La In-betweenness come destino. Un cambio di paradigma nella progettazione urbana e architettonica di Belgrado nel secondo dopoguerra

Zoran Dukanović, Nađa Beretić



Introduzione

Negli ultimi decenni, dopo la caduta del muro di Berlino, l'interesse per l'architettura e l'urbanistica dei paesi socialisti dell'Est è cresciuto rapidamente. Sebbene non abbia mai fatto parte del blocco di Varsavia e non sia mai stato un Paese aperto, la Serbia ha richiamato l'attenzione di molte ricerche soprattutto sulla città di Belgrado, intensificandosi dopo la fine delle guerre nell'ex Jugoslavia negli anni '90.

Il fatto che Belgrado, in duemila anni di storia, sia stata per lo più ai margini, tra culture diverse, subendo costantemente le loro influenze, ha portato al proliferare di significati e di modi di interpretare gli stessi fenomeni.

Anche se oggi non corrisponde più al confine della Jugoslavia, ma delinea il margine settentrionale della penisola balcanica, Belgrado è ancora uno spazio intermedio in quanto capitale della Serbia, piccolo Paese europeo con un territorio e una popolazione indefiniti, sospeso in una continua transizione tra Oriente e Occidente, autocrazia e democrazia, socialismo e capitalismo, collettivismo e individualismo, ateismo e fanatismo, isolamento e globalizzazione, «miele e sangue».

La città è un amalgama, una lega che contiene l'Est e l'Ovest, il Sud e il Nord. Allo stesso tempo nello stesso luogo; tutto si fonde: Belgrado con Zemun e Nuova Belgrado; la città ad alta densità con il vuoto dell'Isola disabitata della Grande Guerra – il suo nucleo verde naturale; la solida scogliera della cresta di Belgrado con la superficie tremolante dei fiumi e la sconfinata pianura della Vojvodina; moderni grattacieli di vetro con le rovine bombardate; classicismo e art nouveau con le tradizionali case ottomane; ragazze alla moda con senzatetto; la Sachertorte con la baklava; il kebab con la Wiener schnitzel; disco dance con danza del ventre; le sigarette con il narghilè; le Porsche con le carrozze trainate da cavalli; il rumore con il silenzio; la gloria con la sconfitta.

Questa commistione è visibile anche nelle radici etimologiche dei nomi di alcune aree della città, così come nel dizionario della lingua serba.

Tutto coincide e si sovrappone a tutto, non solo spazialmente, ma soprattutto culturalmente e semioticamente. A livello della strada, secondo Calvino, il discorso comincia a essere segreto, le regole diventano assurde, le prospettive ingannevoli e tutto nasconde qualcos'altro. A causa della sua complessità, se utilizziamo il linguaggio di Calvino, Belgrado evita permanentemente e con successo di essere vissuta fino in fondo (Calvino 1972).

Per comprenderla è impossibile essere un semplice osservatore, bisognerebbe immergersi nei propri sogni e nelle paure, nel desiderio di unificazione e nel divertimento contemplativo della città. Nel corso della sua storia, così come oggi, la città ha la capacità di offrire qualcosa a tutti, perché è stata creata da tutti (Jacobs 1961).

Between and betweenness

Il contributo individua nell’“in-between” il fattore caratterizzante della trasformazione urbana e architettonica del secondo dopoguerra a Belgrado che ha generato un cambio di paradigma complessivo.

Una condizione intesa come un vero e proprio status di in-betweenness, che per essere compresa fino in fondo richiede un approfondimento nella definizione terminologica.

Il dizionario Oxford definisce il termine beween in between (avverbio) come una posizione nello spazio (o nel tempo) – essere in, dentro o attraverso lo spazio (o il tempo) che separa (due oggetti o regioni o due punti nel tempo), mentre il termine in-betweenness non esiste in quel vocabolario.

Il dizionario Collins definisce il termine betweenness (sostantivo) come la condizione di “essere tra”, mentre il dizionario Merriam-Webster definisce lo stesso betweenness (sostantivo) come “la qualità o lo stato di essere tra due altri in un insieme matematico ordinato.”

La betweenness, per noi, è un processo, uno stato relazionale che si insatura tra soggetto e due alterità circostanti, che richiede l'investimento di risorse nella realizzazione di tali relazioni.

È uno stato in cui l'importanza di stabilire relazioni esterne supera la preoccupazione per il raggiungimento di categorie relazionali interne, e pertanto comporta un compromesso.

È uno stato di transizione/ibridazione in cui inizio e fine, confine e soglia, limes e limen si incontrano, si intrecciano, si aggrovigliano.

È uno stato di tensione in cui le forze gravitazionali che circondano l'alterità allungano e comprimono la sostanza di ciò che sta in mezzo.

Betweenness significa essere lontani dai centri, in periferia, o oltre l'orizzonte, rimanendo lontani da interessi forti ma non privi di influenza e interazione (Beretić et.al. 2022).

Nell'invito alla conferenza In-betweenness: spaces, practices and representations (Sorbonne Nouvelle, 2019) tale condizione è stata «intesa come uno spazio o stato liminale che implica dinamiche di continuità, separazione, transizione, sovrapposizione e mobilità. Coinvolge questioni legate ai territori, alle pratiche e alle rappresentazioni. Può essere studiato in diversi campi, tra cui storia, geografia, sociologia, antropologia, scienze politiche, geopolitica, linguistica, traduttologia, letteratura e diversi tipi di arte».

