Modernismo tropicale a Léopoldville e decolonizzazione. Il caso di studio di Lovanium di Marcel Boulengier

Alexis Tshiunza Kabeya, André Ockerman, Jonathan Nkondi



Introduzione

Sebbene fosse poco interessato all’istruzione dei congolesi, il Belgio aveva accettato per esigenze sanitarie la formazione del personale medico attraverso FOMULAC nel 1926, poi la formazione agricola mediante CADULAC, nel 1932. Queste istituzioni, gestite da cattolici, si espansero e sorse l’esigenza di creare altre scuole, tra cui la Scuola di Assistenti Medici Indigeni (AMI) (Malengreau 2010). La crescente necessità portò infine all’espansione e al trasferimento delle istituzioni che impartivano l’istruzione universitaria nella nuova Capitale (dal 1923) Léopoldville, che era in costruzione.

Nel 1949, il Congo Belga beneficiò di un importante programma di sviluppo chiamato piano decennale. Esso comportava un cambiamento significativo di politica. La colonia di sfruttamento divenne una colonia di insediamento. Tuttavia, la politica di segregazione fu fortemente incoraggiata. Il piano urbanistico redatto da Georges Ricquier sancisce questa segregazione con una zona neutrale destinata a mantenere i nativi a più di 500 metri. Diverse città indigene sono progettate dall’Ufficio delle Città Africane per le persone di colore che necessitavano di un permesso per attraversare la zona neutrale.

Con le sue idee di decolonizzazione, la Chiesa ebbe l’opportunità di dare alla nuova università un aspetto umanistico. La chiesa e l’amministrazione crearono Lovanium, nome latino ispirato all’Università Cattolica di Louvain. L’obiettivo era creare un’università africana dalla quale sarebbe emersa una cultura locale (Lacroix 1972, p.47). Fu l’inizio di un progetto unico, la più antica università dell’Africa Subsahariana (Ndaywell 2010).

L’articolo esamina come l’architettura e la pianificazione urbanistica proposte per questo progetto, costruito su un sito disabitato, riflettano la decolonizzazione e persino l’indigenizzazione: si trattava di rimuovere gli elementi caratteristici della cultura dominante per quelli adattati alla cultura dominata. Vengono forniti tre esempi: gli auditorium, la chiesa e le cliniche universitarie.

Un architetto locale con ‘’conoscenza del territorio’’

Il 29 luglio 1950, il Consiglio di amministrazione di Lovanium decise di chiedere all’architetto Marcel Boulengier di redigere un piano generale per la costruzione di una nuova Università. L’architetto belga Marcel Philippe Boulengier (1909-1976) era figlio di un imprenditore edile che si diplomò come architetto all’Accademia di Belle Arti di Mons, Belgio, nel giugno 1930. Dopo il servizio militare, iniziò a lavorare come architetto indipendente dal 1932 al 1938. Entrò nell’esercito nel 1939 ed emigrò in Congo con la moglie e i due figli per lavorare come urbanista-architetto per la force publique. Nel 1950 lasciò l’esercito per avviare il proprio Bureau d’Architecture a Binza (Kinshasa), uno dei primi a creare uno studio indipendente nella colonia, per lavorare all’ambizioso progetto del nuovo campus universitario, compreso un nuovo ospedale universitario.

Boulengier si era creato una solida reputazione all’interno della comunità coloniale belga come architetto e urbanista quando, in soli due anni (1947-1948), realizzò un’impressionante Ecole militaire des cadets et sous-officiers a Kananga (ex Luluabourg). Diversi membri del Consiglio, in particolare Joseph Van Wing[1] e Pierre Ryckmans[2], rimasero colpiti dal suo talento tecnico e organizzativo e dalla sua ‘’conoscenza del territorio’’ (Ndaywel 2010). Negli anni ‘50 e ‘60, Boulengier era un architetto molto apprezzato e coinvolto in molti progetti di grande interesse[3].

