









Ambientismo e Commozione
C’è un carattere che accomuna le esperienze progettuali che saranno sinteticamente commentate di seguito, elaborate per luoghi diversi dell’Africa Subsahariana (Sudan, 2005-10; Etiopia, 2010; Tanzania, 2023), in un arco temporale quasi ventennale; il carattere del “realismo”.
Non è lo scopo di questa breve testimonianza approfondire il tema del realismo in architettura[1] (Tafuri 1985) – o il realismo nell’architettura dell’Africa Subsahariana, approfondendo in termini generali e storiografici la validità di una eventuale nuova categoria interpretativa (D’Agostini 2013)[2], ma riflettere attraverso quali percorsi conoscitivi e interpretativi, più o meno inconsciamente sedimentati nelle esperienze di scuola romana e praticando un riconoscibile modus operandi, si siano elaborate risposte di progetto, per la specifica realtà dei luoghi e le necessità della committenza. Si sia tentato, cioè, di interpretare l’identità dei contesti rinnovando le fonti di ispirazione rispetto ai modelli offerti e noti in letteratura e nella prassi, sperimentati durante diverse fasi coloniali (di ispirazione tardo ottocentesca e novecentesca modernista). Le esperienze più mature proposte e realizzate da architetti italiani moderni in Africa e nel Mediterraneo hanno avuto luogo fra il XIX e XX secolo, ed in particolare nel periodo del ventennio fascista e nel secondo dopoguerra, quando si realizzarono opere e interventi in Libia, Egitto e in Etiopia. Le pubblicazioni e le ricerche di Ezio Godoli (Godoli 2008) e di Benedetto Gravagnuolo (Godoli, Gravagnuolo, et al, 2008) sono fra le più esaustive e indagano personalità e vicende diverse. Sulle esperienze francesi in Nord Africa, uno dei lavori più significativi è Casablanca Colonial Myth and Architecture Ventures (Cohen e Eleb 1998) di Jean Louis Cohen e Monique Eleb.
Rimane fondamentale l’illuminante lettura offerta da Giuseppe De Rita durante una intervista (Del Monaco 2021) di qualche anno fa, nella quale affermava che l’architettura italiana in Africa è figlia della land Reclamation, cioè delle bonifiche agricole realizzate durante il fascismo ed eseguite da aziende come Salini, più tardi applicatesi alle infrastrutture stradali, in tutto il mondo, ma presente in quegli anni soprattutto nei paesi del Mediterraneo allargato e in Africa. Ciò dimostra che l’architettura era concepita da governi e aziende come un servizio che amplificava l’offerta di interventi di infrastrutturazione e modernizzazione.
Florestano Di Fausto, noto per i suoi interventi architettonici in Libia (McLaren 2005), riproponeva in quelle terre lontane azioni e linguaggi affini ad alcune proposte per le città della Pianura pontina e per i pueblos de colonización franchisti in Spagna (Lejeune 2021); un insieme di programmi e interventi finalizzati alla trasformazione dei territori ed allo sviluppo dell’agricoltura in Europa e in Africa fra il primo e il secondo dopoguerra. Durante quella articolata fase storica, in Italia si dibatteva su quale dovesse essere il linguaggio nazionale dell’architettura. In parallelo gli architetti romani di rilievo impegnati in quel dibattito, e docenti della Facoltà di Architettura, si misurarono con esperienze di pianificazione e progettazione di rilievo nel Mediterraneo allargato e in Africa: si pensi ai lavori urbani di Marcello Piacentini e Arturo Mezzedimi ad Asmara (Tecle 2015) in Etiopia; di Luigi Piccinato a Tobruk in Libia (1925) e ad Atakoy, Istanbul (1956); di Riccardo Morandi per il ponte sul Wadi al-Kuf in Libia (1965-72). In particolare, nel secondo dopoguerra, le politiche di sviluppo e di cooperazione internazionale ebbero molta incidenza: si pensi all’esperienza ultradecennale in Tunisia – tanto per citare un caso significativo e strutturato – di Pietro Barucci, Piero Maria Lugli, Plinio Marconi, Giuseppe Nicolosi, Ludovico Quaroni, Luigi Vagnetti. E, dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta le azioni professionali di Lucio Barbera con la ProgRes in Egitto, Marocco, Togo,[3] che di quel ciclo generazionale e rappresenta l’ultimo romano, classe 1937, ad avere sperimentato progetti direttamente sul campo, con continuità, nel Mediterraneo allargato e in Africa.
