buoni edifici influenzati dalla meravigliosa architettura cubista delle isole greche». Entusiasmato dalle loro opere e da altre architetture recenti, Forbát scrisse a Giedion della continuità tra l'architettura greca moderna e le forme della tradizione: nelle isole gli esempi di opere cubiste e costruttiviste realizzate con tecniche costruttive locali erano infiniti[34] (Athanassiou, Dima, Karali, Tournikiotis 2019, p. 1128). La pervicacia diede i suoi frutti: raggiunto il numero legale di otto membri, i greci scrissero a Giedion. Nelle sue memorie, Forbát non riuscì a trattenere il commento «Questa volta non avevo un Bauhaus per lui».
Una missione era compiuta e Forbát partì per il Peloponneso. A Olimpia incontrò Wilhelm Dörpfeld che lo coinvolse in alcune operazioni di rilievo della cella del tempio di Zeus. Indeciso se tornare in Unione Sovietica, Forbát aveva già chiesto a Despotopulos di esplorare le possibilità di un lavoro nella penisola Calcidica e, al ritorno da Olimpia, contattò Vassilis Karamanos per la stessa ragione. Seguì il suggerimento di rivolgersi alla legazione tedesca presso il governo greco. Nel mentre, visitò con la moglie Corinto, Delfi e l’Argolide. Raggiunsero Patrasso con un piccolo piroscafo, si recarono a Pyrgos e da lì tornarono a Olimpia dove si trattennero qualche giorno. Le tappe successive furono Nauplio e Epidauro.
L’opportunità di un lavoro in Grecia sfumò; ciononostante Forbát maturò la decisione di non tornare in Unione Sovietica. Le pessime notizie dalla Germania funestarono gli ultimi giorni ad Atene: Sommerfeld era stato costretto a lasciare tutte le sue attività, mentre Taut si trovava a Vladivostok diretto in Giappone. Il primo giugno del 1933 Forbát partì per l’Ungheria, il suo paese d’origine[35].
Riconoscere per confronto la specificità del caso
Tra l’istituzione della RSC nel 1923 e il suo scioglimento nel 1930 trascorsero sette anni, un arco di tempo paragonabile a quello della “bonifica integrale” dell’Agro Pontino[36].
Nonostante le apparenti similitudini, prevalgono le differenze. In primo luogo, nel caso greco, le bonifiche furono attuate dopo la colonizzazione e non prima, come nel caso italiano. In secondo luogo, non si può sottovalutare la grande disparità di fonti. Il caso italiano catalizzò da subito l’attenzione internazionale da diversi punti di vista disciplinari, sollecitando ulteriori studi e approfondimenti[37].
Le fonti sulla colonizzazione interna nella Grecia negli anni Venti sono ben diverse: gli articoli in riviste come Erga (Lavori) e Technika Chronika (Annali Tecnici)[38], i rapporti periodici della Società delle Nazioni e alcune testimonianze dirette (Morghentau 1929; Ancel 1930; Allen 1943). Più recentemente storici e antropologi, ma anche esperti di scienze politiche e di architettura, sono tornati a occuparsi di un periodo così importante per la Grecia moderna (Colonas 2003; Voutìra 2003; Kontogiorgi 2006; Mylonas 2012; Balta 2014; Athanassiou, Dima, Karali, Tournikiotis 2019; Tournikiotis 2019).
La differenza che emerge dal confronto tra il caso greco a quello italiano riguarda proprio il ruolo dell’architettura. La “metafisica costruita” (Besana, Carli, Devoti, Prisco 2002) delle nuove città dell’Agro Pontino culminava nelle piazze che concentravano istituzioni promosse (e omologate) dallo stato centrale – il municipio con la torre arengario[39], le poste, la Casa del Fascio, la Casa del Balilla, l’Opera Nazionale Dopolavoro. Con le loro nitide geometrie, questi nuclei funzionali dalla forte carica simbolica proiettavano i coloni in una “comunità immaginata” (Anderson 1983) sottesa a un ordine sociale garantito dal nuovo corso politico.