Il lay-out tropicale che evita la segregazione

Inizialmente, l’obiettivo del Consiglio di Lovanium era trasformare e ampliare l’esistente Centro Universitario di Kisantu in un complesso universitario più completo. Tuttavia, a causa delle osservazioni fatte tra gli altri dall’architetto riguardo alle dimensioni, all’ambiente e ai requisiti edilizi, era evidente che doveva essere trovato un sito completamente nuovo. Due gesuiti della vicina missione di Kimuenza, Pol Meulenyzer e Pol De Vuyst, suggerirono di esplorare il sito di Mont Alba (Kimuenza), una collina situata a circa dodici chilometri dal centro di Kinshasa (Gillon 1988, p.81). Il sito si trovava in un terreno in pendenza, più tranquillo e meno inquinato rispetto alle parti sovraffollate e piuttosto contaminate della metropoli.

Ci vollero a Boulengier alcuni mesi di lavoro molto intenso per presentare, il 3 agosto del 1951, il suo primo piano generale. Dopo un’attenta esamina del piano, per evitare fenomeni di segregazione, furono apportate diverse modifiche dettagliate specialmente relative alla concezione del quartiere residenziale (Ndaywell 2010, p.123).

È bene evidenziare che molti, specialmente all’interno dell’amministrazione coloniale e del governo belga, non erano favorevoli a questa idea (Kestergat 1985). La questione dell’istruzione superiore nelle colonie era problematica. Molti coloni vi si opponevano, sia per paura di vedere le persone di colore sostituire gli europei nei vari lavori della colonia, sia per la falsa idea che avevano delle capacità intellettuali dei nativi (Malengreau 2010, p.65).

Il lay-out finale, presentato da Boulengier nel 1951, si basa su un principio antico ma anche molto moderno: universitas docentium et studentium (Ndaywel 2010), una comunità di insegnanti e studenti, persone che lavorano e vivono insieme, con lo studio scientifico come interesse comune, e dove si possono superare distinzioni di razza, etnia, genere, religione, ecc. In questa concezione, studenti, personale e insegnanti formano una comunità di apprendimento, insegnamento e ricerca, ad esempio studenti e personale, anche il Rettore Magnifico, condividevano la stessa piscina e il ristorante (Tandt 2003).

Sul crinale di Mont Alba, le diverse sezioni erano allineate lungo un asse principale chiaro che seguiva la linea cuneiforme dell’altopiano:

- Gli edifici accademici sono situati nella parte settentrionale e sono circondati da molti spazi aperti e vegetazione piantumata;

- Il grande complesso medico è situato all’estremo nord con da un lato la facoltà di medicina e dall’altro le cliniche universitarie;

- La parte meridionale è un ambiente più boschivo, riservato a alloggi e strutture ricreative per il personale e gli studenti;

- Nel cuore del lay-out, una chiesa modernista a forma di pesce si erge e invita la comunità ad avanzare dall’area residenziale a quella lavorativa;

- Nelle vicinanze della chiesa e di fronte all’ingresso si trova un grande edificio amministrativo (le Rectorat) che ospita l’aula magna (1200 persone) e la biblioteca centrale.

Gli auditorium, sintesi del modernismo tropicale

Il lavoro di un architetto europeo in Congo nel 1950 era particolarmente impegnativo. Doveva essere pronto ad adattare dinamicamente i suoi progetti e coinvolgere le comunità locali e le tecniche tradizionali, invece di imporre un piano statico basato su idee occidentali. Molti architetti che costruivano in Congo hanno scelto il modernismo adattato all’architettura tropicale come soluzione. Gli auditorium di Lovanium, con una selezione di materiali, colori, e un linguaggio brutalista, sono una sintesi di ciò che era l’architettura tropicale a Léopoldville negli anni ‘50.

L’architetto ha gestito non solo il problema dell’occultamento del sole, ma anche quello della ventilazione, sia nell’edificio di ogni facoltà, sia nella distanza tra ogni ala e i diversi edifici.