È importante chiarire che con il concetto di realismo non si intende in questa sede alludere al neorealismo né scomodare il realismo magico, cioè quell’insieme di esperienze che una parte della cultura architettonica italiana, in particolare romana, condivise nel dopoguerra con il mondo del cinema e della letteratura (Reichlin et al, 2001),[4] – ma è anche inevitabile che esse rimangano questioni attive sullo sfondo. Ci riferiamo, per questa lettura, alle esperienze che riguardano i protagonisti della Scuola romana di Architettura, in un momento in cui si assistette, infatti, alla transizione fra la cultura fascista, cioè all’idea di architettura come arte di stato e soprattutto rappresentazione di una identità politica, all’architettura come professione di rilevanza sociale[5] interessata anche all’architettura ordinaria e alla cosiddetta “architettura minore” e che nella scuola di Roma aveva una tradizione importante nelle attività dell’Associazione Artistica tra i Cultori dell’Architettura (Aacar) nella quale Gustavo Giovannoni fu uno degli animatori più attivi.
Negli anni della fondazione della Scuola, da tempo anche allo studio delle Commissioni dell’Aacar e di Giovannoni in particolare, quelle opzioni di ricerca di una italianità architettonica – che, con evidente approssimazione, possono essere riferite almeno a tre diverse declinazioni del tema: storica/monumentale, minore/ ambientista e innovativa/poi anche razionale – non erano ancora tutte facilmente distinguibili. Ma Giovannoni provò a individuarle, avocando soltanto a sé l’opzione ambientista che era invece sicuramente ancora coltivata, in diversa misura e con appropriata destinazione, da molti dei suoi colleghi, non escluso, come si è detto, Piacentini. [...]: “a noi italiani, che sentiamo la crisi architettonica più degli altri per la grandezza della nostra tradizione, che non vogliamo e non dobbiamo abbandonare, conviene orientarsi, verso le tendenze di semplicità [...] ed ecco negli studi sull’arte passata prevalere opportunamente le ricerche sull’architettura minore [...] ed ecco nella composizione i temi modesti e costruttivi [...]” Una possibile esemplificazione di questo programma è riconoscibile nella tesi di laurea di Luigi Vietti – un albergo ambientato a Cernobbio, piccolo borgo rurale sulla costa del lago di Como –, premiata da Giovannoni nel 1928, forse in polemica con la partecipazione di alcuni allievi della Scuola alla I Esposizione italiana di architettura razionale (Pallottino 2021).
Introducendo l’opzione ambientista giovannoniana, e associandola
agli scopi sociali dell’architettura, non si intende stabilire
automaticamente un nesso fra la categoria del realismo e la
categoria del vernacolare, del pittoresco, del regionalismo, ecc.,
cioè tentare classificazioni secondo schemi storiografici
prefissati. Ci preme invece evidenziare quali siano gli strumenti
metodologici e operativi elaborati in alcuni contesti culturali che
possano essere trasferiti e applicati a contesti diversi, a morfologie
culturali diverse. Introducendo, quindi, ciò che studiosi
dell’Africa come Frobenius definivano “commozione”,
un impulso intuitivo rispetto alla interpretazione della realtà,
più simile alla condizione istintiva del bambino che
dell’adulto (Barbera 2014). Più simile ad una
interpretazione fenomenologica ed espressiva che razionalista.
