Le abitazioni nella colonizzazione interna del Portogallo: due volti della modernità 

Maria Helena Maia, Alexandra Cardoso



Radicata nel riformismo settecentesco –­­ al quale si opposero i grandi proprietari terrieri –­­ la colonizzazione interna del Portogallo si limitò a pochi insediamenti effettivamente realizzati, soprattutto a paragone con Paesi europei. Furono costruite solo sette colonie rurali – Milagres, Martim Rei, Gafanha, Pegões, Barroso, Alvão e Boalhosa – la maggior parte composte da più nuclei. Alcune sorsero sulle terre comuni, suscitando la reazione della popolazione locale, altre su proprietà dello Stato. Il piano originario fu abbandonato a favore di un programma di riqualificazione degli insediamenti rurali esistenti. A eccezione di Milagres e di Martim Rei, la prima avviata negli anni Venti, la seconda realizzata nel decennio successivo, le altre cinque colonie sorsero dopo la Seconda Guerra Mondiale per opera dalla Junta de Colonização Interna (di seguito JCI), un ente statale ad hoc istituito nel 1936.

Non bisogna dimenticare che il Portogallo, una potenza coloniale fino al 1974, era un Paese essenzialmente rurale, il cui entroterra fu esplorato solo piuttosto tardi. Isolamento e povertà corrispondevano a forme di vita ancestrali, caratterizzate da tradizioni abitative che, rivisitate di continuo, diventarono un riferimento per la ricerca di un’identità architettonica nazionale (Maia 2012).

La questione è stata affrontata più volte. Etnologi, agronomi, geografi, antropologi e architetti hanno perlustrato le campagne, concentrandosi sull’habitat e, soprattutto, sulla casa rurale. I primi rilievi delle abitazioni rurali, tesi a individuare le varianti regionali, risalgono all’inizio del Novecento, quando fu lanciato un appello agli architetti perché progettassero una casa portoghese in linea con le moderne condizioni di vita. Questi diversi approcci al tema dell’abitazione rurale risalgono a un periodo nel quale la nozione di casa portoghese aveva molte implicazioni. In realtà, si tratta di due processi distinti: uno di identificazione e l’altro di reinvenzione (Maia 2012), uno retrospettivo e l’altro in prospettiva (Figueiredo 2007).

Nel contesto di movimenti analoghi che, nell’Europa al volgere del Ventesimo secolo, lavoravano sul tema della casa unifamiliare, la questione della casa, per come è stata affrontata dagli architetti portoghesi, si è evoluta, tanto che negli anni Cinquanta la casa portoghese vecchio stile fu contestata in termini formali dagli architetti modernisti. Nel 1955–56, con l’intento di mostrare la varietà dell’architettura vernacolare (dunque la non univocità della casa portoghese), l’Unione Nazionale degli Architetti promosse un’Indagine sull’architettura regionale, parzialmente pubblicata nel 1961 con il titolo Architettura vernacolare in Portogallo. Questo libro ha avuto un profondo impatto sul dibattito architettonico portoghese; i giovani rilevatori erano incantati dalle forme della tradizione che fotografavano e ridisegnavano correndo il rischio di estetizzare la povertà. [Fig.1]

Agli occhi degli etnologi, la casa portoghese è sempre stata una realtà plurale (Rocha Peixoto 1899, 1904–1905); i geografi hanno cercato di evidenziarne le correlazioni con le caratteristiche fisiche delle regioni corrispondenti. Anche gli antropologi cominciarono a occuparsi di abitazioni rurali; nel 1947 arrivarono a proporre «uno studio completo su questo argomento, analizzando l’abitazione nella sua complessa varietà di aspetti architettonici, etnografici e storici». L’obiettivo era quello di un’indagine esaustiva, realizzando gli studi dedicati ai diversi tipi di abitazione che vennero pubblicati negli anni Cinquanta. Gli agronomi avevano affrontato la questione fin dagli anni Trenta, avendo intrapreso l’Indagine sull’Architettura Rurale per conto del governo. Avevano censito le reali condizioni di vita della popolazione basandosi su metodi scientifici ma, alla fine, la censura aveva impedito la pubblicazione dell’ultimo volume[1]. Alcuni tra gli autori avrebbero poi svolto un ruolo importante nel processo di colonizzazione interna portoghese.