Gli auditorium presentano un linguaggio architettonico imponente, con un gioco ritmico di claustra curtains, pietra di cava con giunti sporgenti e stucco ocra. I claustra curtains sono ampiamente utilizzati da Boulengier come metodo di protezione solare in modo intelligente. A volte però, l’effetto ventilante di questi sistemi risulta inefficace a causa del fatto che il materiale immagazzina calore. Inoltre, i piccoli fori potrebbero limitare la vista del mondo esterno e quindi aumentare la sensazione di claustrofobia. L’uso dei claustra curtains e dei brise soleil da parte di Boulengier dimostra la sua maestria tecnica. Una costante brezza fresca è creata attraverso la pratica della ventilazione naturale e trasversale. Le bocchette e le finestre sono posizionate su due lati e nella giusta costellazione, afflusso basso, deflusso alto.

I claustra curtains sono progettati in modo scultoreo in una maniera vernacolare ed eseguiti in cemento prefabbricato. Boulengier cercava deliberatamente un linguaggio formale africano, utilizzando i brise soleil come design scultoreo. Il suo modernismo non appare privo di ornamenti. L’architettura tropicale era una risposta architettonica appropriata perché riprendeva soluzioni note da millenni ai tropici usando un linguaggio modernista. Il risultato ibrido poteva piacere sia agli europei che ai nativi e far parte di una duplice tradizione architettonica.

Chiesa di Notre-Dame de la Sagesse

Nel 1956, Marcel Boulengier è chiamato a progettare la chiesa situata centralmente, un anno dopo che Le Corbusier aveva terminato la sua cappella a Ronchamp. Boulengier disegna un piano basato sulla forma di un pesce, un antico simbolo cristiano, con un tetto curvo inclinato e la sacrestia nascosta in corrispondenza delle pinne caudali. La scelta di costruire una chiesa ovale come luogo di incontro attorno a un altare è coraggiosa, quasi dieci anni prima che la Chiesa cattolica decida di portare l’altare in avanti, lontano dal coro. Dequeker Paul spiegò questo fatto con la politica dell’inculturazione, considerando gli stili gotico e romano troppo europei (Dequeker 1984).

Quando progettò la chiesa, Boulengier decise di interrompere tutti i pilastri di cemento staccandoli dal tetto mediante un telaio metallico che, appoggiato sopra i pilastri, sostiene questa lastra di tetto inclinata. Un ampio spazio aperto di quattro metri di altezza tra il soffitto della chiesa e la parte inferiore della lastra del tetto serve per il libero afflusso di correnti d’aria (e luce) attraverso le aperture di ventilazione dei claustra curtains. Questo spazio può essere raggiunto da una scala fatta di barre di acciaio nel campanile. Una galleria di cemento di tre metri di larghezza permette al custode della parrocchia di camminare lungo il perimetro interno della chiesa e di sostituire i quadrati del soffitto e le luci che, come piccole stelle, illuminano l’interno della chiesa. Un’idea costruttiva notevole nel 1957.

La facciata nord della chiesa è decorata con un grande rilievo in aluchromie, che rappresenta una vista aerea astratta di una cité populaire (Matonge). Si tratta di una scultura monumentale realizzata dal pluripremiato artista belga Paul van Gysegem[4], il quale voleva sottolineare che questo luogo è stato progettato per accogliere l’intera popolazione. Il design in aluchromie era originariamente in diverse sfumature di ocra e sabbia. Il suo disegno astratto e le forme geometriche giocose riflettono in un certo senso l’intera disposizione del campus. È stato recentemente ridipinto, dando alla figura della colomba un ruolo più prominente.

L’ingresso della chiesa è una struttura elegante composta da tre parti, con un frontone sporgente, porte in ferro battuto color bronzo e tre piastre in aluchromia in tonalità bluastre di Paul van Gysegem e Roland Monteyne che rappresentano Notre Dame de la Sagesse e varie figure bibliche. Lo stessa pensilina angolare è stata utilizzata dall’architetto per decorare altri edifici, in particolare le cliniche universitarie[5].