Nella Grecia del nord l'arte del costruire si misurò con l’emergenza, lasciando da parte la retorica. In attesa che fossero pronti i nuovi villaggi, l’insediamento temporaneo dei profughi – le baracche tirate su in fretta e furia citate da Bardi – poneva una serie di problemi sanitari. D’altra parte, dopo aver censito gli edifici riutilizzabili nei villaggi abbandonati dai turchi e dai bulgari, bisognava comunque ripararli (Twenty-Forth Quaterly Report, 6.12.1929, p. 4).
La costruzione in tempi brevi di un gran numero di colonie rurali fu possibile grazie alla standardizzazione: villaggi e quartieri erano accomunati dall’impianto stradale ortogonale[40]. Un villaggio comprendeva circa 80 isolati, suddivisi in un numero pari di lotti della stessa superficie, in modo tale che gli orti si alternassero alla teoria di case rurali[41]. [Fig. 21] Inizialmente, il centro del villaggio era uno spazio inedificato, in attesa di costruire la scuola e la chiesa (Government Gazette, 1923). [Fig 22] In alcuni casi, mentre il villaggio stava ancora prendendo forma, gli abitanti si mettevano a costruire una chiesa in legno, cominciavano ad agitarsi per avere una scuola: un semplice edificio ad aula poteva serviva come scuola durante la settimana e come chiesa nelle festività religiose. Le loro richieste erano così insistenti che la RSC riservò un lotto per la scuola in ogni villaggio (Hope Simpson 1929). In molti villaggi la RSC fornì assistenza ai coloni, in altri fu costruita una casa in più perché servisse come scuola. La flessibilità/reversibilità d'uso delle case fu messa in campo anche per ospitare negozi, officine, caffè e altre attività collettive. [Fig. 23, 24] I villaggi errano circondati dai campi, ma i terreni assegnati a ogni famiglia erano frammentati in diversi appezzamenti a seconda della qualità e del tipo di coltura. Alcuni erano coltivati dagli ingegneri del servizio di colonizzazione.
I confini mobili tra edilizia e architettura
Alcuni storici dell'architettura hanno cercato di mettere a fuoco il ruolo della prefabbricazione nell’architettura moderna. Già nel 1978 Herbert Gilbert studiava gli esperimenti di prefabbricazione nelle colonie britanniche (Gilbert 1978). Più recentemente, Itohan Osayimwese ha approfondito il caso tedesco (Osayimwese 2017). Con la mostra Home Delivery: Fabricating the Modern Dwelling (Tadashi Oshima, Waern, Bergdoll, Christensen 2008) il MoMA di New York ha rilanciato il tema, anche nell’opera dei maestri: da Walter Gropius a Richard Buckminster Fuller. Nel giugno 2021 il seminario Mass Housing and Prefabrication organizzato dal Technion di Haifa ha chiamato a raccolta i principali esperti (Aleksandrowicz 2017, Cuypers 2020, Glendinning 2021).
La colonizzazione rurale della Grecia del nord offre un inedito campo di osservazione sul tema. L’insediamento di un numero di profughi così ponderoso, a fronte di una carenza endemica di abitazioni, contribuì ad accelerare la modernizzazione del settore edilizio, promuovendo l’integrazione tra logistica, standardizzazione, prefabbricazione, razionalizzazione e produzione su larga scala. I nuovi problemi progettuali non erano separabili dalla riorganizzazione e dalla trasformazione del territorio, un processo di entità tale da ridefinire la gerarchia degli insediamenti e le basi stesse dell’identità nazionale. Le famiglie di profughi ponevano una sfida dalle molte facce. Bisognava censire i potenziali “embrioni di comunità” e le risorse da mettere in campo: terre, edifici, villaggi abbandonati dai turchi e dai bulgari, proprietà espropriabili agli enti religiosi. L’impianto ortogonale dei nuovi insediamenti si adattava alla topografia e al numero di lotti dell’isolato-tipo. Da questo punto di vista, le colonie rurali non erano tanto diverse dai quartieri dei profughi alla periferia delle grandi città come Atene e Salonicco. [Fig. 25]
La sconfitta in Asia Minore e l’arrivo di oltre un milione di profughi, la crisi economica e l’instabilità politica fecero vacillare la visione idealizzata della Grecia del passato. Proprio mentre si cercava nel Mediterraneo la stella polare dell’architettura moderna, il farsi e rifarsi della storia irrompeva nel presente, riproponendo in tutta la sua drammaticità il tema del rapporto tra architettura e fenomeni insediativi. Si parla troppo spesso di architettura prescindendo da questi fenomeni, quindi, in un certo senso, dal suo stesso grado di necessità.