Tutti questi studi hanno il merito aver stabilito un legame tra l’architettura tradizionale, nelle sue forme e nei suoi materiali, e i caratteri del paesaggio regionale, un rapporto che si sarebbe riflesso in molte proposte per la casa portoghese avanzate all’inizio del Ventesimo secolo (Lino 1933), nonché nelle forme regionaliste di gran parte dell’architettura prodotta successivamente. Considerando il contesto culturale nazionale, e il fatto che la colonizzazione interna fu un banco di prova per gli esperti dell’Istituto Nazionale di Agronomia, possiamo comprendere meglio le soluzioni adottate per la casa rurale.

Gli agronomi portoghesi svolsero un ruolo simile a quello dei loro omologhi italiani e spagnoli nei rispettivi programmi di reinsediamento, soprattutto dopo l’istituzione dell’Instituto Nacional de Colonización (di seguito INC) in Spagna[2]. Le notizie e i resoconti, in particolare quelli dall’Agro Pontino (Caldas 1937, Pereira e Ferreira 1949), spiegano le soluzioni adottate per la disposizione degli appezzamenti agricoli lungo le strade principali. L’Agro Pontino fu un termine anche per la differenziazione dei programmi e dei linguaggi tra le case per i contadini e quelle per chi svolgeva attività di servizio. In questa disparità l’architettura rifletteva una gerarchia sociale: nonostante le strutture moderne e le reinvenzioni formali, la casa del contadino richiedeva una profonda comprensione dell’habitat rurale come universo a sé stante, lontano dai riferimenti formali di chi si era formato, anche professionalmente, in un contesto urbano[3].

Gli agronomi portoghesi viaggiarono in Europa per studiare altre esperienze di colonizzazione interna[4], traendone riferimenti che andavano ben oltre le questioni agricole; gli architetti si occuparono del processo di reinsediamento solo in seguito, attingendo a una serie di esempi internazionali. Inizialmente, finché non istituì il proprio ufficio tecnico, la JCI commissionò i progetti di architettura ad altri enti (Guerreiro 2018, p. 162). Gli architetti contribuirono a plasmare gli insediamenti della colonizzazione interna come un ambiente dicotomico che combinava valori tradizionali e riferimenti internazionali.

Negli ultimi anni, la colonizzazione interna portoghese è stata oggetto di nuovi studi, come la tesi di laurea di Elisa Lopes da Silva (2011 e 2020) in ambito storico e la tesi di dottorato di Filipa de Castro Guerreiro (2015) nel campo dell’architettura. Sono state studiate in dettaglio la struttura degli insediamenti e la disposizione dei servizi collettivi e delle abitazioni rurali, ma non è stata prestata la stessa attenzione alle abitazioni dei non addetti all’agricoltura, che erano parte integrante del processo insediativo. Questo contributo si concentra proprio sul tema delle abitazioni, evidenziando analogie e differenze.

Le prime esperienze

Se ci si sofferma sul tema della casa colonica, lo studio della colonizzazione interna portoghese ci porta a individuare due momenti diversi. La prima fase corrisponde ai primi due insediamenti costruiti dalla Direcção Geral da Acção Social Agrária: Milagres e Martim Rei negli anni Venti e negli anni Trenta e completati sotto gli auspici della JCI. Nella seconda fase, gli anni Quaranta e Cinquanta, la JCI costruì gli altri cinque insediamenti. In entrambe le fasi prevalse il concetto di casal de família come base dell’organizzazione sociale e della distribuzione della terra[5]. Ogni coppia riceveva una casa che, nella prima fase, raggruppava una serie di volumi indipendenti destinati a funzioni diverse; nella seconda fase tutte le funzioni erano integrate in un unico edificio. 

A Milagres, tra il 1926 e il 1928, furono costruite alcune abitazioni sperimentali. L’insediamento rurale era organizzato in tre nuclei: Alcaidaria e Mata (poi ribattezzati Milagres), Triste Feia e Bidoeira. Si trattava di un complesso di dimensioni piuttosto ridotte: dei 38 casali previsti inizialmente, ne furono costruiti 16, di cui solo 12 erano occupati all’inizio degli anni Trenta (Silva 2003, p. 58); queste case erano sparse lungo le strade e i servizi di base erano situati agli incroci. Nel corso di pochi anni furono realizzate quattro diverse tipologie di abitazione, tutte progettate da Norberto Correia. Nel primo tipo del 1926 (identificato nella documentazione come Tipo 1) l’abitazione, la stalla e il pollaio erano prefabbricati in legno e facilmente smontabili; venivano completati con l’apertura di pozzi e l’installazione dei rispettivi sistemi di pompaggio. Furono costruite quattro casali con queste caratteristiche, quasi tutti a Triste Feia (Silva 2003, p. 53) dato che il prototipo fu abbandonato per via dei costi [Figg. 2–3]. Questo esperimento di prefabbricazione, piuttosto sorprendente nel Portogallo dell’epoca, riporta alla mente il caso della Grecia, dove la Società delle Nazioni aveva incaricato la ditta Sommerfeld–DHTG di costruire abitazioni prefabbricate in legno per i profughi dell’Asia Minore (Hastaoglou–Martinidis e Pallini 2023).