La poetica del linguaggio architettonico che plasma questa chiesa, con le sue forme curve, il suo meticoloso disegno di claustra curtains e feritoie, i suoi eleganti colonnati (interni ed esterni), colpisce chiunque visiti questo luogo di culto, di incontro e di canto. Oggi, la liturgia bantu riempie l’edificio con i suoi riti colorati e accoglienti, dove si alternano preghiere cantate e danzate. E infatti, il famoso coro di Notre Dame de la Sagesse ha potuto godere delle eccellenti qualità acustiche di questo edificio per più di 70 anni e affermarne la bellezza in tutto il mondo.

L’interno della chiesa è illuminato da un delicato gioco di motivi. La luce solare in entrata è filtrata da piccole vetrate colorate e dalle tende di pietra dei claustra curtains, creando così un clima interno molto piacevole. Anche quando la temperatura esterna supera i 30°C, l’interno rimane fresco.

Questo è in parte dovuto al telaio metallico che sostiene la copertura creando un’ampia area ventilata tra il tetto e il soffitto.

Gli studenti e il personale, le cui case e ville sono situate nella parte meridionale, si avvicinano al Campus dal retro della chiesa, le cui pinne caudali affondano leggermente nel terreno per aprirsi verso gli edifici delle facoltà. In un certo senso, la disposizione architettonica invita coloro che vivono nel Campus a passare davanti a questo luogo di incontro spirituale nella loro ricerca di maggiore saggezza.

Le cliniche universitarie

Costruire un ospedale è una questione complessa. In primo luogo, perché fornisce cure mediche, infermieristiche e paramediche, la cui diversità deve seguire lo straordinario sviluppo delle scienze mediche e l’applicazione delle tecnologie più avanzate al mondo ospedaliero. E in secondo luogo, perché dovrebbe tenere conto delle nuove conoscenze nelle scienze umane e dei fenomeni culturali e psicologici. Marcel Boulengier ha guadagnato una ‘’reputazione indiscutibile’’ come esperto nell’organizzazione degli ospedali grazie al modo in cui ha progettato la clinica universitaria di Kinshasa e l’E.M.I.[6].

L’esperienza di Boulengier si basava sul fatto che in un ambiente tropicale, per la costruzione e l’organizzazione di un ospedale, era necessario ripensare completamente i modelli architettonici ancora ampiamente utilizzati in Europa e negli Stati Uniti negli anni ‘50. La ragione principale di ciò risiede nel modo in cui Boulengier, in collaborazione con il prof. med. Gérard Van der Schueren, ha adattato il suo progetto alle specifiche esigenze locali (popolazione, clima e bisogni medici)[7].

La costruzione delle cliniche fu inizialmente affidata a Otraco. Avevano i finanziamenti, le capacità tecniche e la manodopera. Tuttavia, il Consiglio di Lovanium respinse i piani iniziali elaborati dagli ingegneri di Otraco (de Broyer, Buissé, Delire) e chiese a Boulengier nel 1956 (riunione del Consiglio 18.08.56, Archivio UCL) di studiare e (ri)progettare questo complesso edificio. Prima di definire i nuovi piani, il team formato da Gillon (architetti, medici, ingegneri) rifletté a lungo sulle nuove esigenze del programma da integrare nei lavori, vale a dire:

- valori umani: disponibilità, benevolenza, senso di accoglienza e collegialità;

- valori accademici: eccellenza, creazione di conoscenza (ricerca), istruzione e formazione professionale;

- un approccio più olistico e interdisciplinare, necessario in Congo a causa della presenza dominante di polipatologie;

- la creazione di un clima interno calmo e piacevole (calore, luce, ecc.) in interazione con i cortili esterni.