La bellezza è nell’occhio di chi guarda” dice Wölfflin. Determinante è la posizione da cui guardo un quadro, ma anche l’illuminazione e la cornice in cui esso è posto; e in terzo luogo è decisiva l’intima predisposizione di chi lo produsse; chiamandolo il “creatore”. (…) L’Ottocento tacitò quest’esigenza in un modo così primitivo che talvolta ebbe effetti addirittura grotteschi e barbarici. Si pensi al problema dell’origine e dei singoli “progressi” della civiltà. Anzitutto domina la concezione di Spencer-Tayor. Tutto fu spiegato da una posizione mentale determinata dalla peggior tirannia della causalità. Si domandava. “Per quale scopo, con quale intento? E si rispondeva: “affinché… (…) La scienza scoprì “l’impulso al gioco” come un fenomeno notevole solo in quanto si presenta già nel bambino, proprio naturalmente non originariamente suscitato dall’educazione”. (…) l’uomo acquista due forme di vita, quella dell’“essere” e quella del gioco. Nel rappresentare “la propria parte” è l’origine di ogni civiltà. E la parte che l’uomo singolo, il popolo, un’umanità legata al tempo o al luogo devono interpretare è quella scritta espressamente per un uomo come individuo e per i molto come comunità. Ma quel che “è scritto”, si rivela nella commozione [Ergriffernheit]. (…) Si tratta della nostra ristretta facoltà di percezione, che in parte dipende dai sensi e dall’intelletto, in parte dal sentimento e dal “paideuma” (Erlebte Erdteile, IV). A tale distinzione dei più importanti organi della sintesi vitale corrisponde forse un ordine del mondo circostante, che distingue una sfera fenomenica dei fatti e una sfera fenomenica della realtà. (Frobenius 2013/1933).
Nel corso del suo saggio Frobenius distingue e analizza gli stili di poesia popolare distinguendo gli Stili del realismo Romantico (civiltà etiopica), e quelli del Realismo razionalistico (civiltà camitica). Qui ne accenniamo soltanto per evidenziare quanto interessante potrebbe risultare un nuovo approccio per una indagine teorico critica. Si pensi anche ai recenti tentativi (Santini 2020) abbozzati da alcuni studiosi di comparare figure come Aby Warburg e Leo Frobenius, per lungo tempo trascurati, entrambi tedeschi e quasi coevi. Ed entrambi coevi di Gustavo Giovannoni, cioè di quel momento culturale di transizione fra cultura ottocentesca e novecentesca, molto fertile e forse troppo semplicisticamente considerato e incasellato dalla storiografia novecentesca entro definizioni “tradizionaliste”.
Insediamenti urbani, servizi per la salute e infrastrutture per la ricerca e il patrimonio storico in Sudan, Etiopia, Tanzania (2005-2023)
A ben guardare gli strumenti metodologici e interpretativi menzionati fin qui permetterebbero di elaborare un approccio alle trasformazioni nell’architettura della città africana contemporanea (insediamenti e costruzioni) ragionando sulla continuità e non tralasciando il desiderio di modernità, che è presente e legittimo. Tenendo conto che l’Africa, nel quadro globale, rappresenta ancora una riserva importante con i suoi territori per preservare l’equilibrio fra città e natura, aree urbane ed extra urbane, non essendo ancora del tutto alterate nella misura in cui è accaduto in alcuni paesi asiatici, dove le condizioni paiono irreversibili. Approccio, quello tratteggiato, non tanto distante rispetto alla posizione di Diébédo Francis Kéré che, nel commentare la scuola realizzata nel suo villaggio di origine, la Gando Primary School, argomenta come segue: «I did a modern building that is not westernised, and not a traditional African building,» e che il suo scopo era «to create a building that responded the best to the need of the climate and the need of the people, using the most available material» (Block 2020). Approccio diverso, tuttavia, da quello promosso in diverse fasi storiche da architetti francesi sia nelle periferie di città come Parigi e Marsiglia, che nelle ex colonie, proponendo un’architettura modernista di massa, fra i cui migliori esempi si registrano le opere di Fernand Pouillon.
Le esperienze descritte di seguito, invece, si concentrano su una
domanda di architettura finalizzata al miglioramento delle
qualità di vita dei centri urbani medio-piccoli, dei servizi
sociosanitari di aree periferiche e dei luoghi di ricerca, studio e
conservazione del patrimonio culturale, in aree di rilievo, ma
relativamente remote.