Gli altri casali di Milagres costruiti tra il 1927 e il 1928 condividono una serie di riferimenti formali, come la separazione delle varie funzioni in volumi disposti intorno a una sorta di corte simile a quella della tradizione portoghese. Questi casali, con una sola eccezione, presentavano un vano di ingresso semi–esterno, ossia uno spazio di transizione, come lo avrebbe definito Pedro Vieira de Almeida (1963, 2010). Nei tipi 1, 3 e 4, questi spazi esterni erano molto simili ai tradizionali salotti all’aperto; il tipo 2 presentava un portico incluso nel volume della casa, una soluzione più vicina alla casa borghese dell’epoca organizzata su due piani. [Figg. 4–5–6]

Questi primi quattro progetti presentano diverse varianti: una cucina con quattro camere da letto nel Tipo 1; tre camere da letto, una cucina e un soggiorno nel Tipo 2; tre camere da letto e una cucina nei Tipi 3 e 4. I tipi 1 e 3 avevano un atrio d’ingresso che distribuiva la zona giorno. A tutte queste varianti corrispondevano altrettanti esperimenti distributivi e compositivi[6]. Gli standard del 1927 prevedevano già tre camere da letto, una dotazione presente in tutte le costruzioni a venire che introduceva nel mondo rurale i precetti dell’igiene morale: non solo la separazione tra le stanze da letto dei genitori e dei figli, ma anche quella tra i figli di diverso sesso. Questa prescrizione venne ribadita nell’Indagine sull’architettura rurale (Guerreiro 2022) e, in generale, nei testi sull’edilizia rurale. Il fatto che questa semplice separazione non bastasse nel caso di famiglie con molti figli non sembra aver preoccupato i responsabili del programma abitativo negli anni Venti e nei tre decenni successivi.

La JCI prese le redini del programma di colonizzazione interna studiando l’esperienza di Milagres, l’unica disponibile, e le ragioni del suo fallimento. All’epoca erano vi abitavano solo sei famiglie e il nucleo di Triste Feia era degradato e abbandonato. Si intraprese uno studio per riqualificazione generale dell’insediamento e la ristrutturazione dei casali con l’ampliamento delle dipendenze agricole; questo studio costituì la base per gli interventi realizzati nel 1939, quando furono costruite le ultime case (Silva 2003).

Nel 1936, l’anno in cui si costituì la JCI, la colonia di agricola di Martim Rei era già in fase di progettazione. Questa corrispondenza aiuta a cogliere alcune analogie: l’insediamento disperso con le case lungo le strade e i servizi agli incroci. Nella sua modestia, questa soluzione ricorda sia i borghi rurali italiani, ormai noti a livello internazionale, sia il coto acasarado di Fermín Caballero (1864)[7], che in Spagna alcuni ancora difendevano (Calzada Perez 2006).

In entrambe le colonie, si realizzò la stessa abitazione di tipo moderno progettata da Damásio Constantino, così definita forse perché recente. Si trattava di un progetto piuttosto elementare, vicino all’architettura rurale di alcune regioni del Paese: una cucina e tre camere da letto organizzate secondo un impianto a croce, con un corridoio centrale di accesso e distribuzione. La facciata era molto semplice; l’abitazione e gli annessi agricoli erano disposti a L.

Emergeva la diversa formazione degli architetti, così come il loro diverso ruolo nell’ambito della JCI, che ancora non agiva in totale autonomia, soprattutto quando si trattava di minimizzare i costi [Figg. 7–8].

Il progetto di insediamento per la zona di Sabugal (Peladas) del 1937, ovvero Martim Rei, mostra una chiara differenziazione tra le case per i contadini e quelle per gli altri residenti organici al programma di colonizzazione. Le case per i contadini dovevano garantire funzionalità, comfort, igiene e sicurezza, contenendo i costi grazie all’utilizzo di materiali da costruzione economici, evitando qualsiasi ornamento e «tutto ciò che poteva aumentare il costo dell’opera senza un beneficio corrispondente» (JCI 1937 p. 101; Silva 2020, p. 276). La casa per l’assistente tecnico aveva generalmente due piani, era costruita in pietra e completamente intonacata, era dotata di un bagno e un’anticamera per le camere da letto al piano superiore (JCI 1937, p. 121; Silva 2020, p. 277). Questa casa assomigliava molto all’abitazione monofamiliare borghese, una scelta architettonica che dava chiara espressione alla gerarchia sociale. [Fig. 9]