Nel 1938, un articolo dedicato alla Grecia su L’Architecture d’Aujourd’hui dimostrava, attraverso un ricco apparato iconografico, che le infrastrutture urbane e il turismo avevano svolto un ruolo chiave per la modernizzazione del Paese, insieme ai già importanti settori del welfare pubblico, come l’istruzione, la sanità, le infrastrutture stradali e gli alloggi per i profughi (Sirvin 1938).
Note[1] La rivista, pubblicata tra il 1932 e il 1934, sostenne l'architettura razionalista nell’ambito dell’ideologia fascista (Rifkin 2012).
[2] Con l’arrivo dei profughi, la diga di Maratona per l’approvvigionamento idrico di Atene diventò una priorità. La sua realizzazione, finanziata già nel 1918, fu assegnata alla Ulen & Co. di New York nel 1924 concludendosi nel 1931.
[3] Il principale centro di smistamento, corrisponde all’odierna Alexandroupolis.
[4] Queste erano le cosiddette Nuove Terre acquisite dalla Grecia: la Macedonia dopo le guerre balcaniche (1912-1913) e la Tracia occidentale nel 1919. Con l’arrivo dei profughi la percentuale dei greco-ortodossi passò dal 42,6% nel 1912 all'88,8% nel 1926 (Aigidis 1934, p. 168, Pentzopoulos 1962, p. 134).
[5] La Società delle Nazioni fu fondata il 10.1.1920 dalla Conferenza di Pace di Parigi.
[6] Il primo presidente della RSC fu l’americano Henry Morgenthau. Gli altri membri della Commissione erano John Campbell del Servizio Civile Indiano (rappresentante della Banca d’Inghilterra), Pericle Argyropoulos e Stefanos Deltas. I successivi presidenti furono Charles P. Howland e Charles B. Eddy.
[7] Di cui 1.088 in Macedonia, 623 in Tracia, 212 a Creta e 162 nel resto della Grecia.
[8] Molti villaggi erano stati distrutti nelle guerre del decennio precedente, ma c'erano ancora alcune case disponibili (Notaras 1934, pp. 12-13).
[9] Solo un quarto dei nuovi insediamenti era completamente autonomo. Michalis Notaras (1934), dipendente della RSC poi alto funzionario della Banca Agricola della Grecia, fornisce un resoconto completo delle nuove colonie.
[10] Questo processo coinvolse alcuni esperti della Scuola di Filosofia dell’Università Aristotele di Salonicco (RSC, List of the refugee settlements in Macedonia with their new names, 1928).
[11] I profughi ricevevano l’alloggio, i beni di prima necessità e gli attrezzi per l’avvio della produzione agricola. La maggior parte dei loro debiti rimase insoluta e furono cancellati negli anni Quaranta.
[12] Nel 1929 la GDCM impiegava 1.010 persone (più della metà degli addetti alla colonizzazione) di cui 130 agronomi, 112 topografi e 112 ufficiali di sanità.
[13] Per una spesa complessiva di 1.001.722.628 dracme, circa 3.564.849,2 sterline.