Regional Development Plan del Kordofan, KPP5 Khartoum Planning Project 2006-2010
Nel 2005 l’ingegnere Riccardo Raciti (Mefit Sudan[6]), contattò Lucio Barbera, preside della Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni” della Sapienza, per avviare una collaborazione di ricerca-consulenza (oggi si definirebbe “conto terzi”), per la redazione del Piano di Sviluppo del Nord Kordofan e delle principali città della regione, in particolare della città capitale El Obeid. Fra il 2006 ed il 2010, quindi, firmata la convenzione di ricerca, un gruppo interdisciplinare[7] della Sapienza contribuì all’impostazione di strumenti di pianificazione territoriale, di progettazione urbana ed alla formazione di professionisti locali, con il contributo di alcuni assegnisti di ricerca finanziati dalla convenzione. Nel Corso degli anni l’agenzia Mefit Sudan, con il contributo di Sapienza, vinse l’incarico anche per il Regional Development Plan della regione del White Nile e partecipò al bando per il KPP5 Karthoum Planning Project: il raggruppamento risultò vincitore. I disegni qui presentati rappresentano una sintesi del complesso lavoro di consulenza, interrotto dalle vicende politiche sudanesi nazionali ed internazionali, dopo la prima fase di impostazione. Le missioni svolte sul campo, il confronto e lo scambio con gli uffici amministrativi e tecnici locali permisero di constatare, il ruolo ancora essenziale della popolazione locale (in parte nomade e in parte stanziale ed agricola) nel processo di realizzazione e gestione degli insediamenti residenziali, ciò che più o meno consapevolmente e propriamente si definisce autocostruzione[8].
Le capacità tecniche e organizzative diffuse, quindi, dovrebbero essere preservate e rigenerate ed integrate con le strumentazioni tecniche minime, indispensabili per migliorare la qualità media dell’habitat e per affermare in un più vasto quadro geografico e culturale, Mefit Sudan nominò project manager Corrado Giannini, architetto romano e progettista della società di progettazione ProgRes-S.T.R diretta da Lucio Barbera attiva in Medio Oriente e in Africa durante gli anni Sessanta e Settanta. A causa delle gravi accuse, poi revocate, mosse al Presidente Omar al-Bashir per il suo coinvolgimento nella crisi del Darfur l’attività di Mefit-Centecs (Del Monaco 2023)[9], proseguì senza il contributo Sapienza, ed è stata poi documentata da studiosi sudanesi nel paper Khartoum 2030 Towards An Environmentally-Sensitive Vision for the Development of Greater Khartoum, Sudan (Hamid e Bahreldin 2014). In sintesi, si può affermare, che gli interventi proposti, sebbene non completati con la supervisione di Sapienza, per il sopraggiungere di eventi esterni, avevano come importanti precedenti i lavori svolti in Togo da Barbera-Giannini con la ProgRes nel 1976 (e illustrati in questo stesso volume), suggerendo infrastrutturazione, governo delle acque piovane e urbane, inondazioni e l’introduzione di alcune elementari norme di base per la costruzione delle fondazione e dei piani terra degli edifici, lasciando alla auto-costruzione degli abitanti la realizzazione delle proprie abitazioni.
Health Operator Learning Center Adwa (Tigray), Ethiopia, 2010
Questo progetto, redatto la Lucio Barbera e Anna Irene Del Monaco, è stato elaborato su richiesta della Croce Rossa italiana, della Croce Rossa etiope e della Facoltà di Medicina della Sapienza Università di Roma (Ospedale Sant’Andrea), il cui riferimento era il professor Maurizio Simmaco. Il progetto è uno studio progettuale liberamente offerto dagli autori alle istituzioni menzionate. Le richieste iniziali delle istituzioni coinvolte riguardavano la progettazione di un centro sanitario di monitoraggio madre-bambino, tenendo conto del numero di orfanotrofi presenti nell’area e delle problematiche cliniche connesse, gestiti prevalentemente da organizzazioni religiose e non governative.