La casa dei coloni

Pegões e Gafanha, i primi due insediamenti interamente progettati dalla JCI, inaugurarono la seconda fase di concettualizzazione e progettazione della casa rurale. Permaneva il riferimento al caso italiano nella scelta di collocare le case sui lati opposti della strada per attenuare il senso di isolamento. L’innovazione consisteva nella presenza di nuclei sussidiari in corrispondenza di incroci stradali (quasi sempre), che aggregavano i servizi collettivi in grado di favorire il senso di comunità.

A Pegões Velhos (Pegões) ritroviamo due strutture di questo tipo, di dimensioni piuttosto ridotte. A Gafanha la piazza centrale rotonda è contraddetta dal posizionamento degli edifici. Boalhosa invece è caratterizzata da una serie di semicerchi concentrici che assecondano il declivio della collina, ricordando l’esempio spagnolo di Esquível e il moshav di Nahalal. Solo nel caso di Barroso il centro civico ha acquisito una certa autonomia (come nel caso italiano) nei due nuclei principali (Maia e Matias 2016, Guerreiro 2022).

In questo caso la differenza tra le case per i contadini e quelle per gli altri membri della colonia può essere colta anche in termini di linguaggio architettonico. Questa dicotomia rifletteva la gerarchia sociale attraverso l’uso di elementi presi in prestito dall’architettura rurale tradizionale, oppure dal contesto urbano e più in sintonia con l’architettura moderna internazionale[8]. Il riferimento agli insediamenti dell’Agro Pontino può essere individuato non solo nella disposizione dei casali, ma anche nei diversi idiomi adottati. Questo aspetto avrebbe caratterizzato gli insediamenti della JCI, indipendentemente dal fatto che la loro disposizione si sia evoluta verso una maggiore concentrazione e complessità.

Cominciamo dalla casa del contadino. Se consideriamo lo stretto legame tra l’Istituto Nazionale di Agronomia – con la sua tradizione di studi sulla casa rurale documentata dall’Indagine sull’Architettura Rurale – e la JCI, non possiamo sminuirne il suo ruolo nelle scelte fatte. L’indagine su tutto il territorio nazionale individuò i principali problemi da affrontare: stanze senza finestre, sovraoccupazione, ventilazione e luce naturale insufficienti, privacy limitata nella zona notte, necessità di bagni e servizi igienici, separazione tra animali e membri della famiglia.

Nel 1942, in occasione della pubblicazione dell’Indagine sull’architettura rurale, la Direzione generale dei servizi agricoli pubblicò anche A Casa Rural. A Habitação dell’agronomo Mário Botelho de Macedo. Il libro veniva distribuito gratuitamente proprio perché aveva lo scopo pedagogico di diffondere, con il supporto di disegni e progetti, le soluzioni migliori in fatto di materiali e tecniche di costruzione, esposizione al sole, illuminazione e ventilazione, isolamento termico e protezione dall’umidità. Il libro di Botelho de Macedo fornisce un repertorio di soluzioni ai problemi individuati dall’indagine, aiutandoci a decodificare le inflessioni architettoniche adottate dalla JCI. Botelho de Macedo (1942, p. 10[a]) sostiene che l’abitazione rurale non deve distinguersi dall’architettura della regione e – proprio come Raul Lino (1933) – predispone una serie di disegni che suggeriscono possibili soluzioni e reinterpretazioni del linguaggio regionale [Fig. 10 + 11].

La soluzione proposta per la casa corrispondeva al programma adottato in tutti gli insediamenti della JCI: una cucina utilizzata anche come soggiorno e sala da pranzo direttamente collegata alla stanza dei genitori e a quelle dei figli e delle figlie, separate per via dei «vantaggi igienici e morali» (Macedo 1942, p. 21). Quando era al chiuso, il bagno (un gabinetto con la possibilità di una doccia) era vicino agli allacciamenti idraulici della cucina. In breve, Botelho de Macedo presentò una soluzione funzionale per la casa rurale senza flessibilità in termini di organizzazione interna, ma con una certa coerenza: «l’interno della casa rurale, così come l’esterno, non può che trarre vantaggio dalla semplicità, che, dopo tutto, è un riflesso del carattere degli abitanti» (Macedo 1942, p. 23).