Quando Mons. Gillon fu invitato dagli americani, Boulengier e Van der Schueren lo accompagnarono per visitare progetti sanitari negli USA (Archivio KULeuven). Una volta tornati, il concetto architettonico principale fu chiaramente definito e rivoluzionario: l’idea era di mettere l’architettura al servizio del paziente. L’ospedale doveva adattarsi agli obiettivi e alle caratteristiche delle tre H: High technicality, Hospital hygiene e Humanization. Il motto dell’architetto era la creazione di uno spazio amichevole e accogliente in cui tutti i pazienti e il personale, di qualsiasi etnia fossero, potessero sentirsi bene. Oltre alle cure, l’ospedale fornisce una serie di altre funzioni (amministrative, tecniche e logistiche) e servizi alberghieri, coinvolgendo la presenza di una moltitudine di professionisti. La sinergia tra tutti gli individui, con l’obiettivo comune di eccellenza nel servizio alla persona sofferente, determina la qualità di questo tipo di organizzazione sociale e non commerciale che è l’ospedale.

Le nuove cliniche universitarie furono costruite in diverse fasi tra il 1958 e il 1965, ma la strategia concettuale complessiva del sito fu caratterizzata fin dall’inizio dal progetto di Boulengier.

Utilizzando la topografia esistente, l’architetto disegnò passerelle e scale esterne, collegando i tre diversi livelli e permettendo l’interazione con i grandi cortili. Molto innovativa è la lunga struttura frontale che funge da barriera visiva tra il programma più pubblico e le strutture più private riservate ai pazienti ricoverati. Si crea così una graduale progressione già dall’ingresso, con le sue ‘’giocose’’ pensiline, fino ad arrivare ai volumi più formali all’interno del sito.

Rispetto alle grandi strutture a blocchi utilizzate in Europa negli anni ‘50 e ‘60, queste cliniche universitarie hanno una struttura aperta e un orientamento più orizzontale. C’è molta esposizione alla luce solare filtrata e i cortili, con la loro vegetazione cespugliosa e i sentieri all’aperto, migliorano l’interazione con la natura.

L’organigramma degli ambulatori universitari consente la diversificazione degli spazi di servizio e di comode aree di conversazione per i pazienti in attesa di visite o risultati di esami. È forse questa l’immagine fisica concreta di questa nuova concezione delle strutture ospedaliere, contrapposta al sistema compatto e labirintico allora dominante, con corridoi stretti e indifferenziati, e sale d’attesa interne, raramente dotate di TV e dove i pazienti sono concentrati, a volte senza la dovuta attenzione al necessario ricambio d’aria o alla distanza igienica. Gli spazi di circolazione e di attesa sono aperti ai familiari in visita che, dal punto di vista congolese, si fanno carico di una parte delle cure.

Conclusioni

Il campus universitario di Kinshasa, così come è stato progettato dall’architetto Marcel Boulengier a partire dal 1951 e costruito sotto la direzione di Luc Gillon, rappresenta un patrimonio storico, culturale e architettonico di eccezionale qualità ed è difficile trovare, sicuramente in Africa, un altro complesso educativo/medico che possa eguagliare la sua bellezza e il suo aspetto. Combina la science de la haute technicité, la beauté de l’art architectural et la philosophie de l’humain di un approccio umanistico moderno all’architettura. Inoltre, rivela agli architetti che lavorano oggi in Congo e in Belgio un’ampia gamma di opportunità se si considerano durata, protezione dal calore e rapporto forma/funzione. Boulengier è morto 50 anni fa, ma il suo lavoro no.

Inaugurato il 12 ottobre 1954 con 33 studenti (Nkondi 2022), il Campus dell’Università di Kinshasa (UNIKIN) è stato la casa di molte migliaia di studenti congolesi - troppi al giorno d’oggi considerando la scala e la disposizione iniziali - e ha sofferto molto per la mancanza di manutenzione. Ma per tutti coloro che lavorano o visitano questo vasto complesso di edifici, comunemente noto come la colline inspirée, è ovvio che questo luogo è unico per la sua disposizione architettonica, la sua tecnicità, la sua atmosfera e bellezza.

L’università più antica dell’Africa Subsahariana, frequentata da illustri studiosi, politici e pionieri che hanno plasmato la vita della RDC, ha probabilmente contribuito all’indipendenza nel 1960, come molti temevano. Altri istituti saranno eretti negli anni ‘60, ma nessuno di essi sarà come Lovanium, ora l’Università di Kinshasa.