Nel corso dei sopralluoghi e del confronto con le istituzioni locali, il programma funzionale è stato modificato più volte e la richiesta finale – che fin dall’inizio ha tentato di conservare un ampio carattere di flessibilità – è diventata un centro di apprendimento per gli operatori sanitari, con l’aggiunta di un ambulatorio. Il progetto era stato accettato e approvato dalle autorità locali, e le indagini preliminari per la cantierizzazione del progetto si erano concluse quando, improvvisamente, mentre sul terreno già si picchettava per le fondazioni, il programma è stato sospeso, forse per un mancato accordo fra la Croce Rossa locale e le diverse organizzazioni non governative presenti nell’area. L’idea progettuale proposta teneva conto dei sistemi di costruzione utilizzati localmente, o che sembravano avere prodotto i migliori esiti, con l’intento di cercare di estrarre, a partire dalla realtà, elementi di linguaggio architettonico sistematizzati e formalizzati per migliorarne il rendimento e gli esiti estetici. Quindi, fu importante intervistare la popolazione locale e condurre sopralluoghi fra le costruzioni realizzate in quella stessa area dalle maestranze locali.
La topografia del terreno, in lieve discesa, avrebbe inciso sul fatto che le coperture sarebbero diventate una sorta di “quinto prospetto”. L’impostazione del progetto prevedeva una sequenza di cortili collegati da passaggi coperti e aggregati in padiglioni che disegnano una sequenza di stanze aperte e chiuse, collegate da passaggi semi coperti. Gli edifici aggregati alla stregua di vagoni di un treno, di altezze diverse, a seconda delle funzioni, fluttuano come volumi in tensione – per via dei tetti inclinati di altezze differenti e le variazioni del pattern planimetrico – su un terreno brullo che si apre su una valle, popolato da cespugli, rocce e qualche albero sparso. La connessione diretta fra il disegno delle finestre e gli elementi strutturali aveva l’obbiettivo di ridurre al minimo eventuali errori esecutivi ed il mancato controllo sul posto durante l’esecuzione, e per ottenere comunque un risultato formalmente controllato nel caso di un eventuale uso di sistemi di costruzione di bassa qualità.
I portici sono un luogo fondamentale del progetto, scandiscono il ritmo spaziale, e ripropongono lo spazio semi-pubblico all’aperto, il più utilizzato dalla popolazione locale. Infatti, questi sono stati concepiti per attività educative all’aperto oltre che di transito e di sosta temporanea. La dimensione, la posizione e il disegno delle finestre sono concepiti per facilitare la ventilazione naturale – questione fondamentale per ragioni climatiche e di igiene – e la circolazione dell’aria nei diversi padiglioni che definiscono l’articolato tessuto edilizio e la sequenza di spazi semi aperti aggregati.
THOR Tanzania Human Origins Research - 2023
Thor è uno Science Center da realizzarsi nel Parco archeologico di Laetoli, in Tanzania, promosso da un consorzio[10] di ricerca fondato dalla Scuola di Paleontologia di Perugia che coinvolge cinque università italiane ed alcune istituzioni della Tanzania, oltre al Ministero degli Affari Esteri[11]. Nel parco sono presenti padiglioni assegnati a missioni internazionali, utilizzati per attività di ricerca, didattica, deposito.