Le questioni relative all’igiene, alla salute e alla rettitudine morale avevano una rilevanza transnazionale. Nel 1954, il Ministero dell’Agricoltura spagnolo pubblicò un libro dell’Istituto Nazionale di Colonizzazione (di seguito INC) intitolato Viviendas Rurales che chiariva gli aspetti da evitare e da adottare nelle abitazioni rurali. L’autore, José Tamés Alarcon (1954, p. 34), era architetto capo dell’Ufficio Tecnico dell’INC e incluse pertanto alcuni suoi progetti, sostenendo che una casa gioiosa e spaziosa, in linea con le norme igieniche, avrebbe facilitato il lavoro nei campi contribuendo al benessere dei suoi abitanti.

Gli aspetti progettuali da tenere in considerazione nelle abitazioni rurali erano quelli già citati: luce e ventilazione naturale, allontanamento degli animali dagli ambienti domestici, igiene e pulizia, camere da letto adeguatamente allocate. Oltre ai riferimenti all’architettura e ai materiali regionali, le proposte di Tamés Alarcón mostrano una chiara separazione dell’abitazione dai locali agricoli e dagli spazi degli animali, tutti disposti intorno a un cortile murato con accesso indipendente. L’autore designa questa soluzione come casa crecedera, una casa cioè che soddisfa le esigenze di base dell’agricoltore (soggiorno, cucina e camera da letto) e può essere ampliata in una fase successiva[9]. La sala da pranzo aveva un ruolo centrale nell’organizzazione dello spazio domestico e nella vita sociale della famiglia. In alcuni casi, c’era anche un soggiorno complementare alla cucina, che faceva parte di un’area di servizio. Un’altra caratteristica era il vestibolo d’ingresso, spesso collegato a un portico, interposto tra l’esterno e l’interno. L'interno veniva così protetto dall’insolazione, dalla pioggia e dai venti, mantenendo al contempo una certa privacy [Fig.12].

Molto probabilmente mutuata da esempi spagnoli, questa disposizione spaziale intorno a un cortile – che troviamo a Milagres e a Martim Rei – era già stata presa in esame dalla JCI per l’ampliamento dei casali di Milagres (Machado 1957a) e fu inserita nel piano per l’insediamento di Gafanha[10], entrambi progettati dall’architetto António Trigo (JCI 1942, p. 33; Trigo 1946). La soluzione adottata a Gafanha riflette l’approccio iniziale della JCI, i cui tecnici ritenevano «vantaggioso lasciare ai coloni la maggior parte dei lavori e dei miglioramenti agrari; in particolare per quanto riguarda la costruzione della casa e degli annessi agricoli» (JCI 1942, p. 33). Anche se la JCI forniva un sostegno finanziario a chi realizzava il progetto architettonico originale, l’autocostruzione non era mai vista come un’opzione. Lo stesso si può dire per la disposizione di edifici indipendenti intorno a un cortile; negli anni Sessanta questa era la soluzione scelta per i nuovi insediamenti nelle colonie dell’Angola e del Mozambico (Guerreiro 2022), ma non fu mai più applicata in Portogallo.

Negli insediamenti progettati ex novo dalla JCI le case venivano consegnate ai coloni completamente costruite, in modo da impedire eventuali ampliamenti. Le case costruite dalla JCI negli anni Quaranta e Cinquanta erano tutte dotate di annessi agricoli e per gli animali riuniti sotto un unico tetto. [Figg. 13–14] Questa scelta può dipendere dalla combinazione di due fattori. In primo luogo, includendo tutte le funzioni in un’unica struttura, quest’ultima assumeva una scala maggiore, più vicina all’abitazione monofamiliare borghese e quindi socialmente più desiderabile. In secondo luogo, impedendo eventuali ampliamenti, i figli adulti non avrebbero avuto la possibilità di rimanere, corroborando l’idea che le colonie agricole dovessero servire da vivaio per i futuri coloni d’oltremare (Silva 2020, p. 180).

Dal punto di vista formale, la reinvenzione della casa rurale rispondeva all’ipotesi sostenuta dall’agronomo Mário Botelho de Macedo (1942): quella di avvicinarsi alle tradizioni architettoniche regionali attraverso il linguaggio e i materiali senza confondersi con esse. Per i cinque insediamenti interamente costruiti dalla JCI furono elaborate diverse alternative; molte rimasero sulla carta, poiché solo sei progetti di case rurali furono effettivamente realizzati, due negli anni Quaranta e quattro negli anni Cinquanta.

