Città Vs Campagna. Per un rinnovato interesse verso l’insediamento rurale 

Enrico Prandi, Tommaso Brighenti




Assolta una delle missioni della rivista, ossia quella di ribadire la memoria su fatti storici passati che le nuove generazioni potrebbero non conoscere, ci apprestiamo ad assolvere una seconda missione non meno importante: quella di rendere utilizzabile l’esperienza storica come materiale di progetto.

A questo punto ci si può chiedere quale potrebbe essere oggi l’utilità di guardare a modelli insediativi alternativi a quelli urbani?

È questa la domanda che sottende questo numero monografico curato da Cristina Pallini denso di straordinari esempi tipologici urbani, architettonici e figurativi di ambito internazionale, che riprende una linea di ricerca maturata dall’esperienza acquisita nell’ambito del progetto MODSCAPES (Modernist Reinventions of the Rural Landscape), finanziato dall’Unione Europea. Ricerca che si rivolgeva a una categoria speciale di aree rurali, ovvero i programmi di sviluppo agricolo su larga scala attuati nel XX secolo in diversi contesti socio-politici in Europa.

Concentrati come siamo attualmente sui temi della città nell’ottica della rigenerazione urbana, legati anche a determinate circostanze come il PNRR - Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ci siamo via via dimenticati dei temi per così dire extra moenia. Il piccolo ha sostituito il grande (l’intervento di rigenerazione ha sostituito la visione generale): senonché, l’idea di città, di composizione del tutto al quale la parte si deve rapportare risulta ancora fondamentale pena la frammentazione degli interventi.

Nel palinsesto della città, in cui attualmente dominano interventi a favore delle periferie con alcuni temi funzionali trainanti quali le Scuole (Nuove Scuole, Scuole 4.0), ci dimentichiamo dello spazio rurale, della campagna, di ciò che sta tra città e città, popolato (si fa per dire) da piccoli borghi o villaggi ormai disabitati che presidiano territori incolti: tale spazio appare annichilito da un inconscio hic sunt leones. A poco, infatti, serve l’intervento “Valorizzazione dell’Architettura e del Paesaggio rurale” attuato soprattutto in ottica di preservare i paesaggi rurali e storici, attraverso la tutela dei beni della cultura materiale e immateriale, e promuovere iniziative e attività legate alla fruizione turistico-culturale sostenibile, dando valore alle tradizioni e alla cultura locale. Inoltre, le sfide future, come le migrazioni, i cambiamenti demografici e climatici, riguardano sia le aree urbane ma soprattutto quelle rurali, come è chiaro dalle politiche dell’Unione Europea che considerano anche la vivibilità e l’attrattiva della vita rurale come necessario campo d’azione, ma soprattutto come è ancora più tristemente visibile dai recenti casi di cronaca di tutte quelle calamità naturali che sempre di più colpiscono i nostri territori, dalle alluvioni e inondazioni, alle frane e agli smottamenti, fino ai terremoti e gli incendi, eccetera.

È questo pertanto il momento di esplorare (ed alcuni stanno iniziando a farlo) quei territori spesso interni collinari alpino appenninici di non facile raggiungibilità e posti al di fuori dalle principali rotte di collegamento precipitosamente abbandonati dal trasferimento delle giovani generazioni. Un tema che ci chiama in causa, come architetti, progettisti, studiosi, invitandoci ad tralasciare i gesti autoreferenziali e ad abbracciare quella comprensione approfondita di relazioni tra caratteristiche identitarie e scenari di trasformazione. Approccio globale che ci impone una consapevolezza allargata di conoscenze che dall’ingegneria ci portano fino agli studi sociali.

Come ci insegna la storia, successivamente all’anno Mille, città e campagna si sono contese il primato dell’urbanesimo: nel ricorso storico si susseguono ciclicamente periodi di prosperità e crisi dell’una e dell’altra parte con conseguenti flussi migratori in entrambe le direzioni.

Con un po’ di ritardo rispetto all’evoluzione urbana, dovuta ad una maggior concentrazione di studi, anche il paesaggio rurale è stato investito da cambiamenti che meritano di essere considerati dall’architettura. Non vi deve essere solo la chiave conservativo-valorizzativa del paesaggio, musealizzato ai fini turistici proposta dagli estensori del PNRR. Così come ci appelliamo alla non musealizzazione dell’organismo urbano, altrettanto dobbiamo fare nei confronti del paesaggio rurale nella convinzione che non esiste evoluzione senza trasformazione (chiaramente condotta nel solco di una compatibilità ambientale).

Se non di vera e propria “rivoluzione agricola” (di origine marxista), si possa parlare è pur vero che il ritorno alla campagna è oggi agevolato anche dall’evoluzione tecnologica applicata alla produzione agricola tant’è che comunemente si parla di Agricoltura 4.0 o Agricoltura di Precisione, rigenerativa, eccetera.

Il rinnovato interesse alla vita suburbana a contatto con la natura, scaturito dall’era Covid-19, insieme ad un movimento che tende a rivalutare i piccoli insediamenti (borghi, villaggi, ecc.) hanno aperto il campo ad una riflessione esterna alla città come da tempo non avveniva.

Ambienti e luoghi di vita in grado di tramandare le eredità delle società passate divenendo parte delle proiezioni collettive future che richiedono un’architettura di alta qualità, che soddisfi tutte le esigenze, da quelle funzionali e sociali fino a quelle economiche, ma soprattutto che implichi una dimensione culturale, quindi una sintassi spaziale e un’espressione formale coerente.

Nell’Europa di oggi, queste stesse regioni possono offrirci una chiara fonte di ispirazione per mettere a punto strategie a lungo termine per aumentare la qualità complessiva dell’ambiente di vita.

I casi studio descritti in questo numero di FAM offrono pertanto un patrimonio culturale condiviso, spesso ampiamente sottovalutato, che oggi rappresenta una testimonianza tangibile della recente storia europea dove il ruolo del progetto architettonico diventa determinante nella definizione di questi “spazi antropizzati” e nel far emergere quei di problemi progettuali spesso trascurati. Esempi che rappresentano delle sperimentazioni insediative cruciali che, fin dalla loro origine, hanno costituito una sfida comune per le idee e gli strumenti di architetti e ingegneri, agronomi e scienziati sociali, pianificatori e architetti del paesaggio.

Ecco allora che l’esempio di una stagione straordinaria dell’architettura moderna nell’occuparsi di territorio agricolo e delle sue necessità funzionali, architettoniche, figurative, appare una preziosa guida per la rinascita di una parte fondamentale di quel dualismo sul quale si fonda da sempre l’evoluzione del mondo.

Torrevecchia Pia

Mario Asnago e Claudio Vender, Complesso di case coloniche a Torrevecchia Pia, 1937