[14] Nel corso degli anni la RSC si adoperò per evitare l’abbandono dei villaggi montani al confine tra Macedonia e Tracia.
[15] Durante la Prima Guerra Mondiale Adolf Sommerfeld (1886-1964) sperimentò metodi di prefabbricazione a risparmio di materiale per la costruzione di strutture industriali, capannoni militari e alloggi per le truppe. Aveva brevettato un sistema di costruzione basato sull’incastro di elementi prefabbricati in legno e tamponamenti con strati di materiali isolanti, realizzando il prototipo di una casa.
[16] Gli interni erano decorati da rilievi che rappresentavano congegni e incastri tipici dei lavori di carpenteria, un riferimento diretto ai vari settori delle imprese Sommerfeld (Berdini 1983, pp. 35-37).
[17] Entrambi i sistemi costruttivi furono presentati alla prima mostra del Bauhaus “Arte e tecnologia - una nuova unità” inaugurata a Weimar nel 1923 (Seelow, 2018).
[18] Formatosi come architetto all’Università di Budapest e al Politecnico di Monaco, Fred Forbát (1897-1972) aveva lavorato per l’AHAG (Allgemeine Häuserbau AG) di Adolf Sommerfeld, nel progetto per Zehlendorf-West AG, che lo mise in contatto con Bruno Taut, Otto R. Salvisberg e Hugo Häring (Forbat 2019, 91-92). Dal suo canto, Sommerfeld aveva lavorato con Richard Neutra (case Sommerfeld, 1923; quartiere Bürgerhaus, anni Trenta) e Bruno Taut (Großsiedlung Onkel Toms Hütte, 1926-1932). Proprio nel 1923, Sommerfeld ricevette l'incarico di un complesso residenziale sul Monte Carmelo (Haifa), realizzato con Erich Mendelsohn e Richard Kauffmann.
[19] Con il Trattato di Versailles (1919) Danzica, allora tedesca, fu resa una città libera sotto la protezione della Società delle Nazioni. In questo modo, dal 1920 al 1939, Danzica fu una città-stato semi-autonoma con un porto sul Mar Baltico.
[20] L’avvio del progetto all’inizio del gennaio 1925 fu sancito, nella riunione tra le autorità di colonizzazione e Fred Forbát (Makedonia, 9.1.1925).
[21] L'incendio di Salonicco nell’agosto 1917, cinque anni l’annessione alla Grecia, aprì la strada a una trasformazione radicale della città. Per il piano di ricostruzione fu istituita una commissione internazionale, nell’ambito della quale il francese Ernest Hébrard (1975-1933) acquisì presto un ruolo di primo piano.
[22] Secondo Forbát, poteva trattarsi di un emissario del governo che controllava i funzionari della RSC, o di un emissario della RSC con lo stesso compito.
[23] Oggi Nea Philadelphia.
[24] La moglie di Forbat compilava i rapporti settimanali per la polizia, elencando i nomi dei lavoratori e i loro documenti.
[25] La logistica era coordinata da Fritz Dörpfeld, figlio del famoso archeologo Wilhelm Dörpfeld, per il quale lavorò anche Erich Kühn, un neo-laureato di Hans Poelzig.
[26] La spesa totale ammontava a 572.124,3 sterline, con un costo medio di 55-77 sterline per abitazione (Notaras 1934, pp. 65-66).
[27] Il costo medio di queste abitazioni era di 25.000-40.000 dracme, a seconda del tipo (Notaras 1934, pp. 83).
[28] I romani costruirono la Via Egnatia come una strada militare che prolungasse verso il Mar Nero l’itinerario della Via Appia. Nella pianura a ovest di Salonicco la Via Egnatia incrocia la direttrice nord-sud che affianca il corso dei fiumi Axios/Vardar e Morava, la stessa rotta percorsa dal treno con il quale Forbát arrivò a Salonicco.
[29] Con May e il suo gruppo sviluppò i piani delle nuove città di Karaganda (Kazakistan), Lopatinski (Volga) e Magnitogorsk (Urali).