Solo nel caso di Pegões si cercò di mitigare la monotonia derivante dalla ripetizione. Le case di ogni nucleo differivano tra loro grazie a piccole variazioni, come la posizione dell’ingresso (tre alternative) e delle camere da letto (due alternative). Nessuna di queste varianti alterava la composizione complessiva delle case con gli annessi, nonostante le piccole variazioni nell’applicazione dello stesso progetto in diverse aree (Guerreiro 2022). [Fig. 14]

Introducendo una maggiore complessità dei volumi, delle facciate e dell’organizzazione interna, queste case sperimentavano piccole variazioni del tipo moderno stabilito nel 1937: un unico piano, una cucina all’ingresso utilizzata come soggiorno e disimpegno delle tre camere da letto. Questo modello povero era comune alla maggior parte delle abitazioni costruite all’epoca per le classi più basse. Se consideriamo la struttura spaziale della casa, nonostante la presenza di una dispensa un forno e impianti sanitari (spesso solo un WC) a partire dagli anni Quaranta, non ci furono grandi cambiamenti.

Solo due dei sei progetti realizzati a Barroso (1943) e Boalhosa (1956) presentavano un programma più complesso, essendo organizzati su due piani con due camere da letto adiacenti al piano superiore. A Boalhosa, una scala collegava la cucina al piano superiore. A Barroso il progetto fu affidato all’architetto Eugénio Correia (Guerreiro 2022, p. 173)[11], che si cimentò in un trattamento spaziale più complesso con l’inserimento di un soppalco corrispondente a un soffitto rialzato nella cucina. Mentre tutti questi progetti riguardavano case unifamiliari, Boalhosa faceva eccezione. Qui, infatti, la JCI costruì tre file di case bifamiliari lungo un tracciato in curva, senza introdurre cambiamenti significativi nell’organizzazione interna della zona giorno.

Le abitazioni degli altri

A differenza delle case dei contadini e degli operai, le abitazioni degli altri residenti – tecnici, insegnanti e sacerdoti – mostrano un sostanziale aggiornamento in termini di programma e riferimenti architettonici.

A Pegões Velhos, il nucleo originale di Pegões, troviamo una soluzione piuttosto originale nel centro sociale progettato dall’architetto Eugénio Correia nel 1951, che comprendeva la casa del sacerdote e quelle per le due insegnanti. Queste tre case, come la chiesa e le due scuole, sono caratterizzate da volte paraboloidi. Furono costruite con il sistema Ctesiphon (Rabasco Pozuelo 2015), che era un’innovazione in Portogallo (Guerreiro 2022, p. 222). [Figg. 15–16]

Secondo Acciaiuoli (1991, citato da Guerreiro 2022), questi edifici rappresentano un tentativo ingenuo basato sui vecchi metodi di costruzione, altri invece li elogiarono come un esempio di modernità radicale in termini costruttivi e formali (Pereira e Ferreira 1949, p. 39; Guerreiro 2022, p. 223). Senza dubbio, questi edifici testimoniano l’attenzione dell’architetto per la scena internazionale. In effetti, le tre case mostrano una certa somiglianza con il progetto di una casa per vacanze pubblicato dalla rivista spagnola Informes de la Construcción (Moreno 1951, p. 35, Rabasco Pozuelo 2015, p. 923). Oltre all’influenza delle riviste spagnole, emerge il riferimento all’opera di Niemeyer a Pampulha (Brasile), che raggiunse il Portogallo nel 1945 in seguito alla mostra Brazil Builds tenutasi al MoMA (1943) (Milheiro 2012, p. 18).

Anche se i soffitti a volta generavano uno spazio unitario, l’organizzazione interna di queste tre case era abbasta convenzionale (Guerreiro 2022). La volta trasversale definiva lo spazio abitativo principale; era divisa da un muro per 2/3 della sua lunghezza, in modo da ricavare spazi relativamente piccoli nella sezione minore. Il programma prevedeva due camere da letto ai lati del soggiorno col caminetto, direttamente accessibile dall’esterno. Questo era il locale principale, dotato di una porta che immetteva nella zona di servizio che comprendeva la cucina, un bagno completo e un piccolo ufficio. La presenza di un piccolo corridoio in questa zona di servizio segnò un’ulteriore innovazione, soprattutto tenendo conto degli sforzi per contenere i costi di costruzione eliminando i corridoi e gli spazi sprecati. Le tre case di Pegões Velhos restano un’eccezione; hanno in comune un idioma pragmatico e moderno (Guerreiro 2022) e un’organizzazione spaziale molto diversa da quella delle abitazioni per i contadini.

Le case per i tecnici agricoli di Pegões (1953) e Gafanha (1954) e le case per gli insegnanti di Gafanha (1954a), progettate da António Trigo e molto simili in termini di programma, condividono un’architettura caratterizzata dai grandi aggetti dei tetti che sottolineano le linee orizzontali, come nello stile prairie house. Le relazioni di progetto per le case di Gafanha differiscono solo nella descrizione del programma. 