Note

[1] Joseph Van Wing (1884 – 1970) era un sacerdote gesuita belga con un forte interesse per l’istruzione. Nel 1939 fu nominato superiore dei gesuiti dell’intera regione coloniale. Dal 1948 in poi fu membro del consiglio coloniale belga e del Conseil d’Administration de Lovanium. La sua competenza era molto apprezzata e le sue opinioni venivano ascoltate. In Le Congo Déraille (1951) difese il principio della proprietà indigena contro gli interessi economici del potere coloniale. Nel 1970 il suo corpo fu rimpatriato a Kisantu per essere sepolto lì nella cattedrale Notre-Dame-des-Sept-Douleurs.

[2] Pierre Ryckmans (1891 - 1959) è stato un funzionario coloniale belga e governatore generale del Congo Belga dal 1934 al 1946.

[3] Un chiaro riferimento alla fama di Boulengier si trova in una lettera scritta da Justin Bomboko, Ministre des Affaires Etrangères et du Commerce Extérieur a Paul Henri Spaak, 9 giugno 1962 (In: PH Spaak, archives.e ui.eu/files/documents/13446) dove Boulengier è qualificato come technicien belge de grande valeur. (Boulengier progettò anche il nuovo edificio per uffici della Banque Nationale du Congo-Belge et Ruanda-Urundi (1957), l’A.M.I. (1959), diverse case residenziali (Parc Joly, ex Parc Hembise) e partecipò come architetto alla costruzione del Palais de la Nation (dal 1957 in poi) con Lambrichs. Nel 1956, Houyoux-Diongre, architecte en chef, si raccomanda di assegnare a cinque architetti la costruzione dei palazzi della sezione coloniale dell’Esposizione universale del 1958 a Bruxelles: Ricquier (Palais), Strebelle (Energie, Transports), Boulengier (Urbanisme et Habitation).

[4] Paul van Gysegem è uno scultore, pittore, grafico e musicista jazz belga. Progettò le aluchromies, Walter De Buck le produsse e furono installate nel 1963 da Van Gysegem e un gruppo di artigiani congolesi.

[5] È un peccato che l'Intendance Générale abbia deciso di costruire il memoriale recintato per Mons. Tharcisse Tshibangu così vicino alla chiesa, rovinando un po’ la vista da dietro dove l’enorme croce intonacata semi-sollevata, tono su tono, ha una posizione dominante. Forse la scelta iniziale di non mettere nessuna croce sul davanti ma solo sul retro non è stata ben compresa.

[6] Più tardi, durante gli anni ‘60, quando si dovettero costruire nuove cliniche in Belgio (Saint-Luc Woluwé, ULiège, Mons) Marcel Boulengier fu assunto come esperto per l’organizzazione architettonica (Haxhe, 2001, pp. 43-44, Woitrin, 1987).

[7] Gérard Van der Schueren era membro del Consiglio di amministrazione di Lovanium. Gli archivi di Van der Schueren, contenenti 17 progetti di Boulengier per le cliniche, sono conservati presso l’archivio di KU Leuven.

Bibliografia

BOARD OF LOVANIUM – meeting 18.08.56, Archives UCL.

BOMBOKO J. (1962) – “Lettre du Ministre des Affaires Etrangères et du Commerce Extérieur Justin Bomboko au Ministre Paul Henri Spaak”, 9 giugno 1962, In: SPAAK P. H., Historical Archives of the European Union. [online] Disponibile a: <archives.eui.eu/files/documents/13446>.

DEQUEKER P. e MUDIJI M.G. (1984) – Églises tropicales. Éditions C.E.P., Kinshasa.

GILLON L. (1988) – Servir, en actes et en vérité. Duculot, Parigi.

HAXHE J-J. (2001) – Si Saint-Luc m’était conté… Plus de trente ans d’histoire. 1966-1996. Racine, Bruxelles.

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WOITRIN M. (1987) – Louvain-la-Neuve / Louvain-en- Woluwe, le grand dessein. Duculot, Paris/Gembloux.