[30] Le circostanze che determinarono il fallimento della conferenza di Mosca sono state ampiamente ricostruite (Somer 2007, Mumford 2009, Flierl 2016). Parallelamente, Andreas Giacumakatos (2003) ha ripercorso anche il complesso intreccio di rapporti interpersonali e istituzionali che determinarono la scelta di Atene come sede del IV CIAM. Nelle sue memorie, Forbát attribuisce a Breuer l’idea del congresso a bordo di un piroscafo in viaggio da Marsiglia ad Atene, dove: sarebbe avvenuto l’incontro con il gruppo greco. Recentemente il tema è stato ulteriormente approfondito dalla tesi di dottorato di Maria Tassopoulou (2020).
[31] L’evento fu cruciale per l’affermazione del nazionalsocialismo in Germania.
[32] Ernst Egli (1893-1974), architetto e urbanista austro-svizzero, si era trasferito in Turchia nel 1927 dove avrebbe realizzato la maggior parte delle sue opere esercitando un'influenza decisiva sulla costruzione di Ankara come nuova capitale (1927-1938). Atatürk incaricò Egli di sviluppare un'architettura moderna per l'edilizia scolastica.
[33] Smirne fu distrutta da un incendio nel settembre 1922, dieci mesi prima che fosse sancito lo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia. Ricostruire Smirne nella Turchia di Atatürk significava cancellare ogni evidenza della città ottomana multietnica. Su fronti opposti della scena geopolitica, i piani di ricostruzione prevedevano una città funzionale con un centro amministrativo, il porto, l’università e la fiera (Hastaoglou-Marinidis, Pallini 2013).
[34] Le considerazioni di Forbát trovarono conferma quando i partecipanti del CIAM visitarono le isole Cicladi, dove l’architettura anonima, con i suoi muri bianchi privi di decoro e le sezioni articolate su più livelli anticipavano i principi distillati per circa un decennio: regole antiche capaci di determinare la forma e i criteri di aggregazione degli edifici.
[35] Nel 1938, a causa della situazione politica, Forbát emigrò in Svezia dove, negli anni Quaranta e Cinquanta, si occupò di pianificazione urbana, insegnando all'Istituto Reale di Tecnologia di Stoccolma.
[36] Le bonifiche attuate nell’Italia di Mussolini avevano alle spalle moltissimi studi e progetti, un lungo dibattito ripreso dopo l’Unità d’Italia (1861). La “bonifica integrale” implicava non solo la messa a coltura dei terreni, ma anche l’istituzione di presidi sanitari per eradicare la malaria, una precondizione ineludibile per l'insediamento permanente.
[37] Molti soni i volumi dedicati al rapporto tra architettura e urbanistica nelle città nuove volute da Mussolini (Mariani 1976; Nuti, Martinelli 1981; Besana, Carli, Devoti, Prisco 2002; Pellegrini 2005; Caprotti 2007). Diane Ghirardo (1989) azzarda un confronto tra l'Italia fascista e l'America del New Deal prendendo in esame le politiche economiche e sociali del governo centrale. Lo scrittore Antonio Pennacchi (2008) ha ricostruito le tappe principali di un itinerario e nelle “città del Duce”, mentre il recente volume di Armiero, Biasillo, Graf von Hardenberg (2022) si concentra sulla trasformazione dell'ambiente nel periodo fascista.
[38] La rivista della Camera Tecnica di Grecia TEE.
[39] L’arengario reinterpretava il luogo riservato alle assemblee cittadine e all’amministrazione della giustizia nelle città italiane del medioevo.
[40] La sezione stradale variava da 8 a 13 m.
[41] In generale, il numero di lotti per isolato variava da 6 a 8 per un’estensione compresa tra 500 a 800 mq. Nel villaggio di Axos gli isolati erano composti da 4 lotti, Nea Pella invece era caratterizzata da isolati oblunghi di 12 lotti.
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