Nuova Belgrado

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Jugoslavia, fortemente segnata dai bombardamenti, uscì come uno dei Paesi alleati vittoriosi, ampliando il suo territorio. Abolì il regno, dichiarò la rivoluzione socialista, organizzerò lo Stato sulla base del modello sovietico.

Seguì la nazionalizzazione totale, che coinvolse tutte le risorse dell'intero territorio, ad eccezione delle case private con appezzamenti minimi nei villaggi (la cosiddetta terra minima), diventando così uno Stato a proprietà sociale.

La ricostruzione, iniziata rapidamente nei primi mesi dopo la liberazione, seguì il modello di sviluppo sovietico di industrializzazione, urbanizzazione ed elettrificazione definito dai piani di sviluppo quinquennali e da un'amministrazione centralizzata.

Anche la ricostruzione delle città iniziò immediatamente, la significativa migrazione di persone dalle campagne comportò la costruzione di un gran numero di nuovi alloggi, di infrastrutture e servizi. Per rispondere a queste esigenze, furono impegnate tutte le risorse tecniche e sociali, non sufficienti per la rapida ripresa del Paese.

La destabilizzazione dei fattori politici nell'ambiente causata dal rifiuto della Jugoslavia di sottoporsi alla forte influenza dell'Unione Sovietica complicò ulteriormente la già difficile situazione.

Come capitale del nuovo stato, Belgrado era al centro delle politiche del nuovo governo che mirava a costruire una nuova capitale per uno Stato socialista. Questa visione aveva lo scopo di mostrare e celebrare il successo della doppia vittoria ottenuta sul nazismo e sul capitalismo.

A questo scopo, fu scelta per la costruzione un’area ampia e pianeggiante, quasi completamente vuota, occupata da enormi paludi posta sulla sponda sinistra del fiume Sava, incorniciata su entrambi i lati dalle creste di Belgrado e Bežanja e tagliate dal disegno del flusso del fiume (Fig. 2).

Per progettare il un nuovo insediamento sulla riva opposta alla città esistente, si riunirono sotto la guida dell'architetto Nikola Dobrović (Blagojević 2007) un gruppo di esperti formati nelle migliori scuole provenienti da Praga, Vienna, Berlino e Parigi. Molti degli architetti coinvolti avevano lavorato in precedenza nello studio di Le Corbusier o erano sostenitori e seguaci delle sue idee (Pignatti 2019).

D'altra parte, dopo la scissione con l'URSS, l'oligarchia politica al potere, con il modello architettonico adottato, ha voluto mostrare una rottura decisa con le idee di Stalin. Inoltre, ci si aspettava che questo modello potesse essere uno strumento adeguato a esprimere con chiarezza la volontà di rottura definitiva con le tradizioni dello Stato precedente.

A questo proposito, la dichiarazione del CIAM e le idee di Le Corbusier portarono a un incontro tra aspirazioni professionali e volontà politica. Tito partecipò personalmente a queste vicende, monitorando costantemente e attivamente il processo decisionale (Pignatti, 2019).

L'idea di costruire una città sulla riva sinistra della Sava non era del tutto nuova. Già vent'anni prima, subito dopo l'unificazione del Regno di Jugoslavia, al concorso internazionale per il Piano Urbanistico Generale di Belgrado (1922), il progetto del team viennese, vincitore del secondo premio propose per la prima volta di edificare l’area sulla quale sarebbe sorta Nuova Belgrado (Fig. 3).

Sebbene eccessivamente ambizioso e formale, questo lavoro ha lasciato un segno forte, aprendo a ulteriori riflessioni. Tale avvio si concretizzò già l'anno successivo nel Piano generale di Belgrado (1923), che prevedeva anche l'espansione della città in questa direzione (Fig. 4). Tuttavia, anche questa idea non venne sviluppata.

Bibliografia

CALVINO I. (1972) – Le città invisibili, Giulio Einaudi Editore, Torino.
ĐUKANOVIĆ Lj. (2015) – Typology and Valorization of Building Structure of Residential Buildings of Belgrade from the Standpoint of Living Comfort, Doctoral Dissertation, University of Belgrade, Faculty of Architecture, Belgrado.
JACOBS J. (1961) – The Death and Life of Great American Cities, Random House, New York.
MRDULJAŠ M., e KULIĆ V. eds. (2012) – Unfinished Modernisations: Between Utopia and Urbanism, Croatian Architects’ Association, Zagabria.
NURDEN R. (2009) – “Belgrade has risen from the ashes to become the Balkans party city”. The Independent, 22 marzo 2009.
PIGNATTI L. (2019) – Modernità nei Balcani: da Le Corbusier a Tito, LetteraVentidue Edizioni Srl, Siracusa.
URBEL: Urban planning Institute of Belgrade, website, http://timeline.urbel.com/en/.
BERETIĆ N., ĐUKANOVIĆ Z. e CAMPUS G. (2022) – Plural city: layered singularities and urban design: case of Belgrade City (RS). City, Territory and Architecture. Disponibile a <https://doi.org/10.1186/s40410-022-00154-5>.
BLAGOJEVIĆ Lj. (2007) – Novi Beograd: Osporeni Modernizam, Zavod za udžbenike, Arhitektonski fakultet Univerziteta u Beogradu, Zavod za zaštitu spomenika kulture grada Beograda, Belgrado.