La direzione del Parco di Laetoli ha posto una condizione perentoria: il nuovo Science Park Thor deve essere “ispirato” agli insediamenti e all’architettura locale (ad esempio i villaggi Maasai, ecc.). Il lotto assegnato, sul quale dovrebbe essere realizzato il nuovo edificio, ha un affaccio d’angolo sull’area di raduno centrale del campo, utilizzato come una sorta di piazza. Quella di ottimizzare gli spazi esterni come luoghi di aggregazione e per attività all’aperto (ricerca, trattamenti, didattica), è stata una seconda sollecitazione progettuale espressa dal consorzio. Le richieste corrisponderebbero anche ad intenzioni di lungo periodo dei gestori del parco, che sembrerebbero orientati a sostituire gradualmente gli edifici già realizzati per attuare quella che si potrebbe definire una ristrutturazione paesaggistica del campo, eliminando costruzioni “fuori contesto”. Quindi il centro Thor sarebbe un test per una possibile nuova tipologia di edificio tipo, in vista delle future sostituzioni. Le richieste dei membri della missione prevedevano due stanze da letto con bagno, un deposito, una stanza tecnica “asciutta”, una grande sala destinata ad eventi pubblici e didattica sulle cui pareti potesse trovare spazio una libreria, espositori e scaffali per l’archiviazione e l’esposizione temporanea dei reperti.
Il progetto è stato elaborato conducendo confronti intermedi, soprattutto per gli aspetti funzionali, con i colleghi archeologi, che tuttavia hanno interagito con interesse ed efficacia anche rispetto ad opzioni morfologiche e formali sottoposte loro nella fase di impostazione delle idee iniziali di progetto. Inoltre, una versione intermedia del progetto è stata discussa con il direttore del parco di Laetoli, un ingegnere dottore di ricerca temi di preservation e beni culturali, in occasione di un suo viaggio a Roma. Il confronto con lo stesso, insieme con i responsabili archeologi, è stato fondamentale per finalizzare le questioni di realizzabilità tecnica e per definire scelte sui sistemi costruttivi che hanno portato alla stesura finale degli elaborati inviati per la stima dei costi. L’idea progettuale, consegnata alla direzione del parco dalla missione italiana, sottoforma di progetto preliminare, è stata quindi stimata localmente. La scorsa estate, la missione archeologica ha iniziato ad attivare la raccolta fondi per la realizzazione di Thor.
I nuovi Rinascimenti verranno dall’Africa?
Nel 2005, si tenne un colloquio fra Arnaldo Bruschi e Lucio Barbera, presso il Dipartimento di Storia di Architettura della Sapienza, nel quale Barbera intendeva consultare il grande storico romano e sensibile progettista, in vista dell’organizzazione di un possibile convegno sull’identità dell’architettura italiana. L’opinione di Bruschi, entrando nel merito, fu piuttosto decisa e di seguito parafrasata: oggi non ha molto senso interrogarsi sul problema dell’identità dell’architettura italiana, perché è molto probabile che i rinascimenti verranno da altri luoghi: l’Asia, l’Africa.
Quello che sappiamo dalla storia, continuò a spiegare Bruschi, è che in alcuni momenti, in alcuni luoghi si forma ed emerge una koinè: l’Atene del V secolo, l’Italia del Rinascimento, la Francia del diciottesimo secolo, Londra nel diciannovesimo secolo, New York nel ventesimo secolo. In Italia, in questa fase storica, non ci sono le condizioni politiche ed economiche, sosteneva Bruschi, proponendo quasi una chiave interpretativa antropologica, perché avvenga un nuovo rinascimento. Sarà più facile che nei prossimi anni alcuni italiani siano chiamati altrove per contribuire ad altri rinascimenti, come avvenne a Leonardo ed altri artisti, che in epoche lontane viaggiarono e applicarono il loro genio in altri contesti.
Continuando idealmente il ragionamento dello storico romano, possiamo aggiungere che, è difficile prevedere se in futuro il successo di alcuni modi di fare architettura, come il caso di Francis Kéré ed altri bravi architetti di tutte le nazionalità che i sono formati in giro per il mondo, e che quando progettano tengono conto dei caratteri del contesto, non dipenderà tanto dall’emergere di una koinè specificamente radicata in un luogo o se, per effetto della cultura globale – oramai una realtà irreversibile – amplificata dalla comunicazione artificiale (Esposito 2022), non sarà sempre più importante ristrutturare o preservare le identità specifiche di un’area culturale, come avrebbe detto Saverio Muratori, e saper leggere la realtà dell’architettura delle città, come avrebbe detto Ludovico Quaroni, e raccontarla e riproporla, seppure trasfigurata o re-immaginata, secondo rinnovate sensibilità.