A Boalhosa e Barroso le case per i residenti non addetti all’agricoltura sono state progettate per famiglie con bambini non presentano grandi differenze formali. [Figg. 17–18] Tutte le case dei tecnici erano dotate di cucina, soggiorno, tre camere da letto, un bagno completamente attrezzato e una stanza con un bagno più piccolo per la domestica.

Le case dei tecnici di Pegões prevedevano anche un ufficio, presente anche in uno dei progetti per Barroso. In entrambi i progetti per Gafanha, una delle camere da letto era accessibile dall’ingresso, in modo da servire come ufficio secondo necessità. A Gafanha la casa dei tecnici comprendeva anche uno spazio per lo stoccaggio e la mescita, mentre la casa per l’insegnante di Boalhosa aveva due cortili e una loggia al primo piano.

Ad eccezione delle due case per i tecnici di Pegões (che avevano una pianta a L) e della casa per i funzionari agricoli di Barroso, tutte le altre erano caratterizzate da una pianta rettangolare e volumi indipendenti, quasi sempre a un unico piano. Le uniche case bifamiliari erano quelle per gli insegnanti e gli assistenti agricoli di Barroso [Figg. 19–20]

Nel tentativo di contenere i costi, si eliminò tutto il superfluo (Machado 1957b), evitando i corridoi (Trigo 1953, 1954a, 1954b) e gli sprechi di spazio (Machado 1957b), semplificando l’organizzazione spaziale: la zona notte con il bagno e la zona giorno con la cucina, eventualmente collegata alla stanza della domestica. Gli spazi di distribuzione si riducevano all’ingresso (Gafanha, Barroso e Boalhosa) e al corridoio della zona notte. In sostanza, queste case concretizzavano un programma convenzionale e un’organizzazione che rifletteva le esigenze di una famiglia borghese dell’epoca. [Fig. 21]

La relazione al progetto di António Trigo (1961) per la trasformazione di un casale nella residenza del capo della Guarda Nacional Republicana (Polizia Rurale) a Gafanha testimonia le aspirazioni alla nobilitazione architettonica di una soluzione standard: «l’obiettivo era che la sua casa non si confondesse, per l’aspetto esteriore, con quelle delle famiglie di contadini» (Trigo 1961, p. 1). Furono aggiunte due zone porticate (una delle quali per l’auto) e un patio delimitato da archi e mattoni faccia vista. La distribuzione interna era simile a quella delle case per gli insegnanti: l’abitazione occupava tutto il piano terreno, mentre il sottotetto era utilizzato come deposito. [Fig. 22]

Nel progetto della casa per i reggenti agricoli di Barroso (1948) António Trigo ricorse a un linguaggio regionalista che integrava elementi simbolici associabili all’architettura del regime (come il pilastro–contrafforte che richiamava l’immaginario del romanico) e la continuità tra cucina e soggiorno che rivelava una concezione moderna dell’abitazione comune alla maggior parte dei progetti (Guerreiro 2022, 217). Barroso esemplifica abbastanza chiaramente la traduzione architettonica della gerarchia tra coloni e funzionari, e tra funzionari di diverso grado. Ai reggenti agricoli furono assegnate case elaborate e indipendenti, ai tecnici agricoli e agli insegnanti furono invece assegnate case bifamiliari, rispettivamente a due e a un piano.

Considerazioni conclusive

Le case costruite nei villaggi di colonizzazione delle sette colonie portoghesi mostrano una evidente propensione per la modernità, non solo nella progressiva attenzione all’igiene (fisica e morale), ma anche nell’espressione della gerarchia sociale: i coloni, gli insegnanti della scuola primaria, il personale tecnico e, in cima, i reggenti tecnici. La preoccupazione di non confondere la casa dei coloni con quella dei quadri si traduce in una differenziazione dei linguaggi architettonici e, laddove si è dovuto ricorrere all’adattamento, nell’introduzione di addizioni funzionali e formali.

Nella reinvenzione della casa rurale, la cui organizzazione tipologica rimase pressoché invariata per tre decenni, prevalse il riferimento all’architettura regionale. Nelle case degli impiegati, più simili alle abitazioni borghesi, si moltiplicano i riferimenti all’architettura moderna internazionale. Gli impianti sanitari segnano questa distinzione. Mentre dalla fine degli anni Trenta le case del personale prevedevano impianti sanitari completi, è solo a partire dagli Quaranta che questi furono spostati dall’esterno all’interno della casa colonica, e spesso si trattava solo di un WC.

