N. 71-72 (2025): Oltre la Scuola. Sperimentazioni sulla trasmissibilità dell’architettura
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Il processo iconico digitale: Metodi di decodificazione critica e conversione dell’immagine ingenua

Anna Fabris
Alma Mater Studiorum Bologna
alexander

Pubblicato 2026-06-22

Parole chiave

  • Linguaggio architettonico,
  • valore semantico,
  • Icona,
  • Immagine,
  • codice iconico

Come citare

Fabris, A. (2026) «Il processo iconico digitale: Metodi di decodificazione critica e conversione dell’immagine ingenua», FAMagazine. Ricerche e progetti sull’architettura e la città. Parma, Italy, (71-72), pp. 155–164. doi: 10.12838/fam/issn2039-0491/n72-2025/1101.

Abstract

Nell’era della mercificazione delle idee e del fare architettura, ci si chiede quale possa essere l’unico baluardo transdisciplinare e transmediatico capace di vettorializzare un contenuto pregno di significato, oltre la forma.

Ed è proprio interrogandosi sul pregnante ruolo della forma e dei suoi derivati contemporanei di rapida fruizione, che si approda all’archetipico ruolo dell’immagine: sia essa portatrice di un carico simbolico, sia essa manifesto programmatico di una corrente, sia essa puro prodotto commerciale, non perde il primato nell’attribuzione di catalizzatore di pensiero e veicolo di senso nell’era digitale, dove la dimensione spazio-tempo si annulla nel sorbire contenuti veloci, frammentati e approssimativi.

Nell’assunzione bulimica di immagini che scorrono dal micro al macro schermo, cosa resta dell’assunto originario dell’immagine? Costituisce ancora, nonostante una divulgazione di massa, un’entità pregna di significato o si è svuotata del valore semantico che Samonà, sulla scia degli studi semiologici, le attribuiva già negli anni ‘60?

«I segni significativi sono iconici cioè sono immagini. Le immagini sono il risultato visivo della percezione degli oggetti che cadono sotto i nostri occhi, la forma-immagine immediata è ingenua e di semplice somiglianza: ogni parte dell’oggetto trova nell’immagine una sua copia all’incirca conforme, dai contorni più o meno vaghi, secondo l’attenzione e la sensibilità di chi guarda l’oggetto[...]»[1](Samonà, anni ‘60): se l’immagine ingenua è mera percezione istintiva, l’icona rappresenta la contrazione di immagine intenzionata e significante[2], apice di un climax di comprensione critica che parte dall’immagine ingenua e si sublima nell’icona.

L’immagine, veicolo di significati nobili o dissacranti, è stata da sempre sottoposta al servizio del significato, essendo essa stessa significante nell’affermarsi icona e rappresentando contenuto esito di un processo culturale di attribuzione semantica: «Si può allora parlare di CODICE ICONICO come del sistema che fa corrispondere a un sistema di veicoli grafici unità percettive e culturali codificate [...]»[3](Eco, 1975)

Presupponendo la permanenza dell’immagine come principale veicolo del linguaggio architettonico, sintesi di un complesso sistema di segni, quali i margini di vulnerabilità per un dispositivo culturale che si intenziona solo grazie al codice culturale che incontra, ad oggi cosi eterogeneo in una dimensione digitale di proprietà comune?

In questo continuo processo dinamico di produzione-trasmissione e ricezione che i nuovi mezzi di comunicazione hanno esponenzialmente velocizzato e contratto nel mero impatto emotivo che l’immagine genera nel fruitore, utilizzando esclusivamente immagini ingenue, assume ancor più valore l’attribuzione di un significato critico e consapevole che ogni contesto socio-culturale genera nel proprio tempo, avvalendosi di un sistema di interconnessione di contenuti: ci si chiede, allora, se i nuovi media, supportati dalle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale, possano restituire icone, ovvero immagini intenzionate e non ingenue, fornendo una decodificazione interpretativa precostituita, avvalendosi del supporto di un testo critico o di piattaforme multimediali quali il LIA, che possa consegnare al fruitore icone e non immagini.

 

[1] Giuseppe Samonà, Mie riflessioni, manoscritto, Archivio Progetti Iuav, Fondo Giuseppe e Alberto Samonà, Samonà 2.fas/102, s.d., p. 1.

Citato in Andrea Valvason, Segni, spazio, figure. Giuseppe Samonà: le icone dello Stretto, tesi di Dottorato di ricerca in Composizione architettonica, ciclo XXXVII, Università Iuav di Venezia, 2025, p. 95.

[2] Giuseppe Samonà, in Lettere su Palermo di Giuseppe Samonà e Giancarlo De Carlo, per il Piano Programma del Centro Storico, 1979-1982, cit., p. 81.

[3] Umberto Eco, Critica dell’iconismo, in Id., Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano, 1975, p.274

Riferimenti bibliografici

  1. ECO U. (1975) – Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano, 1975
  2. SAMONÁ, G. (s.d.) –Mie riflessioni, manoscritto, Archivio Progetti Iuav, Fondo Giuseppe e Alberto Samonà, Samonà 2.fas/102
  3. SAMONÁ G. (1979-1982) – in Lettere su Palermo di Giuseppe Samonà e Giancarlo De Carlo, per il Piano Programma del Centro Storico
  4. VALVASON A. (2025)– Segni, spazio, figure. Giuseppe Samonà: le icone dello Stretto, Tesi di Dottorato di ricerca in Composizione architettonica, ciclo XXXVII, Università Iuav di Venezia