Note
[1] Si legga anche M. González Pendás, Realism Under Construction: Manfredo Tafuri’s Other Road to Criticism, in Proceedings, Annual Meeting ACSA, 2011, pp. 11-20.
[2] Per meglio orientarsi su luoghi comuni e contraddizioni attorno al concetto di realismo.
[3] Di questa attività progettuale si trovano tracce nei curricula, nei regesti delle opere e in alcune pubblicazioni (vedi Del Monaco 2021).
[4] “When Manfredo Tafuri was asked to write an essay on “Architecture and Realism,” he began his treatment of the theme by pointing out that “What I shall call here Realism ... is ... the fruit of a historic construction; (…) yet very real-debates about whether or not modern architecture lived up to the strict canons of socialist realism were, in any case, a bit casual, although entirely appropriate to the objects of his analysis, which, by and large, also coincide with the subject of this essay. Here, I will go no further than to indicate a few possible directions for study”. Su queste interpretazioni incide la limitata conoscenza che perfino autorevoli storici hanno sulle prime esperienze professionali e di studio di Tafuri e dei suoi coetanei romani, in particolare il Gruppo AUA Architetti Urbanisti Associati (vedi L’ADC n. 20-21, 2021). Soprattutto per la fondamentale idea della missione sociale dell’Architettura.
[5] AUA Architetti Urbanisti Associati, “Architettura e Società. Problemi e prospettive attraverso uno studio della situazione romana” “Superfici”» n.5, aprile 1962, p.19. (Testo firmato da 8 dei 14 componenti del gruppo: Lucio Barbera, Sergio Bracco, Giorgio Piccinato, Vieri Quilici, Bernardo Rossi Doria, Stefano Ray, Manfredo Tafuri, Massimo Teodori).
[6] Mefit, è stata una società di progettazione costituita da Riccardo Raciti, Vittorio Gigliotti, Paolo Portoghesi, molto attiva in Medio Oriente ed Africa durante gli anni Sessanta; ha vinto il concorso e realizzato la Moschea di Roma.
[7] La Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni”, quindi, divenne capofila di un gruppo di ricerca interdisciplinare nel quale coinvolse studiosi della Facoltà di Economia, coordinati dal preside Attilio Celant (Geografia economica), Enrico Todisco (Demografia), Francesca Gastaldi (Scienza delle finanze), Paolo Mellano (Cooperazione e sviluppo); la Facoltà di Lettere con Antonino Colajanni (Antropologia); la Facoltà di Medicina con Maurizio Simmaco (Biologia molecolare, con esperienza di cooperazione ospedaliera in Africa); la Facoltà di Ingegneria con Eugenio Borgia e Alessandro Ranzo (Ingegneria dei Trasporti); la Facoltà di Geologia con Sirio Ciccacci. Il gruppo ha compiuto fra sei e otto sopralluoghi in Sudan, collettivi o per gruppi, riunioni ufficiali con i governi e l’amministrazione locale elaborando cartografie, rapporti, schemi di piano e training (tutoraggio) a gruppi di giovani professionisti locali selezionati da Mefit Sudan.
[8] L’autore ragiona su come l’autocostruzione può essere ancora una essenziale possibilità in alcuni contesti, se riconsiderata tenendo conto del sapere e delle tecniche attuali, per risolvere e normare procedimenti che comunque avvengono spontaneamente.
[9] Ulteriori dettagli, anche sulla composizione del gruppo di lavoro a Khartoum di Mefit-Sudan sono pubblicati in (Del Monaco 2023).
[10] Sapienza Università di Roma (Dipartimento di Biologia Ambientale, Giorgio Manzi), Università di Perugia (Marco Cherin), Università di Firenze (Alessandro Riga), Università di Pisa (Giovanni Boschian), Università di Dar El Salam. Il consorzio include anche Missioni Archeologiche, Antropologiche, Etnografiche italiane all’estero MAECI.