Se, nelle sue varianti, la reinvenzione della casa colonica potrebbe essere ricondotta a una “modernità vernacolare”, seguendo la lettura proposta da Lejeune (2019) per il caso spagnolo, quando ci si sofferma sulle case del personale quadro e sulle attrezzature collettive, emerge un cambio di registro. Le soluzioni vanno dalla piena adesione ai principi del movimento moderno al prevalere del pragmatismo o del regionalismo nazionalista (Guerreiro 2002).

Ritroviamo questa diversità di timbro anche nelle opere dello stesso autore: si vedano i casi di Eugénio Correia o António Trigo, ai quali possiamo attribuire una conoscenza approfondita dell’architettura internazionale, ma anche una certa indecisione linguistica. Coloni o tecnici, tutte le abitazioni dovevano fare i conti con l’imperativo di ridurre i costi, un aspetto che ci aiuta a comprendere alcune delle opzioni adottate. In ogni caso, se partiamo dalla definizione di hight modernity (Scott 1998), nelle colonie portoghesi possiamo riscontrare due facce della modernità che coesistono nello spazio e nel tempo.

Ringraziamenti

Questo lavoro è stato finanziato da fondi nazionali attraverso la FCT – Fundação para a Ciência e a Tecnologia, I.P., nell’ambito dei progetti UIDB/04041/2020 e UIDP/04041/2020 (Centro di ricerca Arnaldo Araújo). Le fonti utilizzate nel testo sono state raccolte dal gruppo di ricerca portoghese nell’ambito del progetto collaborativo transnazionale MODSCAPES – Modernist Reinventions of the Rural Landscape (HERA “Uses of the Past” grant n. 649307).

Note

[1] L’opera consisteva in tre volumi: La regione settentrionale, 1942; La Regione Centrale, 1947; La Regione Meridionale, pubblicato solo nel 2013 a cura di Fernando Oliveira Baptista, João Castro Caldas e Maria Carlos Radich.

[2] Sebbene in Spagna gli agronomi abbiano sempre svolto un ruolo importante, con l’istituzione della INC gli architetti assunsero un ruolo decisionale nelle diverse regioni.

[3] Si veda anche l’evidente differenza stilistica tra i casali rurali e l’architettura del centro cittadino, per esempio a Sabaudia

[4] A titolo di esempio, si vedano i resoconti di viaggio sull’Italia (Caldas 1937) e quelli su Italia, Svizzera e Spagna (Pereira e Ferreira 1949).

[5] La colonizzazione interna portoghese faceva riferimento al casale rurale come entità giuridica; questo comprendeva un appezzamento di terreno, un’abitazione integrata dai necessari annessi, attrezzi, gli animali da trazione e da pascolo che assicuravano l’autosufficienza economica alla famiglia. 

[6] L’analisi dei casali rurali si basa sulla ricerca condotta da Filipa Guerreiro (2015, 2022). Le piante sono state ridisegnate per rendere più chiari gli argomenti.

[7] Secondo il geografo spagnolo Fermín Caballero, la popolazione rurale sarebbe stata costituita da famiglie di contadini, a ciascuna delle quali sarebbe stato assegnato un casale isolato nel terreno che coltivavano, senza quindi formare un insediamento (Calzada Perez 2006, p. 15; Caballero 1864, pp. 12-13). Questo principio divenne un modello di insediamento rurale noto come coto acasarado.

[8] Questa differenza di stile era già stata notata nel caso di Pegões (Nunes 2019); anche Filipa Guerreiro (2022) sottolinea la differenza tra le case e le altre strutture costruite.

[9] La proposta portoghese al CIAM X (Dubrovnik 1956) sollevava proprio il tema della pianificazione rurale, e in particolare quello del casale.

[10] «L’abitazione, insieme all’aia, forma una delle ali laterali. Nell’ala opposta si trovano il deposito del grano – separato dalla casa da uno spazio esterno con un ingresso per un’automobile – la stalla, il porcile e un deposito per la paglia; tra il porcile e la stalla si trovano una latrina e un fosso accanto a un deposito di nitrato. Le due ali sono coperte, sul retro, da un tetto che mantiene asciutta la legna, gli attrezzi agricoli, ecc. Uno spazio per la trebbiatura completa il tutto» (JCI 1942).

[11] Filipa Guerreiro (2022, p. 173) basa la sua attribuzione sulle informazioni raccolte in occasione di un’intervista del 15.01.2012 all’architetto J.L. Pinto Machado della JCI.

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