[11] Chi scrive, e quindi anche l’autrice del progetto, è stata introdotta al suddetto consorzio dal professore Nicola Santopuoli, dell’Università degli studi di Bologna, che già collabora con lo stesso consorzio per aspetti che riguardano il Restauro architettonico.
Bibliografia
BARBERA L.V. (2023) – Scuola estiva 2023 - Città Future, 29 agosto - Città possibili. [online] Available at a: <https://www.youtube.com/watch?v=dpkBt-aSHGI&t=2401s>.
BARBERA L.V. (2014) – Foreword - The City in the Evolutionary Age. “L’architettura Delle città - The Journal of the Scientific Society Ludovico Quaroni”, (3-4-5).
BLOCK I. (2017) – Diébédo Francis Kéré says school that launched his career is “not a traditional African building”. Dezeen.
COHEN J-L. e ELEB M. (1998) – Casablanca. Myth and Architectural Ventures. The Monacelli Press 2002.
D'AGOSTINI F. (2013) – Realismo? Una questione controversa, Bollati Boringhieri Torino.
DEL MONACO A.I. (2021) – 1947-1991, Architetti italiani nel Mediterraneo. Istituzioni e Autori. Nuova Cultura, Conversazioni.
DEL MONACO A.I. (2023) – Urban majority: la soglia fra città e slum. L’esempio del Sudan, in M. Argenti, A.B. Menghini, F. Sarno. Do-it-Yourself / Do-it-Together. Architettura della cooperazione con l’Africa subsahariana, Edifir-Edizioni, Firenze.
ESPOSITO E. (2022) – Comunicazione artificiale. Come gli algoritmi producono intelligenza sociale. Bocconi University Press.
FROEBENIUS L. (2013/1933) – Storia della civiltà africana. Adelphi, II Orientamento e realtà.
GODOLI E. (2008) – L’Orientalismo nell’Architettura Italiana tra Ottocento e Novecento. Maschietto Editore, 1999; GODOLI E., Architetti e ingegneri italiani in Egitto dal diciannovesimo al ventunesimo secolo. Maschietto Editore.
GODOLI E., GRAVAGNUOLO B. et alii (2008) – Risultati di una Ricerca PRIN 2005, Ezio, Godoli; Benedetto, Gravagnuolo; Giuliano, Gresleri; Ricci, Giuliana (a cura di), The Presence of Italian Architects in Mediterranean Countries, Maschietto editore.
HAMID G.M. e BAHRELDIN I.Z. (2014) – “Khartoum 2030 Towards An Environmentally-Sensitive Vision for the Development of Greater Khartoum, Sudan”. L’architettura delle città - The Journal of the Scientific Society Ludovico Quaroni, n. 3-4-5.
LEJEUNE J-F. (2019) – Built Utopias in the countryside: the rural and the modern in Franco’s Spain. TU Delf, Architecture and Built Environment.
MCLAREN B.L. (2005) – “The Architecture of Tourism in Italian Libya: The Creation of a Mediterranean Identity”. In: BEN-GHIAT e FULLER (edited by) Italian Colonialism. Italian and Italian American Studies. Palgrave Macmillan, New York.
PALLOTTINO E. (2019) – Filologia urbana in chiave ambientista: una prospettiva italiana nel primo quarto del Novecento. Gustavo Giovannoni e la teoria delle “espressioni semplici”. In: MOSCHINI e BONACCORSO (edited by), Gustavo Giovannoni e l’architetto integrale. Convegno internazionale, Accademia Nazionale di San Luca, p. 25.
REICHLIN B., SHUGAAR A. e BRANDEN W.J. (2001) – “Figures of Neorealism in Italian Architecture (Part1)”. Grey Room, n. 5.
SANTINI C. (2020) – “Comparing Aby Warburg and Leo Frobenius”. Journal of the History of Ideas, 10 agosto
TAFURI M. (1985) – “Architettura e realismo”. In: AA.VV, L’avventura delle idee nell’architettura: 1750-1980. Triennale di Milano, Palazzo della Triennale: Milano.
TECHLE MISGHINA B. (2015) – Asmara an Urban History. Nuova Cultura.